mercoledì 27 aprile 2016

Siamo nati per camminare. Vivere la città vuol dire percorrerla a piedi

Di questi giorni la conclusione della campagna “Siamo nati per camminare” che ha visto il coinvolgimento di oltre 2000 bambini solo a Bologna e la partecipazione di oltre 100 comuni in tutta la Regione. A questo si aggiunge l'avvio a Bologna dei lavori del BICIPLAN, uno strumento partecipato di pianificazione di cui il Comune ha deciso di dotarsi per “governare” la primavera ciclabile che ha colto la città e fare in modo che questo movimento possa crescere, consolidarsi e strutturarsi. Sempre più città stanno quindi scegliendo di dotarsi di piani in affiancamento ai PGTU, a dimostrazione che questi strumenti più tradizionali fanno fatica a dare piena risposta alle esigenze di organizzazione della mobilità urbana ed in particolare ad approfondire e, per certi versi, sostenere i mezzi di mobilità dolce, più sostenibile, la bicicletta in questo caso.

Uno stimolo aggiuntivo a qualche riflessione e ragionamento in più viene dal fatto che la nostra città si trova però ad affrontare un altro appuntamento importante che credo più di ogni altro è o dovrebbe essere momento di confronto e riflessione sulle visioni di città, le elezioni amministrative. In questo quadro credo che una sfida, che una città con visione di futuro dovrebbe cogliere, è quella di immaginare una dimensione nuova della sua vivibilità e viabilità. Nelle aree centrali ma soprattutto nelle periferie, cosa meglio di una nuova mobilità può connettere in maniera sicura e sostenibile le parti delle nostre città spesso troppo frazionate. A questo si accompagna un'idea nuova di fruizione degli spazi pubblici, che sempre più devono caratterizzarsi come spazi di socialità, di comunità e quindi tali da garantire, in una logica di piena accessibilità e mobilità, l'incontro fra i cittadini.

Le nostre città vanno ripensate con occhi nuovi e in modo interdisciplinare. È quindi fondamentale un'integrazione piena fra Piani del Traffico e Piani Urbanistici ma anche con i Piani di Zona per la salute e il benessere sociale e altrettanto, sul fronte operativo, tra i relativi settori delle amministrazioni insieme ai settori sociali ed educativi.

La moderazione del traffico è la base progettuale in tutti gli ambiti urbani, perché limitando l’invadenza delle automobili e ridando priorità alle persone consente di:
migliorare la vivibilità di strade e quartieri
ridurre l’inquinamento acustico e ambientale
promuovere la socialità e diminuire la microcriminalità tramite un maggiore controllo sociale esercitato dalle persone che vivono la strada

È quindi necessaria l'affermazione di un nuovo paradigma che ad esempio crei le condizioni per applicare (in maniera consapevole e non coercitiva) in ambito urbano il limite di velocità a 30 km/h, ad eccezione della viabilità principale, e strutturi gli spazi urbani secondo i concetti dello spazio condiviso.

La sicurezza nella mobilità cittadina dipende anche dall'usabilità e dall'accessibilità degli ambienti urbani. Un luogo è molto meno rischioso se è facilmente riconoscibile, se è comunicativo senza divenire ridondante nell’informazione, se non presenta barriere fisiche, sensoriali, percettive o cognitive. In breve: se è confortevole da usare. Conoscere, quindi, come una persona fragile o disabile (di qualsiasi età e genere) si muove, e come usa gli spazi urbani, è di fondamentale importanza per individuare soluzioni includenti e sicure.

Il percorso che porta alla definizione di un contesto urbano più accogliente ed accessibile deve avere la capacità di porre la comunità ed il fare comunità al centro. La costruzione di comunità più coese che aspirano alla crescita del capitale sociale passa da un diverso modo di coinvolgere il territorio in maniera sperimentale, innovativa ma anche continuativa. L’idea di una città che sa innovarsi e modificarsi in maniera flessibile in base alle sollecitazioni condivise dei suoi abitanti all’interno di una visione di sviluppo sostenibile e coeso. 

In questo percorso decisamente complesso e sfidante, gli spostamenti, e quindi la mobilità dolce, rappresentano un tassello fondamentale per ridisegnare gli spazi ed i luoghi a dimensione umana.

Per questo la definizione di strategie di trasformazione per un nuovo modello urbano complesso è utile che preveda il paradigma: Mobilità sostenibile + Rivitalizzazione spazio pubblico + Biodiversità zone verdi + Coesione sociale + Efficienza energetica + Integrazione dei cittadini nei processi di governo = HABITAT URBANO con quartieri con flussi a velocità umana, interconnessi ed eco-efficienti all’interno di una città metropolitana ad alta velocità (testo tratto dagli scritti di BCNecologia: Agencia de Ecología Urbana de Barcelona).

Questa visione di città, molto più a dimensione del singolo individuo ed inclusiva in modo da non lasciare nessuno ai margini, ha bisogno di strumenti adeguati e quindi la proposta che Bologna si doti nei prossimi anni di un PEDIPLAN, da intendersi però come percorso culturale e non solo come strumento tecnico di pianificazione urbana. Un percorso di lungo periodo che sappia mettere da subito le aree periferiche per valorizzarne le caratteristiche ma soprattutto l’identità. Un’identità che gioco forza deve essere riconquistata ed affermata attraverso una fruizione degli spazi urbani a piedi, con mezzi di mobilità dolce. Abbiamo tutti necessità di incontrarci, confrontarci e riscoprire gli spazi vicini a noi.

Parlare di PEDIPLAN vuole dire parlare di:

- sicurezza

- accessibilità

- fare comunità

- gestione e condivisione degli spazi urbani

- trasporto pubblico

- connessioni urbane

- educazione e cultura della mobilità e della socialità

- riqualificazione urbana e pianificazione partecipata

- verde pubblico

e tanto altro.

Come arrivare ad un PEDIPLAN?

In maniera innovativa ritengo, attraverso un percorso partecipato che sappia contemporaneamente attivare speriment-azioni. Coinvolgere attivamente i cittadini e la comunità intera in soluzioni provvisorie in grado di stimolare la riflessione ed il dibattito ma allo stesso tempo proporre possibili soluzioni temporanee ad interventi più strutturali, a lungo termine.

E’ necessario incontrare e far incontrare sul “campo” i progettisti e gli attuali e potenziali fruitori degli spazi urbani per orientare il cambiamento e fare in modo che gli interventi infrastrutturali che verranno pianificati siano di pieno successo. 

Questa metodologia significa che “nel frattempo” si propongono soluzioni che sono provvisorie, reversibili, di basso impatto esecutivo ed economico che fungono da piattaforma tangibile per la condivisione sociale ed indicano le direzioni di lavoro su cui sviluppare e modificare lo status quo attraverso progetti più strutturali ma anche per promuovere una diversa cultura di fruizione degli spazi e dei beni pubblici e della convivenza civica.

La mobilità è un terreno privilegiato per questo tipo di SPERIMENT-AZIONI: emerge infatti con chiarezza lo stretto legame che si instaura tra scelte di mobilità dolce, che permettono di vivere la città con un rapporto più attento e diretto, e gli spazi della città, le cui caratteristiche influenzano in maniera diretta il loro tipo di fruizione da parte dei cittadini e di permanenza con specifico riferimento alla scelta di mezzi di trasporto.

Il fatto che si lavori con soluzioni reversibili o provvisorie non significa che siano di minor impatto sociale o che si sostituiscano ad interventi di urbanizzazioni più strutturali laddove necessario; al contrario sono incursioni urbane che possono riposizionare gli spazi pubblici a livello sociale ed economico.

Le città Europee e non solo, anche le grandi metropoli Nord e Sud Americane ed alcune città asiatiche, si stanno muovendo da tempo nella direzione del trend chiamato Tactical Urbanism per indicare proprio questi interventi strategici all’interno di processi molto lunghi che reclamano però anche soluzioni a breve raggio.

Il PEDIPLAN si potrebbe candidare ad essere lo strumento innovativo con cui la città decide di porre le basi, in maniera multidisciplinare, attiva, inclusiva ed integrata, di un nuovo paradigma di città. 

Quindi, come recita lo slogan di quest’anno della campagna “Siamo nati per camminare”, FACCIAMO COMUNITÀ CAMMINANDO.

Marco Pollastri, Vicepresidente Centro Antartide

mercoledì 20 aprile 2016

Riflessione post referendum

Da domenica leggo sui social parecchi commenti sprezzanti nei confronti di chi è andato a votare al referendum sulle trivelle. Non provengono dall’Ernesto Carbone di turno (quello del #ciaone che ha irriso non solo 16 milioni di votanti ma, in fondo, tutti i cittadini), bensì da persone tendenzialmente di sinistra o, ad ogni modo, sensibili alle tematiche ambientali. Questi commenti – a volerne trovare il tratto comune – insistono sulla complessità del quesito referendario, troppo specifico perché un «popolo di caproni» come quello italiano possa rispondervi; rivendicano fieramente il diritto all’astensione, deridono l’idiozia delle motivazioni addotte dai sostenitori del sì e li accusano di lavarsi la coscienza con l’atteggiamento del buon borghese, che mette una crocetta su un foglio e pensa di aver fatto tutto il suo dovere.

Ora, è vero che il quesito era volutamente tecnico, parziale e confuso (ma è il governo che lo ha reso così: facendo cadere gli altri cinque, non accorpando il referendum con le amministrative e adottando tutta una serie di sporchi mezzucci mediatici per distruggere la consultazione dall’interno, si pensi in primis alle dichiarazioni di Renzi e Napolitano); è vero che l’astensione è un diritto (ma gli inviti a non votare da parte di due alte cariche dello Stato restano indecenti); è vero che scrivere «se ami il mare e vuoi che i tuoi nipotini possano fare il bagnetto vota sì» è un attimo una semplificazione retorica; è vero, infine, che un voto non è sufficiente, se poi non si sostengono le lotte e le rivendicazioni dei territori contro le speculazioni di chi vuole divorarli.

Ma, mi chiedo, mentre queste persone fanno le pulci a chi sostanzialmente sta dalla loro stessa parte, non si sentono un po’ male a essere gli utili idioti dei Renzi e dei Carbone, cioè di sciacalli asserviti ai signori del fossile? Perché, non so se se ne sono accorti, il potere non fa la minima distinzione tra astensionisti rivoluzionari e consapevoli e astensionisti beoti che hanno speso la domenica tra talk-show pallonari e centri commerciali: li sfrutta allo stesso modo e forse, anzi, i primi gli regalano un ghigno ancora più arrogante e soddisfatto.

Non penso si debba essere Frank Underwood in House of Cards per rendersi conto che questo referendum aveva un grande valore simbolico e politico: al di là del quesito specifico, una vittoria del sì avrebbe indicato una precisa volontà popolare di superare il fossile e virare con forza sulle energie rinnovabili, cosa che i paesi con un minimo di lungimiranza stanno già facendo da anni: la nient’affatto bolscevica Germania vuole rendersi indipendente dal fossile e dal nucleare entro il 2050, e già ora ricava dalle rinnovabili il 28% (Svezia, Islanda e Norvegia già più del 50%) mentre il governo Renzi, forse pago dei parziali successi nel settore fotovoltaico, si accontenta del 17% entro il 2020, taglia i fondi alle fonti verdi e stende tappeti rossi ai petrolieri.

L’essersene infischiati del referendum, invece, verrà facilmente interpretato come un «mi stanno bene le concessioni sine die alle multinazionali» o un «questione troppo complessa, facciamo decidere a chi ne capisce» e dunque nel lasciare mano libera a un governo che, dall’Eni, si fa dettare pure cosa dire all’Egitto sulla tragedia Regeni e che annovera tra le sue fila personaggi specchiati e disinteressati come il ministro Guidi, quella dello scandalo Tempa Rossa.

Con tutti i distinguo del caso, anche i referendum su divorzio e aborto, se non li si guarda col senno di poi, ponevano questioni complesse e dibattute, ma in quei grandi appuntamenti di civiltà non mi pare siano andati a votare solo medici e civilisti. Eppure, il popolo seppe capire da che parte soffiava il vento del (vero) progresso. A questo proposito vadano a vedere, gli elitisti del non voto e del disprezzo per il popolo, come si è comportata la Basilicata, una regione che ha sperimentato le «magnifiche sorti e progressive» degli idrocarburi: quorum raggiunto e un plebiscito di sì (96%) a contestare le devastazioni del territorio e le menzogne su aumento dei posti di lavoro e crescita economica legati all’oro nero.

Ah, due ultime annotazioni: quando fanno eco a Renzi sui presunti posti di lavoro salvati, i Robespierre dell’astensione non dimostrano di essere poi così informati: con la    vittoria del sì, la prima concessione sarebbe scaduta tra due anni (le ultime addirittura nel 2034). Ora, uno Stato degno di questo nome sa ricollocare la sua forza-lavoro quando pianifica una svolta energetica, e avrebbe avuto tutto il tempo per farlo.

E infine: forse alcuni ne saranno inorriditi ma, in un Paese in cui ormai non ci sono più elezioni politiche e il Presidente del Consiglio trasforma ogni appuntamento elettorale in una prova di forza muscolare e personalistica sulla sua legittimazione a governare, è davvero così stupefacente che un referendum possa servire anche a dare una spallata a uno dei peggiori governi della storia repubblicana? Non facciamo le educande: la politica è pure questo, e l’astensione ha fornito a Renzi la possibilità di intascarsi come vittoria quella che è solo una sconfitta altrui.

Per coerenza, dai puristi che domenica sono rimasti a casa, ora mi aspetto barricate quotidiane e lavoro infaticabile sui territori. Altrimenti la loro sarà stata solo l’ennesima riproposizione di quel nefasto fiat iustitia, et pereat mundus che, nella storia della politica italiana (e soprattutto a sinistra) ha causato i peggiori disastri.