mercoledì 11 febbraio 2015

Tutela e valorizzazione del Bacino dell'Amendolea

Il territorio è in realtà la somma delle modificazioni che l’uomo ha, nel corso dei secoli, imposto alla natura in relazione ai propri bisogni esistenziali.
Ciò induce a cercare, attraverso la conoscenza dei fatti storici, quei momenti determinanti e quelle situazioni che hanno, direttamente o indirettamente, influenzato l’assetto complessivo del territorio, ovvero i mutamenti successivi del rapporto tra uomo e natura.
La Valle dell'Amendolea presenta notevoli caratteri di omogeneità fisica, antropica e culturale; le condizioni geografiche ed orografiche che hanno reso e rendono difficili i collegamenti e gli scambi con il resto del territorio, l’ubicazione dei centri abitati lungo i profondi solchi della fiumara o arroccati su impervi costoni rocciosi, se da un lato hanno generato motivi di arretratezza socio-economica, dall'altro hanno consentito la conservazione, fino ai giorni nostri, di segni “forti” di un’Isola dai caratteri fisici e culturali direttamente riferibili a momenti storici molto antichi e che non possono ritrovarsi altrove, nella nostra provincia.
Tutti questi segni e con essi il background di cultura e tradizioni che si portano appresso, sono in costante pericolo. Pericolo che deriva da diversi fattori.
Fattori di rischio naturale che minacciano questo sistema vallivo la cui storia ha già impressi momenti drammatici che hanno contribuito non poco all'abbandono ed alla marginalità.
Fattori di rischio antropico, frutto di errata gestione del territorio nel corso soprattutto degli ultimi decenni.
C’è un brano di Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro, che ben rappresenta l’immagine di questo territorio, dice: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare e la terra sembra navigare sulle acque. I torrenti hanno una voce assordante”.

Dall’analisi dello stato attuale dei sistemi di difesa, rilevamento e monitoraggio, degli investimenti e degli strumenti di comunicazione attivi, emerge un’ampia frammentarietà che non consente di incidere sui processi decisionali locali e che necessita dunque di nuovi e più efficaci modelli organizzativi.
Per intervenire correttamente nelle fasi di emergenza è necessario conoscere prima cosa si deve fare, come e con quali mezzi. Le innovazioni tecnologiche, che la scienza e la ricerca mettono a disposizione, sono di grande aiuto, ma richiedono anche un costante e capillare aggiornamento legato alla pianificazione ed alla programmazione degli interventi.
La fragilità del territorio e la forte presenza dei rischi che mettono a repentaglio le nostre grandi risorse paesaggistiche ed ambientali, nonché la vita dell’uomo, sono state affrontate negli anni passati e vengono affrontate ancora oggi, in linea generale, soltanto dopo che un evento calamitoso avviene.
Tuttavia sono stati compiuti notevoli passi in avanti nella gestione dei rischi, sia nella fase di emergenza che in quella di ricostruzione. Il contesto però, oltre a non permettere di abbassare la guardia, suggerisce la concentrazione di norme ed azioni, la loro razionalizzazione e, qualora occorra, l’integrazione delle stesse, ma soprattutto indica con estrema chiarezza che la prevenzione dei rischi è la migliore risposta agli eventi catastrofici.
Ci troviamo in un momento storico in cui si riscontra un oggettivo inasprimento di questi eventi, poiché in molti casi l’uomo ha accelerato o innescato processi naturali catastrofici, oppure ha trasformato il territorio rendendolo molto vulnerabile a questi processi. Ma anche fattori esclusivamente naturali concorrono a far aumentare i rischi: dalla continua variabilità del clima alla crescita dei fattori di rischio, accompagnato da una differenziazione di tipologie a livello territoriale.
Pertanto è necessario riflettere sugli effetti indotti dal modello di sviluppo attuale che crea carichi divenuti ormai insostenibili per il territorio.

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Il territorio della Valle dell’Amendolea deve riscoprire una nuova vita ed alimentare la fertilità delle idee, delle imprese, dei giovani e delle donne che ci vivono.
In questa situazione non solo la vocazione turistica ha delle nuove e inaspettate prospettive, ma devono emergere prepotentemente ciò che consideriamo oggi come risorse prettamente locali: i mestieri cosiddetti tradizionali e artigianali, il vastissimo patrimonio eno-gastronomico, i siti di rilevanza storica e artistica, la gestione preziosa delle risorse naturali e della biodiversità.
Di strumenti, come vedremo, ce ne sono tanti e primo tra tutti la cultura, la profonda conoscenza del territorio in tutte le sue componenti.
Solo dall’integrazione tra università e centri del sapere, territorio, istituzioni e cittadini, si può plasmare un nuovo modo di vivere e di “costruire” il futuro per queste aree così marginali ma così ricche.
Il turismo sostenibile nelle aree rurali offre un'opportunità per l'integrazione del reddito familiare, prevenendo l'abbandono delle campagne, e contribuisce a preservare l'ambiente e le tradizioni locali.
Ma il turismo rurale necessita di strategie, obiettivi ed azioni che non possono prescindere dal coinvolgimento di tutti gli attori locali. Cancellare le brutture, laddove si può. Evitare che altre se ne creino, attraverso il costante controllo del territorio e la diffusione di una nuova cultura del bello e del giusto. E’ questa la via maestra e tutti noi dobbiamo aiutare a tracciarla.

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