domenica 27 luglio 2014

Lupi non perde il vizio e partorisce una riforma da riformare

La proposta di Legge “Lupi”, impropriamente chiamata “riforma urbanistica”, non differisce di molto dalla vecchia bozza del 2005, firmata sempre dall'attuale Ministro alle Infrastrutture.
La proprietà immobiliare, oggi come allora, è sempre il fulcro ed il principale beneficiario dell’intervento normativo proposto in “sostituzione” della vigente Legge Urbanistica che compirà 72 anni il prossimo agosto.
Da decenni si attende una “riforma” compiuta, ma troppe contraddizioni e troppi interessi hanno sempre ostacolato una riorganizzazione seria delle norme che regolano il governo del territorio.
Ma per un territorio squassato dal dissesto, dallo sprawl urbano, dalle ferite profonde inferte al paesaggio, ci saremmo aspettati una proposta che ponesse al centro aspetti come l’assetto del territorio, i beni comuni, gli spazi pubblici, non certo l’ennesimo regalo alla proprietà immobiliare con una proposta che mortifica ed annulla tutti i temi per noi fondamentali relegando l’urbanistica a semplice semaforo delle trasformazioni edilizie.
Nel testo, composto da 21 articoli, è stato totalmente cancellato il concetto di “governo del territorio”, non si fa minimamente cenno ai centri storici, agli spazi pubblici, ch
e diventano zone residuali tra costruzioni (sic), e viene annullato l’istituto della “partecipazione”. In pratica un salto indietro rispetto a tutto quanto, nel bene e nel male, è stato realizzato nel corso degli anni.
E’ vero oggi forse non è più tempo per gli standards urbanistici del D.M.1444/68, la contemporaneità ci suggerisce che quella strada non è più percorribile. Ma far retrocedere a “dotazioni territoriali” gli stessi, senza specificare come e quanto sarà lo spazio destinato al pubblico interesse non vuol dire fare una “riforma”.
La pianificazione, specie quella comunale, diviene un esercizio superficiale, da fare perché obbligatoria, ma niente di più. Scompare la sua funzione di “indirizzo” e rimane esclusivamente quella “ricognitiva e conoscitiva”. La parte operativa è temporale e praticamente è affidata all'iniziativa privata. Tutto questo cosa potrà comportare?
Questo disegno di legge, in definitiva, riporta l'Urbanistica un secolo ed oltre indietro, confinando la disciplina, che grazie agli sforzi di tanti cultori (e di pochi politici) era riuscita a ritagliarsi un posto al sole tra le discipline base per lo sviluppo armonico del territorio, nello strettissimo spazio destinato alla mera trasformazione edilizia. Niente tutela, niente territorio, niente recupero, niente spazi pubblici, niente centri storici...largo solo alla proprietà privata ed ai palazzinari.
Siamo davvero sicuri che per recuperare qualità urbana ed attrattiva le nostre città ed i nostri paesi abbiano bisogno di questo?

mercoledì 23 luglio 2014

Reggio Città Metropolitana. A parole o con i fatti?*

Reggio Città Metropolitana sta per concretizzarsi ma pochi, anche tra i più attenti, sanno davvero cosa sia. La Città Metropolitana è un livello di governo locale che sostituisce la provincia e che verrà istituito a partire dal 1 gennaio 2015 nelle dieci maggiori città delle regioni a statuto ordinario (Roma, Torino,Milano,Bologna, Venezia, Genova, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria). Ad esse se ne potranno aggiungere altre nelle regioni a statuto speciale. La città metropolitana fu introdotta per la prima volta con la legge sull'ordinamento locale n. 142 del 1990, nel 2001 entrò a far parte dell’articolo 114 della Costituzione (“La Repubblica è costituita dai comuni, dalle province, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo Stato”) e finalmente verrà istituita in base alla legge n. 56 del 2014. Questa riordina anche le province, come enti di area vasta i cui organi sono formati dai sindaci dei comuni che ne fanno parte e istituisce le unioni e le fusioni dei comuni.
Ma qual é la vera finalità di questi nuovi "enti"? Lo scopo primario della loro istituzione é quello di introdurre anche in Italia, come è avvenuto da tempo negli altri Paesi Europei, istituzioni speciali e differenziate per le principali aree urbane che permettano di governare comunità locali che si sono sviluppate oltre i confini amministrativi tradizionali e che hanno problemi comuni. 
Vi sono temi, quali l’ambiente, il governo del territorio, la mobilità, la sanità, lo sviluppo economico e sociale, per i quali i confini amministrativi dei comuni sono insufficienti e le province non hanno mai avuto la forza per produrre politiche efficaci e condivise. Alle Città Metropolitane lo Stato e le Regioni, ciascuno per le proprie competenze, potranno attribuire ulteriori funzioni per differenziarle dalle province ordinarie e per dare poteri e funzioni più forti in linea con gli altri Paesi Europei.
Ed é proprio sul confronto con le altre Città, sulla competitività su scala europea che Reggio si gioca la partita più importante indossando questa nuova "casacca" di Città Metropolitana.
Rilevato che Reggio ed il suo ambito di influenza sono in forte ritardo rispetto alle altre città italiane, che già stanno sedute attorno al tavolo del dialogo e del confronto, vuoi perché manca il Sindaco, anche se nella loro funzione una e trina i Commissari dovrebbero sentire il peso di questo "ruolo" e di questa partita, vuoi per quella atavica tendenza, tutta reggina, a dilatare i tempi ed i modi della metobalizzazione di ogni novità, mi permetto di sottolineare alcuni punti nodali nella questione della costruzione della Città Metropolitana. 
La nuova programmazione 2014-2020 sta entrando nel vivo. In forte ritardo, l'Italia ha sottoscritto l'Accordo di Partenariato per l'utilizzo dei fondi che individua tre priorità strategiche: Mezzogiorno, Città ed Aree Interne. Tra gli otto Programmi Operativi Nazionali inseriti nell'Accordo di Partenariato vi è il PON Città Metropolitane.
Il Programma si pone l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle grandi città attraverso la realizzazione di pochi progetti che perseguano comuni risultati attesi, quali la modernizzazione dei servizi urbani, attraverso piani di investimento per il miglioramento delle infrastrutture di rete e dei servizi pubblici, l'aumento della mobilità sostenibile nelle aree urbane, riduzione dei consumi energetici negli edifici e nelle strutture pubbliche o ad uso pubblico, residenziali e non residenziali, la diffusione di servizi digitali che permettano di ridurre gli spostamenti fisici e di accelerare i tempi di esecuzione delle pratiche a costi più bassi. In altre parole, il programma, di fatto, serve a finanziare le "smart cities".
Un treno importantissimo sta per passare dunque, ma in pochi sembrano preoccupati del fatto che questo treno rischiamo di vedercelo sfilare senza la possibilità di salirci e correre via dal sottosviluppo e dall'arretratezza.
Mi pongo e pongo ai soggetti investiti dell'autorità e della competenza decisionale alcune domande circa lo stato di avanzamento degli atti necessari a rendere possibile l'impiego di Fondi Comunitari in Calabria nei prossimi anni.
Visto lo "stallo" istituzionale in cui si trova la Regione, sarebbe utile sapere se e come è stato elaborato il Programma Operativo Regionale, strumento indispensabile per programmare la spesa in base agli obiettivi fissati dalla strategia comunitaria.
Sarebbe altresì utile sapere, a livello più basso, se e come si sta elaborando il documento programmatico per la partecipazione di Reggio al Programma Operativo Nazionale "Città Metropolitane". L'assenza temporanea di organi "politici" alla guida dell'ente capoluogo, potrebbe vanificare gli sforzi profusi per l'inserimento di Reggio tra le Città Metropolitane individuate per legge.
Poichè ad ogni Città Metropolitana saranno destinate risorse per 80/100 milioni, e poichè le priorità e gli obiettivi rappresentano esattamente ciò di cui la città di Reggio ha fortemente bisogno, mi chiedo se si stia lavorando in questo senso.
Una Città Metropolitana senza Sindaco, in una Regione senza Governo, può farcela a perseguire così importanti e ravvicinati obiettivi? Essendone stata rinviata, causa commissariamento, la sua istituzione, Reggio è da considerare fuori dal PON Città Metropolitane? La Provincia, che praticamente si trasformerà in Città Metropolitana, sta interessandosi a ciò che dovrà gestire a breve?
Le mie sono solo domande, rivolte da chi di queste cosa si occupa a chi quete cose dovrebbe metterle in moto attraverso la redazione di documenti, la partecipazione ai tavoli ministeriali, la scelta degli interventi da realizzare per il ridisegno e la modernizzazione dei servizi urbani, attraverso piani di investimento per il miglioramento delle infrastrutture di rete e dei servizi pubblici e con ricadute dirette e misurabili sui cittadini residenti e, più in generale, sugli utilizzatori della città.
Mi auguro che le forze politiche, le organizzazioni (Confindustria, Camera di Commercio, ecc....), il Terzo Settore, i movimenti, facciano loro questo appello e rivolgano le stesse domande agli organi decisori ed eventualmente al Governo centrale, dal momento che Reggio è amministrata direttamente dallo Stato attraverso i Commissari, affinchè non vada perduta anche questa irripetibile opportunità.

*pubblicato su InAspromonte del mese di Luglio

Il mio articolo su InAspromonte


mercoledì 2 luglio 2014

Scenari futuri: Paterno' nella nuova Città Metropolitana di Catania

La nuova architettura istituzionale siciliana apre la riflessione sull’assetto delle future Città Metropolitane e le varie forme di cooperazione intercomunale, più o meno strutturate sul territorio (liberi consorzi dei Comuni). Le nove Province regionali, abolite dall’assemblea Siciliana l’11 Marzo 2014, vengono sostituite da altrettanti liberi consorzi dei Comuni ed al contempo vengono create tre aree metropolitane: Palermo, Catania e Messina. Si registra, inoltre, la possibilità per i liberi consorzi dei Comuni di crearne di nuovi entro sei mesi, purché i predetti Comuni raggruppino almeno una popolazione di 180 mila abitanti e quelli coincidenti con gli enti soppressi non abbiano una popolazione inferiore a 150 abitanti.
Tale situazione riguarda, ovviamente, anche il Comune di Paternò che a breve dovrà aderire ad un libero consorzio dei Comuni o alla Città metropolitana di Catania ed è per questo motivo che si rende necessaria una presa di posizione consapevole da parte dell’amministrazione comunale.                    Occorrerebbe superare, anzitutto, la semplice sovrapposizione territoriale con la Provincia, tenendo conto piuttosto delle nuove esigenze della cittadinanza, calibrate su un'idea nuova di sostenibilità ambientale, di qualità della vita, di crescita economica, di rapporto diretto con l'amministrazione pubblica, di vivibilità del territorio urbano, di accessibilità alla cultura, agli spazi verdi e ai servizi, di inclusione sociale, di infrastrutture efficienti e moderne, di uscita dell'emergenza abitativa.
Paternò gioca, quindi, una partita difficilissima ma nello stesso tempo affascinante. 
La città metropolitana significa, infatti, non solo finanziamenti ordinari, ma soprattutto finanziamenti straordinari, rapporti e finanziamenti diretti con l’Europa.
Ciò vuol dire che in molte occasioni la città metropolitana supera il dialogo e la burocrazia regionale ponendosi a pari dignità con esse. La città metropolitana concepita su più livelli istituzionali ha la possibilità e le competenze per andare a decidere in piena autonomia.
Non si può sottovalutare neppure la possibilità che i servizi diventino centralizzati con conseguente ottimizzazione e razionalizzazione, oltre che con notevoli risparmi e grande efficienza. E’ noto, infatti, che la città metropolitana determina in qualsiasi situazione un aumento della mobilità delle persone, quindi essa assume come obiettivo fondamentale e prioritario la riorganizzazione del sistema relazionale. Si rende, pertanto, necessario costituire un sistema metropolitano di trasporto che metta in relazione il centro principale (Catania) con le aree che orbitano attorno alla città. Un altro grande vantaggio della città metropolitana per i centri minori sta nel fatto che in ogni contesto metropolitano i centri dell’hinterland vengono ripopolati, accogliendo gli abitanti che dal centro principale si spostano verso l’esterno, cercando qualità della vita migliore e un costo della vita inferiore. Ecco perché è bene che Paternò consideri un “progetto di città” che non sia soltanto una promessa vana di irrealizzabili “assetti futuri”, ma che si articoli sulla definizione e l’impegno verso poche, ma adeguatamente selezionate, operazioni di trasformazione urbana, che costituiscano l’ossatura di un nuovo paesaggio urbano, di una geografia volontaria rinnovatafavorendo così la nascita di un sistema urbano policentrico
E’ chiaro, poi,  che tale processo può realizzarsi solo con un ottimo sistema di mobilità che permetta, quindi, un ottimo pendolarismo.
In definitiva, Paternò deve candidarsi come nuova polarità nell’area metropolitana diventando punto di riferimento per Belpasso, Nicolosi, Biancavilla, Adrano, Santa Maria di Licodia, Ragalna, Ramacca e Castel di Ludica (questi ultimi due oggi facenti parte dell’area del Calatino). Il ruolo di una nuova polarità, ovviamente, passa dalla quantità ma soprattutto dalla qualità dei servizi offerti. Un esempio virtuoso - forse l’unico - è rappresentato dalla piscina comunale che fino a qualche anno fa sembrava costituire un traguardo assurdo, ma che oggi è una realtà sana in grado di attirare a sè sportivi e osservatori; come il presepe vivente grande momento di socialità e di attrattività, la battaglia per mantenere aperto l’ospedale “S.Salvatore” altro importante tassello per la crescita di questa città.
La città metropolitana, dunque, può portare solo benefici; non ruba risorse ad altro ma è in grado di catalizzarne di nuove. Un invito e un segnale importante per Paternò sarebbe proprio quello di inserire nei propri organi di governo una specifica delega all’area metropolitana come segnale di grande consapevolezza, oltre che di un approccio innovativo alla politica nell’interesse supremo dei cittadini.
E’ emblematico pensare che la Cina lavori ad una megalopoli da 110 milioni di abitanti (Jing-Jin-Ji) impressionando il mondo con una tangenziale da 940 chilometri, mentre a noi sembrano un’infinità i soli 20 che ci distanziano da Catania. 
Usciamo, dunque, dal provincialismo e per la prima volta cerchiamo di essere promotori di una nuova visione di sviluppo e di crescita.

Dr. Alfio Marco Patanè (Urbanista)