martedì 21 gennaio 2014

La rivoluzione delle città metropolitane passa per i distretti dell’innovazione

In che modo i contesti urbani possono contribuire allo sviluppo economico di un territorio e di un intero sistema Paese? Secondo i tre studiosi Bruce Katz, Jennifer Bradley e Julie Wagner nella misura in cui sono in grado di costruire reti ravvicinate di relazioni tra soggetti produttivi, mondo della ricerca, istituzioni e “facilitatori dell’innovazione “ all’interno di un contesto vivibile, e ben infratrutturato. Il loro libro "The Metro Revolution: How Cities and Metros are Fixing our Broken Politics and Economy" prova infatti a mettere in relazione i recenti cambiamenti economici con il nuovo ruolo assunto dalle città. Un processo che tocca nel profondo anche il nostro Paese e che le nostre metropoli devono dimostrare di essere in grado di innescare o assecondare.
Una confluenza di cambiamenti economici, demografici e culturali sta modificando la geografia spaziale dell'innovazione. Molti poli d’innovazione su scala regionale legati quasi esclusivamente ai parchi industriali manifestano una evidente sofferenza, mentre la città e lo sviluppo tecnologico urban-oriented sta crescendo. Molti casi a livello mondiale rilevano che i modelli distrettuali centrati sulla città metropolitana sono il cuore dello sviluppo. 

Stiamo assistendo all’ascesa di un nuovo modello che Bruce Katz, Jennifer Bradley e Julie Wagner, nella loro ultima pubblicazione, chiamano il Distretto dell’Innovazione e che è caratterizzato dall’avere istituzioni chiave e all'avanguardia, imprese innovative con spin-off e start up che permettono la crescita di talenti, la promozione della collaborazione aperta, e offrono un ambiente accogliente e ricco di servizi peri residenti e i lavoratori.

I distretti dell'innovazione sono più piccoli dei loro predecessori, sia di quelli come la Silicon Valley che dei nostri distretti industriali, più compatti e rappresentano quello che Saskia Sassenchiama "cityness": l’insieme di usi della città che la rendono complessa, densa, un mix di ambiente fisico e sociale completamente integrato. 

Con l'ascesa del paradigma dell’open innovation e la generazione di idee in rete, l'imperativo della collaborazione è esteso a un ampio gruppo di settori ad alta intensità di conoscenza, tra cui campi scientifici e tecnologici. Nessuna singola azienda può padroneggiare tutte le conoscenze di cui ha bisogno, anzi, l'innovazione si basa su una rete di imprese collegate per cui le aziende devono collaborare per competere. Inoltre l’open innovation stessa ci insegna che imprese e persone debbano interagire nella costruzione fisica della città: i distretti dell’innovazione favoriscono la riprogettazione di edifici e spazi a sostegno dell’open innovation e forniscono una piattaforma fisica e sociale per la crescita imprenditoriale.

Ma quali sono le caratteristiche dei distretti dell’innovazione?

I tre pilastri dei distretti di innovazione, a detta di Katz, sono:
- Gli asset economici: sono i driver dell'innovazione e comprendo le istituzioni “ancora” ossia le grandi imprese o i centri di ricerca che possono fare da traino per lo sviluppo, le PMI , le start up, gli spin-off e gli imprenditori focalizzati sullo sviluppo di tecnologie d'avanguardia e di prodotti e servizi per il mercato. In questi asset rientrano anche quelli che gli autori chiamano “i coltivatori di innovazione”: le organizzazioni o gli enti che sostengono la crescita delle imprese ossia gli incubatori, gli acceleratori, gli uffici di trasferimento tecnologico, i centri per l'imprenditorialità sociale.
- Gli asset fisici: da un lato si tratta di spazi pubblici che diventano il terreno dell’ innovazione: l’arredo urbano, l’illuminazione, il paesaggio, le piazze, i parchi; dall’altro si intende il “sistema nervoso” del distretto ossia lo spazio digitale: reti wireless, fibre ottiche, computer e display digitali.
- Gli asset di rete: le attività di rete sono il tessuto connettivo tra attori-individui, imprese e istituzioni in un quartiere dell’innovazione. La decisione di fare del “networking” un asset a sé, è supportata da un crescente corpo di ricerca che rivela come le reti sono sempre più importanti in un sistema guidato dall’innovazione e in questo la storia della Silycon Valley aiuta.
L’intreccio di tali attività svolge un ruolo importante nella creazione di un ecosistema dove vige un rapporto sinergico tra l’innovazione, le imprese, il capitale umano (ricercatori, docenti, tecnici, dirigenti) e le risorse (fondi, attrezzature, tecnologia, supporto programmatico), che catalizza il processo e accelera l'innovazione.

Il lavoro di Katz, Bradley e Wagner ha individuato tre modelli generali, o tipologie di distretti dell'innovazione:
1) Il modello "ancora plus”: si tratta delle città di metropolitane, dove i distretti dell'innovazione sono sviluppati grazie alla presenza attiva di un importante “ancoraggio”, tipicamente un’Università o una grande azienda che fanno da motore per il distretto. Per esempio la Philadelphia University City (che ha come ancora l’Università di Pennsylvania, le Drexel University e la City University Science Center ); il caso San Diego ( dove troviamo il Salk Institute per gli Studi Biomedici , il Burnham Institute e la University of California) e Pittsburgh ( qui il distretto si sviluppa intorno alla costellazione della Carnegie Mellon University, l'Università di Pittsburgh e l'Università di Pittsburgh Medical center).
2) Il modello “ revitilising urban district” che troviamo in prossimità delle aree lungo mare o delle città portuali. Si tratta di rigenerazione di aree urbane degradate come per esempio il Seaport Boston , il Liverpool waterfront ecc. La prima area che gli autori hanno studiato per individuare questo modello è stata la città di Barcellona quando tutta la zona nord è stata riprogettata e questo ha portato ad avere una nuova immagine della città.
3) Il modello del "parco scientifico urbanizzato" dove troviamo come esempi la Route 128 fuori Boston, il corridoio Dulles fuori Washington DC e la stessa Silicon Valley.

Il Distretto dell’Innovazione è stato studiato soprattutto nelle città americane, ma Katz e Wagner hanno individuato quale dei modelli farebbe al caso delle città italiane nelle quali il modello del distretto industriale deve necessariamente essere rivitalizzato. Si tratta del primo modello, quello definito “ancora plus”, considerato per loro quello più funzionante anche nelle città americane. Alcune città metropolitane italiane hanno Università e centri di ricerca che possono fare da traino, anche se, gli autori hanno sottolineato come ci sia bisogno di una forte volontà politica per investire in ricerca e innovazione, in modo che queste istituzioni possano davvero fare da ancora per un distretto innovativo. Negli Stati Uniti le Università non si occupano solo di formazione, ma grazie agli investimenti del governo in ricerca riescono a occuparsi di imprenditorialità, divenendo attori centrali della produzione di crescita e innovazione. La questione delle risorse dunque è centrale anche per lo sviluppo di distretti in aree metropolitane italiane. La volontà politica rimane alla base della costruzione di un qualsiasi distretto dell’innovazione.

(tratto da http://smartinnovation.forumpa.it/)

mercoledì 15 gennaio 2014

Le scorie a noi, le glorie agli altri

Veduta del Porto di Gioia T.
candidato ad accogliere le armi chimiche siriane
Al Porto di Piombino sono iniziati i lavori di adeguamento strutturale che serviranno a rafforzare la candidatura della cittadina toscana come destinazione finale della Costa Concordia da smantellare.
In Europa inoltre, ci sono circa mille carcasse simili che attendono dei porti dove poter essere smantellate. Si prospetta dunque un futuro roseo per l'hinterland di Piombino, dove la politica è stata pronta a cogliere l'opportunità data perfino da una sciagura come il naufragio di una nave da crociera!
Mille chilometri più giù invece attendiamo a giorni, ormai sembra scontato, l'arrivo di navi cariche di armi chimiche siriane del dittatore Bashar Al Assad, destinate alla distruzione.
Ondivaga la ministra Emma Bonino sul porto che sarà scelto per stoccare i 150 container che saranno poi trasferiti su una nave americana che provvederà a distruggerle in acque internazionali nel Mediterraneo.
Intanto viene da chiedersi: perchè nel Mediterraneo che è un mare chiuso? E non in un Oceano?
Ovviamente il tutto sarà coperto dal "segreto militare" e nessuno saprà niente fino a fatto avvenuto. Solo domani, pare, sapremo quale sarà il "fortunatissimo" porto scelto per accogliere quei veleni. Ho come la sensazione che Gioia Tauro sia tra le scelte più accreditate, perchè per stessa ammissione del ministro i criteri che guideranno la scelta saranno "il pescaggio, la capienza del porto e la lontananza o la vicinanza dal centro abitato".
Spero di sbagliarmi, ma se così non fosse sarebbe un'ulteriore conferma di quanto poco valiamo. Non che ce ne sia bisogno, sia chiaro.
Della benevolenza di tutti i governi nei confronti di questa Terra, soprattutto in tema di rifiuti e veleni sotterrati o sommersi, siamo tutti consapevoli.
Per quanto tempo ancora saremo considerati una pattumiera? Per quanto tempo le cose belle, i progetti sani che creano ricchezza o condizioni di vita migliore saranno proposti ad altri e non a noi?
Per quanto tempo ancora ci lasceremo guidare da una classe dirigente che a tutto pensa tranne che al futuro di questa terra?
Perchè Piombino e non Vibo Marina, o Saline, o Crotone?
La nostra condizione di marginalità come potrà essere ribaltata se ogni provvedimento è un colpo inferto con violenza su ferite ancora aperte?
Un caro amico, il Luogotenente dell'Arma Cosimo Sframeli, oggi ha postato su facebook una frase di altissimo valore. Ha scritto:
 "Meglio gli insegnamenti. Sancire una punizione è molto più facile e sbrigativo dell'applicazione di tempo, parole, intelligenza e cuore per entrare in dialogo. Facilmente si può scivolare sul binario gratificare e punire, come se la vita fosse un quiz e quello che ci sta dentro materiale ingombrante. A volte si può cogliere l'immediato. Una punizione può risultare sorda e assordante. Una parola intelligente e cordiale ha l'effetto del miele".
Ecco, la nostra terra è costantemente punita. In pochi, pochissimi, hanno scelto la via dell'insegnamento. E' stato molto più facile emarginare, criminalizzare, trasformare l'intero Meridione in una pattumiera, con la diretta e consapevole complicità di gente senza scrupoli che hanno venduto la propria vita e la propria dignità per denaro a pezzi dello Stato malati ed ugualmente senza scrupoli.
I pochi hanno scelto per i molti. E' ora di cambiare. I molti devono decidere per i molti, affossare i pochi che hanno strangolato le speranze di questa terra e far rifiorire una nuova stagione fondata sulla libertà, sulla partecipazione, sui diritti e sul lavoro!!!
"Se riusciremo a vedere le nuove aurore, allora ci compiaceremo con noi stessi della battaglia combattuta col solo rimanere in piedi, nella resa generale" (Filippo Turati).

venerdì 10 gennaio 2014

Città eco-sostenibili, bisogna crederci fino in fondo

L’Istat ha pubblicato nei giorni scorsi, all’interno della rilevazione “Dati ambientali nelle città”, un focus sulle utilities ambientali (rifiuti, acqua, energia) e sulle policy di eco management applicate dalle amministrazioni provinciali. Le rilevazioni statistiche, se lette trasversalmente con metodo qualitativo, vengono in aiuto a chi, come noi, si occupa di indagare un fenomeno rilevandone le progressioni. Prendiamo i numeri e facciamo il punto.

Oggi sappiamo che gestire in modo eco-sostenibile l’ambiente urbano non solo è possibile, ma doveroso. I consumi devono calare se si vuole intraprendere il percorso di trasformazione in una Smart City. L’Italia è uno dei Paesi che consuma più acqua a livello globale; i nostri rifiuti sono troppi (10.277.324 tonnellate) : con più di 560 Kg per abitante superiamo la media europea (calcolata da Eurostat e ISPRA) di 502 kg. E l’illuminazione urbana? I lampioni ai vapori di mercurio o a incandescenza la fanno ancora da padrone. Come scrivevamo su queste pagine, più del 60% dei Comuni con oltre 100mila abitanti sta scegliendo la strada smart. Questa percentuale però non ci dice come le città italiane si stiano attivando per attuare politiche volte al risparmio energetico, idrico o a una corretta gestione dei rifiuti. Non bisogna nemmeno rientrare in quel 60% per attuare delle soluzioni urbane che più del paradigma, è il buon senso a dettare. Vediamo quindi a che punto siamo e, è il caso di dirlo, facciamo un po’ di luce.

Luci e ombre eco-compatibili

Ancora lontano l’obiettivo dalla completa dismissione delle illuminazioni ritenute inquinanti previsto a livello europeo: nel 2012 in 39 capoluoghi i lampioni con lampade ai vapori di mercurio o a incandescenza rappresentano ancora più del 20% dei punti luce e 20 tra queste città dovrebbero dimettere le lampade di almeno un lampione su tre. Tra i grandi comuni, solo a Genova sono presenti lampioni fotovoltaici (1‰). La città, insieme a Trieste, Milano e Torino, rientra tra i capoluoghi con quota di punti illuminanti a luce schermata superiore al 50%; a Bari e Cagliari questi rappresentano la totalità dei punti luce e, all’opposto, Venezia, Padova e Verona non dispongono di questa tipologia di illuminazione pubblica. Palermo, Bologna, Catania e Messina dovrebbero sostituire le lampade di almeno un punto luce su due perché del tipo più inquinate, mentre Cagliari le ha già completamente eliminate e Trieste, Verona e Bari sono molto vicine all’obiettivo.

Tuttavia c’è una sensibilità diffusa in merito all’illuminazione stradale: azioni volte al miglioramento dell’efficienza energetica sono applicate in 80 capoluoghi (erano 68 nel 2011) e misure per la riduzione e/o la prevenzione dell’inquinamento luminoso coinvolgono 74 comuni. Crescono i punti illuminanti ( +3%), quelli fotovoltaici (+ 6,3%) e quelli schermati (+3,8%).

Eco management, cresce la pianificazione ambientale condivisa

La progettazione partecipata, il bilancio ambientale(o rapporto ambientale) e il bilancio sociale, possono essere considerati indicatori della trasparenza della gestione socio-ambientale e del coinvolgimento della cittadinanza, nella programmazione e rendicontazione delle politiche. Su questo ambito c’è ancora molto da lavorare, ma cresce il numero dei comuni che si avvale di questi strumenti: forme di progettazione partecipata (che prima del 2011 si rilevano in 59 comuni), risultano applicate in 67 capoluoghi alla fine del 2012; nello stesso periodo la diffusione del bilancio ambientale è passata da 40 a 49 capoluoghi e quella del bilancio sociale da 49 a 56. Piccoli numeri che evidenziano un buon trend. La progettazione partecipata è quella maggiormente diffusa tra i capoluoghi (45 comuni): nel 42,6% del Nord e nel 45,5% del Centro, per diminuire al 31,9% tra i capoluoghi del Mezzogiorno. Il bilancio sociale è stato adottato, invece, in 21 comuni, in poco più di un quarto dei capoluoghi del Nord e in circa il 13% di quelli del Centro e del Mezzogiorno; quello ambientale in 20 comuni con quote omogenee (intorno al 20%) in tutte le ripartizioni. In questo quadro spicca Bologna che applica tutti e tre gli strumenti considerati nella ricerca.

Soluzioni per una gestione eco-sostenibile dei rifiuti

Lungo la strada verso la smart city si incontrano diversi strumenti e attività che i comuni possono utilizzare per incentivare il corretto conferimento dei rifiuti. Non necessariamente soluzioni tecnologiche, consideriamo ad esempio un regolamento per la gestione dei rifiuti urbani, il ritiro su chiamata degli ingombranti, interventi programmati di raccolta dei rifiuti abbandonati, l’utilizzo di stazione ecologica mobile, la presenza di isole ecologiche e la presenza di servizi di raccolta porta a porta. Sono proposte concrete da non sottovalutare per una gestione eco-sostenibile dei rifiuti urbani e le nostre province sembrano averlo capito bene.

Nel 2012 sono 104 i capoluoghi che dispongono di un regolamento per la gestione dei rifiuti urbani, mentre 61 i capoluoghi di provincia che hanno attivato almeno un’agevolazione per le utenze domestiche che effettuano l’autocompostaggio (erano 49 nel 2009) e tra questi 45 le hanno mantenute con continuità. Un incentivo alla raccolta differenziata dell’umido, in questo caso, che piace molto al Nord (57,4%) mentre al Centro e nel Mezzogiorno si preferisce distribuire gratuitamente la compostiera, che istallata nei giardini condominiali o nei parchi trasforma il rifiuto organico in fertilizzante naturale.

Uno dei servizi più diffusi tra i capoluoghi è il ritiro su chiamata dei rifiuti ingombranti, presente nel 2012 in 107 città: nella quasi totalità di quelle del Nord (97,9%), in tutte quelle del Centro e nell’84,4% dei capoluoghi del Mezzogiorno. In 99 capoluoghi è attivo un servizio di "raccolta porta a porta", almeno per parte delle utenze e delle tipologie di rifiuto. Nel 2012 in 104 capoluoghi è presente e funzionante almeno un centro di raccolta (o isola, erano 94 nel 2009) e 34 dispongono di stazioni mobili (in 29 capoluoghi sono attivi entrambi i servizi). Complessivamente nel 2012 nei capoluoghi di provincia sono attive 243 isole ecologiche, con situazioni molto differenziate tra i diversi contesti locali.

C’è infine da rilevare che sono 11 i comuni capoluogo di provincia che hanno raggiunto l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata per la fine del 2012, come indicato dal Decreto 152/2006 art. 205 : ai comuni che avevano già raggiunto il risultato negli anni precedenti si aggiungono Vercelli (67,7), Udine (65,8), Oristano (65,1) e Benevento (65) che centrano l’obiettivo proprio nel 2012.

14 invece i capoluoghi che non raggiungono nel 2012 il 15% di differenziata: 8 dei nove siciliani (solo Ragusa raggiunge il 19,9%, con un incremento di 3,1 punti percentuali rispetto al 2011), i due capoluoghi molisani e Foggia. A Catanzaro, Vibo Valentia, Taranto Siracusa e Messina, la quota di raccolta differenziata è addirittura scesa rispetto all’anno precedente.

Acqua, erogazione fortemente inefficiente

Prosegue la contrazione dei consumi di acqua per uso domestico: da 206 litri/abitante/giorno del 2001 a 172 del 2012. Tuttavia nel nostro Paese la dispersione dal momento dell’immissione nella rete comunale, al momento in cui l’acqua raggiunge l’utente finale è elevata (33,9%).Praticamente dei 403 litri immessi se ne erogano 267. Questa forte dispersione è presente in più del 80% dei Comuni. Ricordiamo che D.P.C.M del 4 Marzo 1996, indica che tali perdite non devono superare il 20%. C’è allora evidentemente una criticità che va affrontata. Inoltre ancora in 14 comuni si ricorre a misure di razionamento nella distribuzione dell'acqua per uso civile domestico. Soluzioni innovative che monitorino il flusso idrico, potrebbero in questo caso sopperire a quello che è uno spreco di risorse per una città.

Energia, tendenza rinnovabile

Il piano relativo all’uso delle fonti rinnovabili di energia – Pec viene approvato in 49 comuni, tra questi anche Biella, Lecco, Lodi, Mantova, Macerata e Carbonia che non erano tenuti a farlo (la legge n10/1991 infatti obbliga solo i Comuni con popolazione superiore ai 50mila abitanti ad adottare all’interno del proprio Piano regolatore generale, il PEC). Le amministrazioni comunali incrementano la produzione di energia da fonte rinnovabile: la potenza installata per gli impianti fotovoltaici raggiunge i 2,4 kW ogni 1.000 abitanti (+22% rispetto all’anno precedente); per il solare termico, ogni 1.000 abitanti, sono circa 1,3 m2 di pannelli installati sugli edifici comunali (+3,8%). Sono 77 le città che dichiarano di aver installato pannelli solari termici su edifici di proprietà del comune, 6 in più rispetto al 2011. Nel corso dell’ultimo anno hanno fatto ricorso per la prima volta a questa forma di produzione di energia da fonte rinnovabile le amministrazioni di Brescia, Massa, Pescara, Barletta, Lecce e Potenza .

Mobilità, nessuna novità

I mezzi alimentati a benzina e/o gasolio rappresentano ancora circa l’82% del parco veicoli delle nostre amministrazioni. Una tendenza negativa, che segna addirittura un incremento, nonostante si possano rilevare quote superiori alla media. Reggio Emilia con il 53,3% dei mezzi a basso impatto ambientale spicca in questo quadro, dimostrandosi un’eccellenza del territorio.

(tratto da http://smartinnovation.forumpa.it)

giovedì 9 gennaio 2014

Trasporto pubblico locale: aumentano i biglietti, diminuiscono i servizi

Il sistema di trasporto pubblico locale è al collasso, la qualità e qualità dei treni è in costante diminuzione e l’unica risposta che si riesce a mettere in campo è quella dell’aumento del costo del biglietto.
Con l'arrivo del nuovo anno infatti, i pendolari hanno trovato un aumento considerevole del costo di biglietto ed abbonamento sia per i treni regionali sia per gli autobus di linea.
Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare una regione che vuole incentivare l'uso del mezzo di trasporto collettivo.
In un momento di crisi ed in una fase storica in cui l'Anas, con la realizzazione delle rotatorie sulla SS106 l'ha praticamente declassata a strada urbana, il treno poteva e doveva rappresentare un'alternativa privilegiata per il trasporto di studenti e pendolari. 
L'aumento dei costi, peraltro, non è accompagnato da alcun miglioramento del servizio, anzi, si torna indietro nel tempo, poiché il nuovo biglietto non consente l'intermodalità del trasporto, treno+bus, per il mancato rinnovo della convenzione con l'ATAM.
E va aggiunto che i treni sono le vetuste "littorine" che spesso sono superaffollate e senza controllore, il che non aiuta a combattere il diffuso fenomeno di evasione ed elusione.
A tal proposito non si comprende come mai, nonostante da un decennio siano stati realizzati, con grandi costi economici ed ambientali, i lavori di elettrificazione della rete ferroviaria fino alla stazione di Melito di Porto Salvo, i treni che servono la tratta siano ancora i vecchi e fumosi diesel.
Nella prospettiva della Città Metropolitana, che però sembra allontanarsi dopo gli ultimi provvedimenti governativi, il trasporto pubblico locale dovrebbe rappresentare uno dei "pilastri" su cui fondarla nei fatti. 
Operazioni come questa, sommata alle altre di carattere organizzativo e di errata pianificazione di orari e frequenza, allontanano di molto l'ora in cui l'idea di sistema urbano integrato tra Melito (Area Grecanica/Locride) e Reggio Calabria (Area dello Stretto) diverrà realtà.