venerdì 4 agosto 2017

Cambiamenti climatici e crisi idrica: programmare oltre l'emergenza

C'è ancora chi è convinto che il problema dei cambiamenti climatici sia una bufala, una bugia fatta circolare dalla propaganda ambientalista e dai "lobbisti" (sic) della decrescita che lottano il liberismo ed il consumismo su cui si fonda l'economia globale contemporanea.
Eppure giorno dopo giorno giungono notizie di distacchi di pezzi di calotta polare, l'ultimo era grande quanto la Liguria, per intenderci. 
La desertificazione avanza con un ritmo circadiano. 
La siccità sta colpendo regioni geografiche fino a qualche anno addietro piovose e con bacini imbriferi importanti che si stanno progressivamente depauperando.
Di fronte a questo quadro, a tratti drammatico, l'unica risposta che la politica (in generale) riesca a dare è una costosissima ed inefficiente "macchina" per contrastare l'emergenza.
Qual è infatti la programmazione a medio e lungo periodo? Quali i progetti, sostenibili ed innovativi, che si intende mettere in atto per andare "oltre l'emergenza"?
Anno dopo anno le piogge diminuiscono od assumono carattere temporalesco cosicché lo scorrimento verso valle delle acque meteoriche impedisce un efficace impinguamento delle falde freatiche con conseguente progressiva diminuzione della quantità di acqua prelevabile attraverso le opere di presa esistenti.
Ciò è imputabile ai mutamenti climatici, checché se ne dica. Allo stravolgimento degli equilibri operato dall'aumento di CO2 ed a tutte le altre problematiche studiate nel corso degli ultimi tre decenni almeno, dal Rapporto Brundtland in avanti.
I dati sconfortanti sugli sprechi d'acqua, soprattutto nelle Regioni del Sud, dovrebbero alzare sensibilmente il livello di attenzione delle "classi dirigenti" verso questo tema, rilevante per la vita stessa dei cittadini, delle imprese, della vita.
Più del 50% dell'acqua si perde per la vetustà delle reti e per la scarsa manutenzione; se a questa percentuale aggiungiamo lo spreco che ognuno di noi quotidianamente fa perché non educato al risparmio (situazione verificabile e perfettamente applicabile alla raccolta differenziata) e l'eccessivo consumo per l'agricoltura, è intuibile il perché i nostri rubinetti sono a secco.
Come per gli incendi estivi l'unica risposta non possono essere i canadair, così per la crisi idrica l'unica risposta non può essere l'invio di autobotti nella frazione di Vattelappesca o l'ordinanza ponziopilatesca emanata da tutti i sindaci che raccomanda di ridurre gli sprechi.
Occorre, come dicevo, andare "oltre l'emergenza". Pianificare, programmare, investire.
Detesto la politica estera dello Stato di Israele, ma apprezzo quanto di buono, in mezzo al deserto, sia stato fatto nel campo della riduzione dei consumi di acqua e del riuso della stessa.
Innovazioni tecnologiche e soluzioni rivoluzionarie nel campo dell'irrigazione che sono state possibili grazie alla stretta cooperazione tra agricoltori e ricercatori, cooperazione favorita da uno Stato "snello" e visionario, che già nel 1970 incentivava il riutilizzo ai fini agricoli delle acque reflue depurate.
Hanno compiuto delle "scelte". Chiare, nette, dettate forse da una necessità. Oggi che questa necessità si sta pian piano materializzando anche alle nostre latitudini, la classe dirigente farebbe bene a compiere "scelte" simili, prediligendo investimenti in questo senso rispetto ad altri, che sanno di spreco, anche alla luce della esiguità delle risorse finanziarie.
Nuove reti con sensori che avvisano cali di pressione dovuti a rotture, sistemi di irrigazione intelligente (a goccia, a spruzzo, computerizzata), sensori di umidità sotterranei che forniscono informazioni sullo stato dei suoli, desalinizzazione delle acque con l'applicazione delle fonti di energia rinnovabile, riuso dei reflui per l'industria e l'agricoltura.
Sistemi e tecnologie non mancano di certo, al contrario aumentano e si perfezionano giorno per giorno. E non mancano nemmeno gli strumenti normativi che, nel nostro Paese, restano quasi sempre nel cassetto. La Legge Galli, vecchia di 22 anni, è rimasta in buona parte inevasa. Così come nel dimenticatoio è caduto il più recente Referendum sull'acqua pubblica. Acqua "bene comune", certo, ma senza l'apporto degli investimenti privati sarà molto difficile renderla disponibile "per tutti".
Andare oltre l'emergenza significa dunque investire in infrastrutture, dare spazio all'innovazione ed all'iniziativa privata senza frapporre insormontabili ostacoli burocratici quando i progetti sono "compatibili e positivi", operare scelte che magari danno poca visibilità nell'immediato (anche se non ne sono convinto), ma risolvono questioni importanti per le generazioni a venire.

martedì 18 aprile 2017

Le nuove frontiere dell'urbanistica

Con l'avvento delle "Smart Cities" l'urbanistica riscopre la sua dimensione multidisciplinare.

Le città stanno cambiando la loro fisionomia più velocemente di quanto si possa immaginare.
Una scelta dettata dalla ricerca di un maggiore equilibrio interno e di un migliore rapporto coi cittadini, per recuperare e riqualificare aree che nel secolo scorso erano prettamente industriali e ora diventano incubatori di idee e start up tecnologiche.
Dove una volta c’erano fabbriche ed acciaierie oggi ci sono campus universitari, musei e spazi espositivi.
Le strutture esterne non cambiano o cambiano poco, in ossequio al principio del "riuso" del patrimonio costruito, il nucleo interno è invece completamente diverso e attorno nascono zone verdi e spazi polifunzionali.
Perchè le nuove aree metropolitane devono essere il più possibile “green”, offrire vivibilità e qualità degli spazi comuni.
Mobilità, sostenibilità, connettività ed innovazione sono quindi parametri fondamentali che guidano questi cambiamenti, senza cancellare il passato demolendolo, al contrario utilizzando il costruito adeguandolo alla nuova concezione “smart”.
Una strada molto diversa da quella dei quartieri ghetto e degradati, figli di una concezione che si è rivelata fallimentare. La finalità di questa "nuova via" è realizzare una città “policentrica" priva di marginalità, dove anzi le marginalità preesistenti ereditate divengono centralità, con nuove funzioni ed una nuova vita.
Dalla riqualificazione dei quartieri ghetto, come nel caso di Harlem a New York, alla Moritzplatz di Berlino, fino alla foresta Fujimoto di Parigi, interventi importanti per cambiare il volto delle tristi periferie. Ed ancora Londra, Vienna ed anche città del Sud del Mondo come Curitiba, dove la sostenibilità è diventata paradigma ed il welfare è diventato un obiettivo politico.
Recupero, riordino, rammendo, agopuntura urbana: non si parla d’altro nelle “città globali”, in quei crocevia del mondo, in quelle “Babele” multietniche e multiculturali che progettano i cambiamenti per contrastare marginalità e povertà.
Non esiste una ricetta universale, non c’è un protocollo per tutti, come quelli dettati dalle vecchie regole urbanistiche, quelle che ci hanno consegnato le città per come le abbiamo conosciute nel secolo scorso. Ogni città cerca, con approcci diversi, di essere all’avanguardia in un settore: Singapore lavora per primeggiare sulla mobilità, Copenhagen sulla sostenibilità, Boston ed Amsterdam sulla community planning.
I quartieri così rinnovati diventano contenitori di innovazione, la modernità accelera dove fino a ieri c’era il deserto. L’innovazione è la chiave di tutto.
Diventare “smart” è un passaggio obbligato per ogni città che vuole rinnovarsi ed innovarsi puntando sulla connettività. Così come internet ha cambiato il modo di comunicare, di studiare, di aggiornarsi sull’attualità, l’Internet of things (IOT) sta cambiando le nostre città. Città sempre più interagenti coi suoi cittadini attraverso le reti digitali, città sempre più prossime ai bisogni che comunicano attraverso un’app raggiungendo in un istante migliaia di utenti.
Se da un lato questa può sembrare un’operazione di “marketing”, dall’altro i cittadini (fortunati) che vivono nelle città che più di altre hanno creduto in questa filosofia, perché amministrate da classi dirigenti illuminate e lungimiranti, sono soddisfatti ed i livelli di qualità della vita sono di gran lunga superiori a quelli delle città che su questa strada stanno rimanendo indietro.
Il problema, come sempre quando si parla di urbanistica, sta nella governance. A questo sarà dedicato il prossimo post.