martedì 18 aprile 2017

Le nuove frontiere dell'urbanistica

Con l'avvento delle "Smart Cities" l'urbanistica riscopre la sua dimensione multidisciplinare.

Le città stanno cambiando la loro fisionomia più velocemente di quanto si possa immaginare.
Una scelta dettata dalla ricerca di un maggiore equilibrio interno e di un migliore rapporto coi cittadini, per recuperare e riqualificare aree che nel secolo scorso erano prettamente industriali e ora diventano incubatori di idee e start up tecnologiche.
Dove una volta c’erano fabbriche ed acciaierie oggi ci sono campus universitari, musei e spazi espositivi.
Le strutture esterne non cambiano o cambiano poco, in ossequio al principio del "riuso" del patrimonio costruito, il nucleo interno è invece completamente diverso e attorno nascono zone verdi e spazi polifunzionali.
Perchè le nuove aree metropolitane devono essere il più possibile “green”, offrire vivibilità e qualità degli spazi comuni.
Mobilità, sostenibilità, connettività ed innovazione sono quindi parametri fondamentali che guidano questi cambiamenti, senza cancellare il passato demolendolo, al contrario utilizzando il costruito adeguandolo alla nuova concezione “smart”.
Una strada molto diversa da quella dei quartieri ghetto e degradati, figli di una concezione che si è rivelata fallimentare. La finalità di questa "nuova via" è realizzare una città “policentrica" priva di marginalità, dove anzi le marginalità preesistenti ereditate divengono centralità, con nuove funzioni ed una nuova vita.
Dalla riqualificazione dei quartieri ghetto, come nel caso di Harlem a New York, alla Moritzplatz di Berlino, fino alla foresta Fujimoto di Parigi, interventi importanti per cambiare il volto delle tristi periferie. Ed ancora Londra, Vienna ed anche città del Sud del Mondo come Curitiba, dove la sostenibilità è diventata paradigma ed il welfare è diventato un obiettivo politico.
Recupero, riordino, rammendo, agopuntura urbana: non si parla d’altro nelle “città globali”, in quei crocevia del mondo, in quelle “Babele” multietniche e multiculturali che progettano i cambiamenti per contrastare marginalità e povertà.
Non esiste una ricetta universale, non c’è un protocollo per tutti, come quelli dettati dalle vecchie regole urbanistiche, quelle che ci hanno consegnato le città per come le abbiamo conosciute nel secolo scorso. Ogni città cerca, con approcci diversi, di essere all’avanguardia in un settore: Singapore lavora per primeggiare sulla mobilità, Copenhagen sulla sostenibilità, Boston ed Amsterdam sulla community planning.
I quartieri così rinnovati diventano contenitori di innovazione, la modernità accelera dove fino a ieri c’era il deserto. L’innovazione è la chiave di tutto.
Diventare “smart” è un passaggio obbligato per ogni città che vuole rinnovarsi ed innovarsi puntando sulla connettività. Così come internet ha cambiato il modo di comunicare, di studiare, di aggiornarsi sull’attualità, l’Internet of things (IOT) sta cambiando le nostre città. Città sempre più interagenti coi suoi cittadini attraverso le reti digitali, città sempre più prossime ai bisogni che comunicano attraverso un’app raggiungendo in un istante migliaia di utenti.
Se da un lato questa può sembrare un’operazione di “marketing”, dall’altro i cittadini (fortunati) che vivono nelle città che più di altre hanno creduto in questa filosofia, perché amministrate da classi dirigenti illuminate e lungimiranti, sono soddisfatti ed i livelli di qualità della vita sono di gran lunga superiori a quelli delle città che su questa strada stanno rimanendo indietro.
Il problema, come sempre quando si parla di urbanistica, sta nella governance. A questo sarà dedicato il prossimo post.