sabato 8 febbraio 2014

Smart village, un termine che più si confà alle nostre realtà

L'identità prima di tutto. Non per essere "conservatori" o nostalgici, bensì per programmare uno sviluppo armonico ed evitare che i territori ed i loro abitanti "rigettino" gli interventi, siano essi di natura infrastrutturale, siano essi immateriali.

Per questo al concetto globalmente diffuso di "Smart Cities", ritengo opportuno affiancare, ed in alcuni casi sostituire, il concetto di "smart village" o "senseable village", secondo la linea già intrapresa dal professor Carlo Ratti, uno dei massimi studiosi del settore, che opera nel suo "Senseable City Lab" nella splendida Boston.

In pratica non si tratta semplicisticamente di cambiare il nome ad un concetto esistente, ma di agire in profondità, adattando alle dimensioni di territori che non si possono definire "città", i princìpi fondamentali per fare di quei territori delle aree "smart".

Smart Villages dunque, abitate da "smart community".
Anzitutto va detto che l'input va dato dalle Pubbliche Amministrazioni. Nota dolente, direte voi, dato il momento e la situazione attuale, soprattutto delle amministrazioni comunali rette, in molti casi, da commissari prefettizi. Ma se c'è una cosa che va fatta per "ripartire" è avere una "vision", un'idea di futuro, che vada ben oltre il limite temporale commissariale (due anni) o di un mandato di qualsiasi amministrazione democraticamente eletta.

Senza visione, è impossibile perseguire obiettivi di miglioramento di qualità della vita.

L'input che va dato, dicevo, è quello della pubblicazione di tutti gli "open data" possibili. E non mi riferisco al dato sugli emolumenti di un sindaco o di un funzionario, che pure sono importanti, ma che hanno fuorviato in questi anni, l'utilizzo degli "open data".

Parlo dei dati relativi al consumo del suolo, al consumo di acqua, ai parcheggi, alla quantità e tipologia di rifiuti prodotti, ai servizi di welfare, di trasporto, ecc.

La fruizione dei dati relativi alla "comunità" è la precondizione per pensare azioni "smart".

Un altro tassello fondamentale sono i "sensori" urbani. E non pensate a nulla di tecnologico. I sensori, sono i cittadini, coloro che interagendo sui principali social network (facebook, twitter, linkedin, Instagram, ecc...), in maniera inconsapevole esternano il livello di gradimento di un servizio o dell'ambiente urbano che li circonda.
Cittadini, terzo settore, imprese, esercenti, tutti concorrono, partecipando attivamente, alla costruzione delle "reti sensoriali" necessaria ad intelaiare programmi smart.

Dati, sensori e connessioni dunque, da questo si deve partire. Impossibile? Difficile? Forse, ma nei momenti di massima crisi ed accentuazione dei problemi, il vento del cambiamento può soffiare più forte. Vedremo.

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