domenica 28 dicembre 2014

Terremoto e ricostruzione antisismica: il black-out del secondo dopoguerra.

Per le sue caratteristiche strutturali la città di Reggio Calabria presenta diverse fonti di rischio naturale. Tra questi, storicamente provato è il rischio sismico.
La sismicità storica della città si evince dagli archivi storici e dai dati accumulati in decenni di studio sulla pericolosità sismica locale.
Il territorio comunale è classificato secondo l’OPCM 3274/2003 come Zona 1 di pericolosità, cioè la zona più pericolosa dove possono verificarsi forti eventi sismici.
L’evento più tragico fu quello del 28 dicembre 1908. Alle 5.20 del mattino la città, unitamente alla dirimpettaia Messina, fu svegliata da un terremoto di 7,2 di Magnitudo e XI grado della Scala Mercalli con successivo tsunami e che è stato una delle più gravi catastrofi sismiche che si sono verificate in Italia.
La scossa provocò la distruzione quasi completa delle città di Messina e di Reggio Calabria, interessando con i suoi effetti più gravi un’area di 6000 kmq. Le caratteristiche dei terreni di fondazione e la qualità delle costruzioni determinarono la gravità dei danni osservati. A Messina, la parte vecchia ed in particolare la parte bassa e pianeggiante della città, fondata sulle sabbie subì i danni più gravi. Furono distrutti molti importanti edifici, tra questi la famosa “Palazzata”, la sequenza di edifici che costeggia il porto, già distrutta e ricostruita dopo il terremoto del 1783. Danni gravissimi si registrarono in numerosi paesi e piccoli centri dell’entroterra sia messinese che reggino. La scossa fu seguita circa dieci minuti dopo da una devastante onda di maremoto, che produsse ulteriori danni e vittime. 
Per la vastità dell’area coinvolta e per le conseguenze, l’evento condizionò per anni l’economia e le dinamiche demografiche delle aree colpite, che furono caratterizzate da un momentaneo spopolamento al quale seguì un flusso migratorio richiamato dalla richiesta di manodopera necessaria alla ricostruzione. 
Il terremoto del 1908 segna l’inizio dell’azione dello Stato italiano per la riduzione degli effetti degli eventi sismici, attraverso l’introduzione della classificazione sismica del territorio e l’applicazione di specifiche norme per le costruzioni nei territori classificati. E’ del 1909, infatti, il primo Regio Decreto contenente norme valide per l’intero territorio nazionale.

Un’immagine di Reggio dopo il sisma del 1908
Ma l’attività sismica in riva allo Stretto nel corso dell’ultimo secolo è stata rilevante. L’evento più importante fu il terremoto del 16 Gennaio 1975 che ebbe un potenziale di 4.7 di magnitudo, il più forte sisma che ha colpito lo stretto dopo il 1908.
Ma oltre la pericolosità locale, considerevole è il dato relativo alla vulnerabilità degli edifici e delle infrastrutture.
Il “rapporto Barberi”, risalente alla fine degli anni ’90, traccia un profilo drammatico sull’inadeguatezza degli edifici, soprattutto scolastici e risulta ormai datato oltre che disatteso in termini di interventi di mitigazione.
Secondo una recente ricerca effettuata dall’Università Mediterranea oltre il 50% degli edifici in riva allo Stretto sarebbe gravemente danneggiato in caso di terremoto di magnitudo 7.1.

La ricostruzione in chiave “antisismica” della città

Nella fase della ricostruzione della città di Reggio Calabria dopo il sisma del 1908 vennero sperimentate nuove tecniche costruttive antisismiche, tra cui la tecnica baraccata, la muratura confinata (o intelaiata) e i sistemi prefabbricati. 
La pianta della ricostruzione
Con riferimento a quest’ultima, già a partire dal 1910 si diffuse una nuova tipologia di “prefabbricazione” che prevedeva la realizzazione di un sistema strutturale formato da travi e pilastri in conglomerato cementizio che conglobavano al loro interno delle travature reticolari metalliche. Questa consisteva nella realizzazione di un sistema di travature reticolari spaziali (tralicci metallici) lungo lo sviluppo dei pilastri e delle travi principali e successivamente, dopo opportuna casseratura e la realizzazione della muratura, di un getto “avvolgente” di calcestruzzo. 
La tecnica costruttiva, utilizzata nella città di Reggio Calabria soprattutto nel primo periodo della ricostruzione post-sismica, potrebbe essere confusa, da occhi poco esperti, con la struttura intelaiata in c.a. ma si tratta in realtà di una tecnologia innovativa per il periodo. 
La memoria descrive tale tipologia costruttiva e, con riferimento a un edificio scolastico, l’Istituto “R. Piria” di Reggio Calabria, riporta i risultati delle indagini pacometriche condotte su alcuni elementi strutturali (pilastri e travi) con l’obiettivo di ricercare la posizione e l’andamento delle “armature” rappresentate dai tralicci metallici annegati all’interno dei getti di conglomerato cementizio.

L'edificio scolastico "R.Piria" di Reggio Calabria
Dalla documentazione reperita presso l’Archivio Storico di Reggio Calabria, il progetto prevedeva la realizzazione di un “reticolato di muri di fondazione … tali muri saranno in muratura listata costituiti da tre strati di muratura di pietrame e malta idraulica … ed alti ciascuno metri 0.78, ed altri tre strati di conglomerato cementizio alti ciascuno metri 0.30 … su detto reticolato di muratura sarà impiantato il telaio di fondazione costituito da un reticolato di travi in cemento armato, dai nodi dei quali sorgeranno i montanti … La trave in parola sarà armata con quattro tondi da 31 mm di diametro e da staffe di millimetri 50x6 – I predetti tondi saranno poi legati alle sbarre del traliccio in esse travi annegate; il traliccio costituente il montante, nel tratto che va dal telaio di fondazione al pavimento del pianoterra, sarà costituito da cantonali da 90x90/9 e da diagonali di mm 50x6 …”
Il progetto prevedeva la collocazione, all’interno di pilastri e travi dei piani superiori, di tralicci metallici costituiti da 4 angolari ad L a lati uguali collegati tra loro da ferri piatti 30x5 mediate chiodatura.
La tecnica suddetta è stata impiegata anche per la realizzazione di edifici privati, soprattutto sul waterfront e nel centro storico (studi R. Pucinotti).
L'armatura dell'edificio
L'impianto urbanistico e le tecniche costruttive però perdono i loro caratteri nei decenni successivi, finita la spinta della ricostruzione "guidata" dal piano, allorquando l'espansione urbana diviene incontrollabile per via della crescita demografica e della polverizzazione della proprietà fondiaria.
Si inizia così a costruire senza un criterio, senza un disegno, senza che sia il pubblico a governare i processi di trasformazione.
Un black-out che è valso alla città di Reggio quell'infame primato di abusivismo edilizio e l'altrettanto scomodo collocamento in fondo alle classifiche sulla qualità della vita tra le città italiane.
Sembra alquanto difficile oggi intervenire in maniera drastica su una città densa e consolidata. Provocatoriamente, solo un'autorità superiore, un novello Barone Haussmann, un plenipotenziario con l'obiettivo di ridare sicurezza e decoro alla città, potrebbe "sventrare", abbattere, cancellare i guasti di decenni di deroghe, occhi chiusi, mazzette e chissà quali altri impicci.
Ciò a cui tutti dobbiamo limitarci (ma non è poco, se fatto bene) è praticare una seria azione di mitigazione del rischio.

Veduta panoramica della periferia sud della città. 
Un’efficace strategia di mitigazione del rischio sismico richiede innanzitutto un costante impegno volto a migliorare le conoscenze sulle cause del fenomeno, ad approfondire gli studi sul comportamento delle strutture sottoposte alle azioni sismiche e a migliorare gli interventi in emergenza. 
Il rischio sismico, infatti, oltre che al verificarsi del fenomeno fisico, è indissolubilmente legato alla presenza dell’uomo. 
Poiché non è possibile prevedere il verificarsi dei terremoti, l’unica strategia applicabile è quella di limitare gli effetti del fenomeno sull’ambiente antropizzato, attuando adeguate politiche di prevenzione e riduzione del rischio sismico. 
In particolare: 
- migliorando la conoscenza del fenomeno, anche attraverso il monitoraggio del territorio e valutando adeguatamente il pericolo a cui è esposto il patrimonio abitativo, la popolazione e i sistemi infrastrutturali; 
- attuando politiche di riduzione della vulnerabilità dell’edilizia più antica, degli edifici “strategici” (scuole, ospedali, strutture adibite alla gestione dell’emergenza), attraverso un’ottimizzazione delle risorse utilizzate per il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio; 
- aggiornando la classificazione sismica e la normativa; 
- utilizzando al meglio gli strumenti ordinari di pianificazione, per conseguire nel tempo un riassetto del territorio che tenga conto del rischio sismico e per migliorare l’operatività e lo standard di gestione dell’emergenza a seguito di un terremoto; 
- intervenendo sulla popolazione con una costante e incisiva azione di informazione e sensibilizzazione. 
La riduzione del rischio sismico non si risolve solo con norme e leggi. L’azione dello Stato deve essere accompagnata dalla funzione attiva dei cittadini, resi consapevoli delle caratteristiche di sismicità del territorio in cui vivono, per lo sviluppo di una efficace prevenzione degli effetti del terremoto, a partire dal recupero in chiave antisismica dell’edilizia esistente. 
La consapevolezza si diffonde attraverso campagne di informazione, attività di educazione e didattica nelle scuole ed attraverso il recupero della memoria storica e tecnico-scientifica sulle conseguenze dei maggiori terremoti italiani. Fondamentale, inoltre, la conoscenza delle principali norme di comportamento da tenersi prima, durante e dopo un terremoto, che possono aiutare a mitigare le conseguenze del terremoto sulla popolazione.

martedì 2 dicembre 2014

Due anni e mezzo dopo ma "giustizia è fatta"!

Mi verrebbe da dire "dove eravamo rimasti?". Non voglio però azzardare paragoni tra la mia vicenda e quella del grande ed indimenticabile Enzo Tortora. La frase però è calzante ed anche se in maniera beffarda esprime pienamente il sentimento che oggi trabocca dal mio animo e da quello delle persone che sinceramente mi sono state vicine in questi anni esortandomi a non lasciarmi abbattere, a credere nella giustizia, a far valere le mie ragioni.
"C'è un giudice a Berlino" è un vecchio modo di dire nato dalla vicenda di un mugnaio di Potsdam, in Germania, rimasto senza mulino ma che alla fine ebbe giustizia. Ora possiamo dire, con orgoglio, che c'è un giudice anche a Roma.
E questo giudice, con parole adamantine, demolisce dalle fondamenta la relazione di accesso che ha portato allo scioglimento del Consiglio Comunale da me guidato.
Una sentenza di 25 pagine che entra nel merito della questione stabilendo che "l'infondatezza dei presupposti posti alla base del Decreto di scioglimento" e l'insussistenza di quegli elementi concreti, univoci e rilevanti" richiesti dalla norma per procedere alla rimozione degli amministratori.
Ma vi sono contenuti molti altri passaggi che censurano fortemente l'impianto del Decreto di scioglimento e l'impostazione che, a detta dei giudici del TAR Lazio, esula dalla ragione precipua della norma: intervenire laddove "realmente" sia accertato un problema di ordine pubblico e di condizionamento tale da pregiudicare le libertà democratiche di una comunità.
Scioglimento cioè come "extrema ratio", come decisione che alla base deve avere motivi validi e non sospetti o fumosità e speciosità.
La soddisfazione personale è infinita. Un 25 Aprile del cuore! Per me, per i miei compagni, per il paese intero, al quale è sempre andato il mio pensiero.
Il ricorso, comprensivo dei motivi aggiunti e fortemente supportato da allegati e delibere oltre che dalla difesa dell’integrità morale e della condotta corretta e trasparente è stato accolto nonostante l’avvocatura dello Stato, durante l’udienza, avesse eccepito, come unico motivo di difesa del Decreto, un supposto “venir meno dell’interesse” a discutere il ricorso, poiché nel frattempo il periodo di commissariamento è terminato ed in seguito alle elezioni amministrative, a Bagaladi si è insediata una nuova amministrazione. 
La difesa ha però ribadito che l’interesse a discutere ed arrivare ad un giudizio esisteva e consisteva nella irremovibile volontà dei ricorrenti di chiedere l’annullamento del decreto di scioglimento per ridare decoro e dignità alle persone, alla loro azione amministrativa, ed al paese. Inoltre, non essendo concluso il mandato naturale dell'amministrazione, in scadenza la prossima primavera, l'interesse ad avere "giustizia" era ancora maggiore.
I giudici hanno ritenuto fondati i motivi del ricorso ed hanno emesso una sentenza che non esito a definire "storica" poichè richiama ad una maggiore accuratezza l'azione repressiva, che giustamente va compiuta laddove vengono ravvisati i presupposti per farlo, ma non può diventare regola assoluta rischiando così che passi il principio che si può sospendere la democrazia sulla base del "nulla".
Ed infatti, in un passaggio fondamentale delle motivazioni si legge che l'utilizzo indiscriminato di questa norma appare più come una "ingerenza dello Stato nelle realtà locali".
Nei prossimi giorni terremo una conferenza stampa ed un incontro pubblico con i cittadini per parlare di questa vicenda "buia" che si conclude con l'affermazione delle nostre ragioni. Ragioni che abbiamo sempre sostenuto fin dall'inizio e forti delle quali abbiamo atteso trenta mesi, pazientemente, che la verità venisse ristabilita.
Lo dovevo a me stesso, lo dovevo al paese, lo dovevo a mio padre ed a quanti, anche solo per un attimo, hanno avuto dubbi sulla mia e sulla nostra condotta.

venerdì 14 novembre 2014

Dissesto idrogeologico, una metastasi nazionale

I disastri di questi giorni, gli allagamenti, le frane, l'esondazione di fiumi, torrenti e canali, sono il chiaro indicatore dello stato di salute precaria in cui versa il territorio.
La metastasi del dissesto idrogeologico interessa ormai l'intero stivale, da Nord a Sud, a riprova del fatto che, almeno questa, non è solo una "questione meridionale", ma colpisce ovunque non si faccia manutenzione, prevenzione dei rischi, ovunque non si investa in questo senso.
I problemi di bilancio sono la principale causa di queste carenze. Il fatto poi che i pochi soldi che ci sono si spendano male, è il secondo grande problema.
Come si può far comprendere un concetto come la "resilienza" a chi è impegnato a destinare somme alle sagre di paese, sottraendole alla sicurezza del territorio, incosciente del fatto che se non si tutela il territorio, se non si mettono in sicurezza gli abitati e le strade di collegamento, tutto il resto è superfluo?

Posto qui a tal proposito l'intervento di Marco Boschini, dell'Associazione Comuni Virtuosi.

"Siamo in guerra. Lo siamo da tempo e lo accettiamo, impotenti. Ce lo dicono le cronache dei notiziari quasi ogni settimana, da autunno a primavera inoltrata. Gli eserciti ci invadono da terra, via mare, dalle montagne. Ci travolgono nei nostri letti mentre dormiamo. Ci uccidono nei capannoni dove ogni giorno portiamo avanti il lavoro. Sparano munizioni che non lasciano scampo: frane, esondazioni, terremoti…
Hanno alleati a cui avremmo affidato la nostra sicurezza: politica,istituzioni locali, partiti. Che invece si rimpallano ogni volta responsabilità e dichiarazioni a favore di telecamere. Cambiano i nomi dei morti, gli scenari dei paesi bombardati. Non il canovaccio della storia. Case costruite dove non si sarebbe dovuto. Mancata prevenzione e cura del territorio. Disorganizzazione nel gestire l’emergenza. Polemiche, dolore, altri morti.
Io non voglio entrare qui nel merito di questioni per cui ci battiamo da un decennio: opere utili, opere meno utili. Se fossimo un Paese normale si potrebbero fare un sacco di cose, ma non lo siamo. Non è così. L’Italia è un Paese malato, un Paese in guerra. Invece di procedere con lo Sblocca Italia e tutte le altre sicuramente (?) utilissime opere pubbliche dovremmo davvero fermarci. Porre un freno, uno stop.
Avere il coraggio di sospendere tutte le grandi opere previste nei prossimi anni e concentrarsi “solo” ed esclusivamente sul dissesto idrogeologico. Lo faccia Renzi, che ha così smania di cambiare questo Paese in meglio. Lo facciano i governatori di regione e i sindaci sparsi nel territorio.
Siano il nostro esercito della salvezza. Agiscano subito, perché è già troppo tardi. Perché stiamo perdendo
".

martedì 14 ottobre 2014

L'Italia dell'emergenza continua: un Paese per vecchi!

Le mie parole del post precedente sono state purtroppo prontamente confermate dagli eventi catastrofici che si sono abbattuti sulla città di Genova.
Il capoluogo ligure è considerato una smart city. Nel corso degli ultimi anni ha vinto bandi europei ed ottenuto finanziamenti per realizzare smart grids a scala urbana e da ultimo, in ordine di tempo, è stata selezionata insieme ad altre 5 città europee per il progetto pilota "Transform", un ambizioso programma che si propone di costruire, sperimentandolo su alcune città appunto, un percorso che sia replicabile poi per le altre città in modo da renderle tutte "smart".
Genova però è stata scossa da un evento meteorologico, importante, ma non biblico, che ha in pochissimo tempo riportato la città ad una realtà ben diversa e che una "smart city" non può ignorare.
Quando nel post precedente parlavo di tecnologia che deve essere messa al servizio della collettività ma che da sola non può bastare a rendere intelligente una città, mi riferivo proprio a questo.
Nessun processo si vuole fare qui, se vi sono ipotesi di reato verranno contestate nei luoghi e nei modi giusti. Io affermo solamente un principio: non ci si può beare di conquiste importanti ma che diventano superflue quando non si riesce a garantire la sicurezza delle persone e delle cose.
Il dissesto idrogeologico naturale ed indotto dovrebbe essere il nemico numero uno di chi amministra la cosa pubblica, ma le voci di bilancio, da quello statale in giù, dedicate a questa lotta, non superano di molto le spese di cancelleria delle stesse amministrazioni.
Tutto questo non è più tollerabile! Abbiamo un territorio marcio, e pensiamo a fare opere pubbliche faraoniche ed alquanto inutili. Occorre ripensare alle priorità!
Abbiamo visto tutti le immagini dei torrenti cementificati e coperti di Genova. Lo stesso accade a Reggio Calabria, a Messina ed in altre città densamente popolate, in cui nei decenni passati si è sensibilmente ristretto l'alveo naturale dei torrenti sottraendo pianure alluvionali per destinarle alla lucrosa attività edilizia. Molto spesso è stato lo Stato a scippare terreno ai torrenti, come nel caso di Reggio in cui Ce.Dir., Palazzo di vetro della Provincia e Nuovo Tribunale (ancora in costruzione) sono stati costruiti in quello che era il greto della Fiumara Calopinace, o la famigerata Casa dello Studente mai completata ed arrugginita in pieno alveo dell'Annunziata. 
Città che proseguono su questa scia non potranno mai essere definite "smart", nonostante l'installazione di milioni di sensori e di reti ipertecnologiche!
Certo sarà difficile abbattere la città consolidata per restituire al torrente ciò che è suo di diritto, ma qualcosa andrà pur fatta, in termini di prevenzione, di allertamento, di mitigazione del rischio. In questo la tecnologia può giocare un ruolo importante. Può servire, certo, ma solo se usata correttamente ed in modo produttivo, altrimenti è un mero esercizio di vanità. Come possedere un iphone da 800 € ed utilizzarlo esclusivamente per fare dei selfie, magari davanti allo specchio del bagno...
Prevedere i fenomeni, allertare la popolazione, diffondere bollettini, notizie, provvedimenti presi dalle autorità, inviare messaggi ed istruzioni comportamentali. Tutto questo si può fare, anzi, si deve fare, attraverso gli strumenti che oggi "TUTTI" abbiamo a disposizione: gli smartphone, sui quali girano twitter, facebook, ed altri social network.
Il fatto che la popolazione di Genova non sia stata avvertita in tempo ce la dice lunga sulle modalità di Enti e cittadini di utilizzare la tecnologia oggi a disposizione.
Siamo un Paese vecchio, ancorato ai bollettini, ai fax, al dispaccio. Tempus fugit, dicevano i nostri antenati, solo che noi non ne abbiamo compreso il senso.
E' nostro dovere dare una scossa al sistema, principalmente a quella burocrazia che all'ombra della politica fa il bello ed il cattivo tempo, è il caso di dirlo, e molto spesso se sbaglia non paga. Dirigenti, funzionari, pagati lautamente e che percepiscono anche indennità di risultato. Ma questo è il risultato: una città sott'acqua ogni tre anni, morti, danni ingenti e disastri che qualche governo, mosso a compassione pagherà attraverso qualche decreto speciale.
Lo diciamo da tempo ma siamo come voci che urlano nel deserto: uscire dalla logica dell'emergenza continua, uscire dalle pastoie burocratiche, svecchiare il Paese, snellirne l'apparato normativo e la burocrazia.

giovedì 2 ottobre 2014

Smart City, oltre la tecnologia deve esserci molto altro

Non solo tecnologia, la smart city green e social per i cittadini

Realizzare una città intelligente non vuol dire soltanto aggiungere strati e strati di infrastrutture tecnologiche, sensori, led e wifi. Ma vuol dire principalmente costruire un modello di smart living che parta dai cittadini, chiamati a partecipare come soggetti attivi, insieme ad amministrazioni locali e imprese, a plasmare il luogo in cui vivere rendendolo più intelligente.
Da una parte la smart city costruita intorno al cittadino, dall'altra quest’ultimo che pratica una cittadinanza intelligente, caratterizzata da partecipazione, impegno, adesione al territorio, volontà di condividere conoscenza e creatività. 
La costruzione della smart city deve poggiare su tre solidi pilastri: visione, infrastrutture e campagna di comunicazione. Le cose hanno bisogno di essere condivise e spiegate altrimenti i progetti ed i percorsi di cambiamento rischiano di essere percepiti come arroganti e distaccati dalle aspirazioni della comunità.
Ma se il progetto nasce dal basso, da persone che iniziano ad interrogarsi pubblicamente sull'identità dello spazio urbano, che raccolgono feedback appropriati dalla comunità sulle aspirazioni della città e i suoi limiti, provando a massimizzare lo spazio per la partecipazione civica, è quello l'inizio di un reale percorso di radicale cambiamento su cui si innesta una smart city.
Ma si può parlare di "smart city" in realtà di piccole e medie dimensioni? Ho provato qualche mese fa a parlare di "smart village" in un post, definendolo un termine più appropriato, ma la sostanza non cambia. Nelle grandi aree urbane, o nei piccoli centri, è sempre il city users, il cittadino/utente il primo e più importante sensore ed indicatore del grado di "intelligenza" di una città.
Con l'iniziativa #unacittàdacambiare stiamo cercando di intraprendere un percorso simile, stimolando la partecipazione attiva, l'analisi concreta e non superficiale della città, nonché la condivisione e la proposta di un nuovo modello di vita urbano, diverso dall'attuale modello vigente. Un nuovo modello votato al rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri, al rispetto di ciò che ci circonda, all'acquisizione della consapevolezza che ciò che è pubblico è di tutti e non di nessuno.
I cittadini che diventano dunque "sensori" e protagonisti del rilancio della qualità urbana.
Oltre alla dimensione tecnologica infatti, per incrementare la quale dovrà essere un'amministrazione illuminata a farsene carico, vanno considerate e potenziate di pari passo con l'innovazione tecnologica, anche altre due dimensioni.
La dimensione del capitale umano e sociale e quella della governance. Una città è smart quando sono smart i suoi abitanti in termini di competenze, di capacità relazionale di inclusione e tolleranza e quando la sua struttura amministrativa adotta modelli di governo improntati a dare centralità ai beni relazionali e attenzione ai beni comuni, creando opportunità per favorire la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico.
Non è utopia, è visione. E si può realizzare attraverso l'impegno, la dedizione. Lo hanno fatto comunità di modeste dimensioni. Operazioni perfettamente riuscite.
Non solo tecnologia, la smart city green e social per i cittadini


Non solo tecnologia, la smart city green e social per i cittadini

Costruire un modello di smart living che parta dai cittadini, chiamati a partecipare come soggetti attivi, insieme ad amministrazioni locali e imprese, alla costruzione di città intelligenti dove vivere.

sabato 20 settembre 2014

Eternit al bando, ma ancora "tanto" presente!

Come spesso accade, noi italiani siamo bravissimi a redigere leggi, siamo i primi in Europa, salvo poi queste leggi non rispettarle o derogare alle disposizioni.
In materia ambientale poi siamo stati bravissimissimi! Primi tra i Paesi europei, abbiamo messo al bando (?) l'amianto nelle costruzioni.
tratto da DirittoAmbiente http://www.dirittoambiente.net/file/vari_articoli_137.pdf
E' evidente che la legge non viene rispettata nemmeno da chi l'ha promulgata, cioè lo Stato. L'amianto è presente ancora in molti edifici pubblici ed a parte questo, le Istituzioni non hanno provveduto ad intimare, nè tantomeno ad agire in sostituzione dei proprietari inadempienti di strutture private in cui è stata rilevata una presenza abbondante e pericolosa di agenti inquinanti.
Stamattina, davanti al vecchio stabilimento industriale di Marina di San Lorenzo, ci siamo ritrovati per lanciare un grido d'allarme, che risuonerà a livello nazionale perchè ripreso da Raitre, per chiedere urgenti provvedimenti per la bonifica dell'eternit presente, che versa in pessimo stato di conservazione e le cui particelle sono volatili da tempo. Se sono o meno la causa di tante morti lo sapremo solo quando sarà istituito il registro tumori, ma il sospetto è che molte vite siano state spezzate da quella e da altre presenze ingombranti sul nostro territorio.

Ma se Marina di San Lorenzo piange (700 abitanti invernali, circa 3000 estivi in media), Melito di certo non ride, poichè nel cuore del centro abitato, che ha una popolazione ed una densità ben maggiore di Marina di San Lorenzo, insistono migliaia di metri quadri di coperture di capannoni industriali in eternit, non meglio conservati rispetto alla fabbrica delle pipe di cui sopra.


                            


Queste immagini tratte da Google maps indicano le due maggiori aree interessate dalla presenza di eternit in quantità e cattivo stato di conservazione.
Come si vede, i vecchi capannoni sono circondati da abitazioni, in prossimità di luoghi pubblici e quindi la forte presenza antropica aumenta il rischio di inalazione delle particelle che si sgretolano dalle lastre obsolete.
Non c'è più tempo. E' ora di bonificare le aree interessate, come prevede la legge. Sarà questa la richiesta che i cittadini, le associazioni, il Forum del III settore, che hanno partecipato stamani alla manifestazione di Marina di San Lorenzo chiedono alle Istituzioni e lo faranno anche per il resto del territorio, ivi compreso il centro abitato ad alta densità di Melito di Porto Salvo.

venerdì 29 agosto 2014

#unacittàdacambiare, partecipa, condividi, proponi.

Ambienti urbani confortevoli, percepiti come fruibili e sicuri, servizi di qualità garantiti a tutti, accessibilità totale ai luoghi ed ai pubblici, politiche di risparmio, riciclaggio e riuso. Tendere insomma ad un modello di vita urbana "sostenibile". 
E' questo lo scopo principale che si prefigge il percorso appena intrapreso da un gruppo di cittadini melitesi che, sui social network ed attraverso incontri pubblici, promuovono e sostengono la creazione di una "cittadinanza attiva" attraverso la condivisione delle idee sulla città, occupandosi delle problematiche che la affliggono. 
#unacittàdacambiare è l'hashtag lanciato su facebook per dar vita al "cantiere" di partecipazione che vuole contribuire allo sviluppo del senso civico, obiettivo per raggiungere il quale si intendono realizzare momenti di creatività e socializzazione, anche ludico-ricreativi, orientati allo sviluppo di una diversa percezione della città.
Compiendo un'analisi accurata della situazione attuale e le reali possibilità future, si intende costruire una matrice di priorità per migliorare la qualità della vita in città.
Ai partecipanti è richiesta esclusivamente la "volontà" di riappropriarsi della città, espressa lanciando suggerimenti e proposte per il miglioramento degli spazi pubblici, del sistema di mobilità interna, della qualità della vita nel centro e nelle periferie.
#unacittàdacambiare sarà efficace purchè si crei un gruppo coeso e che faccia “rete”, generando nuove dinamiche di condivisione dei saperi, che siano in grado di rendere la città, i luoghi in cui viviamo e ci confrontiamo giornalmente, veramente sostenibili.
#unacittàdacambiare si propone di organizzare momenti di confronto con esperti e di benchmarking con altre realtà per comparare le buone pratiche già avviate in altre città e scegliere così le tipologie di intervento più congeniali. A questi si possano affiancare anche eventi didattici collaterali, come una serie di "mercatini" o stands in cui si danno consigli sul riciclo o sulla differenziata, si promuovono prodotti locali o bio.

Assumendo come obiettivo centrale la qualità ed il decoro urbano, #unacittàdacambiare realizzerà, in una prima fase, una fotografia dello stato attuale della città e degli spazi; viene quindi organizzato ed integrato l’archivio delle segnalazioni, corredato da schede sintetiche per individuare e classificare le varie situazioni contenenti anche una valutazione in termini economici dell’impegno di spesa che dovrà essere assunto; successivamente si cercherà di intervenire direttamente, attraverso risorse raccolte oppure investendo il Comune di questa responsabilità e pressando affinché gli interventi vengano realizzati. 
Verrà, inoltre, potenziato l’aspetto riservato al controllo, conservazione e ripristino degli elementi costitutivi dell’arredo urbano, per eliminare situazioni di degrado, recuperando spazi urbani e arricchendoli con nuovi elementi di arredo. 
Gli interventi potranno riguardare la riqualificazione di aree pubbliche, piazze, strade di competenza comunale, arredo urbano (panchine, raccoglitori per i rifiuti, ecc.), ed ancora la manutenzione delle fontane, la recinzione ed il riutilizzo di aree dismesse, la manutenzione dei sottopassi ed il loro miglioramento estetico con elementi artistici.
Verrà, inoltre, effettuata attività di controllo su manufatti di altri enti o società (cabine telefoniche, pensiline, ecc.), per sollecitare da parte loro eventuali interventi di ripristino o manutenzione. Infine si può anche prevedere anche di arrivare alla redazione di una vera e propria proposta di regolamento per l’arredo e decoro dell’ambiente urbano.

Questa iniziativa, nella mente di pochi, per il momento, potrà realizzarsi solo attraverso la partecipazione attiva di quanti hanno a cuore la città ed il suo futuro, di quanti vogliono che i propri figli possano praticare sport in sicurezza, possano apprezzare il gusto del bello, possano crescere insieme in luoghi confortevoli e salubri, possano sviluppare una diversa cultura dello stare insieme, possano comprendere il significato ed il valore delle parole "bene comune".
E' nostro dovere crederci ed agire di conseguenza.

Per aderire al gruppo facebook e contribuire alla causa cerca (o clicca qui) #unacittàdacambiare.

domenica 27 luglio 2014

Lupi non perde il vizio e partorisce una riforma da riformare

La proposta di Legge “Lupi”, impropriamente chiamata “riforma urbanistica”, non differisce di molto dalla vecchia bozza del 2005, firmata sempre dall'attuale Ministro alle Infrastrutture.
La proprietà immobiliare, oggi come allora, è sempre il fulcro ed il principale beneficiario dell’intervento normativo proposto in “sostituzione” della vigente Legge Urbanistica che compirà 72 anni il prossimo agosto.
Da decenni si attende una “riforma” compiuta, ma troppe contraddizioni e troppi interessi hanno sempre ostacolato una riorganizzazione seria delle norme che regolano il governo del territorio.
Ma per un territorio squassato dal dissesto, dallo sprawl urbano, dalle ferite profonde inferte al paesaggio, ci saremmo aspettati una proposta che ponesse al centro aspetti come l’assetto del territorio, i beni comuni, gli spazi pubblici, non certo l’ennesimo regalo alla proprietà immobiliare con una proposta che mortifica ed annulla tutti i temi per noi fondamentali relegando l’urbanistica a semplice semaforo delle trasformazioni edilizie.
Nel testo, composto da 21 articoli, è stato totalmente cancellato il concetto di “governo del territorio”, non si fa minimamente cenno ai centri storici, agli spazi pubblici, ch
e diventano zone residuali tra costruzioni (sic), e viene annullato l’istituto della “partecipazione”. In pratica un salto indietro rispetto a tutto quanto, nel bene e nel male, è stato realizzato nel corso degli anni.
E’ vero oggi forse non è più tempo per gli standards urbanistici del D.M.1444/68, la contemporaneità ci suggerisce che quella strada non è più percorribile. Ma far retrocedere a “dotazioni territoriali” gli stessi, senza specificare come e quanto sarà lo spazio destinato al pubblico interesse non vuol dire fare una “riforma”.
La pianificazione, specie quella comunale, diviene un esercizio superficiale, da fare perché obbligatoria, ma niente di più. Scompare la sua funzione di “indirizzo” e rimane esclusivamente quella “ricognitiva e conoscitiva”. La parte operativa è temporale e praticamente è affidata all'iniziativa privata. Tutto questo cosa potrà comportare?
Questo disegno di legge, in definitiva, riporta l'Urbanistica un secolo ed oltre indietro, confinando la disciplina, che grazie agli sforzi di tanti cultori (e di pochi politici) era riuscita a ritagliarsi un posto al sole tra le discipline base per lo sviluppo armonico del territorio, nello strettissimo spazio destinato alla mera trasformazione edilizia. Niente tutela, niente territorio, niente recupero, niente spazi pubblici, niente centri storici...largo solo alla proprietà privata ed ai palazzinari.
Siamo davvero sicuri che per recuperare qualità urbana ed attrattiva le nostre città ed i nostri paesi abbiano bisogno di questo?

mercoledì 23 luglio 2014

Reggio Città Metropolitana. A parole o con i fatti?*

Reggio Città Metropolitana sta per concretizzarsi ma pochi, anche tra i più attenti, sanno davvero cosa sia. La Città Metropolitana è un livello di governo locale che sostituisce la provincia e che verrà istituito a partire dal 1 gennaio 2015 nelle dieci maggiori città delle regioni a statuto ordinario (Roma, Torino,Milano,Bologna, Venezia, Genova, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria). Ad esse se ne potranno aggiungere altre nelle regioni a statuto speciale. La città metropolitana fu introdotta per la prima volta con la legge sull'ordinamento locale n. 142 del 1990, nel 2001 entrò a far parte dell’articolo 114 della Costituzione (“La Repubblica è costituita dai comuni, dalle province, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo Stato”) e finalmente verrà istituita in base alla legge n. 56 del 2014. Questa riordina anche le province, come enti di area vasta i cui organi sono formati dai sindaci dei comuni che ne fanno parte e istituisce le unioni e le fusioni dei comuni.
Ma qual é la vera finalità di questi nuovi "enti"? Lo scopo primario della loro istituzione é quello di introdurre anche in Italia, come è avvenuto da tempo negli altri Paesi Europei, istituzioni speciali e differenziate per le principali aree urbane che permettano di governare comunità locali che si sono sviluppate oltre i confini amministrativi tradizionali e che hanno problemi comuni. 
Vi sono temi, quali l’ambiente, il governo del territorio, la mobilità, la sanità, lo sviluppo economico e sociale, per i quali i confini amministrativi dei comuni sono insufficienti e le province non hanno mai avuto la forza per produrre politiche efficaci e condivise. Alle Città Metropolitane lo Stato e le Regioni, ciascuno per le proprie competenze, potranno attribuire ulteriori funzioni per differenziarle dalle province ordinarie e per dare poteri e funzioni più forti in linea con gli altri Paesi Europei.
Ed é proprio sul confronto con le altre Città, sulla competitività su scala europea che Reggio si gioca la partita più importante indossando questa nuova "casacca" di Città Metropolitana.
Rilevato che Reggio ed il suo ambito di influenza sono in forte ritardo rispetto alle altre città italiane, che già stanno sedute attorno al tavolo del dialogo e del confronto, vuoi perché manca il Sindaco, anche se nella loro funzione una e trina i Commissari dovrebbero sentire il peso di questo "ruolo" e di questa partita, vuoi per quella atavica tendenza, tutta reggina, a dilatare i tempi ed i modi della metobalizzazione di ogni novità, mi permetto di sottolineare alcuni punti nodali nella questione della costruzione della Città Metropolitana. 
La nuova programmazione 2014-2020 sta entrando nel vivo. In forte ritardo, l'Italia ha sottoscritto l'Accordo di Partenariato per l'utilizzo dei fondi che individua tre priorità strategiche: Mezzogiorno, Città ed Aree Interne. Tra gli otto Programmi Operativi Nazionali inseriti nell'Accordo di Partenariato vi è il PON Città Metropolitane.
Il Programma si pone l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle grandi città attraverso la realizzazione di pochi progetti che perseguano comuni risultati attesi, quali la modernizzazione dei servizi urbani, attraverso piani di investimento per il miglioramento delle infrastrutture di rete e dei servizi pubblici, l'aumento della mobilità sostenibile nelle aree urbane, riduzione dei consumi energetici negli edifici e nelle strutture pubbliche o ad uso pubblico, residenziali e non residenziali, la diffusione di servizi digitali che permettano di ridurre gli spostamenti fisici e di accelerare i tempi di esecuzione delle pratiche a costi più bassi. In altre parole, il programma, di fatto, serve a finanziare le "smart cities".
Un treno importantissimo sta per passare dunque, ma in pochi sembrano preoccupati del fatto che questo treno rischiamo di vedercelo sfilare senza la possibilità di salirci e correre via dal sottosviluppo e dall'arretratezza.
Mi pongo e pongo ai soggetti investiti dell'autorità e della competenza decisionale alcune domande circa lo stato di avanzamento degli atti necessari a rendere possibile l'impiego di Fondi Comunitari in Calabria nei prossimi anni.
Visto lo "stallo" istituzionale in cui si trova la Regione, sarebbe utile sapere se e come è stato elaborato il Programma Operativo Regionale, strumento indispensabile per programmare la spesa in base agli obiettivi fissati dalla strategia comunitaria.
Sarebbe altresì utile sapere, a livello più basso, se e come si sta elaborando il documento programmatico per la partecipazione di Reggio al Programma Operativo Nazionale "Città Metropolitane". L'assenza temporanea di organi "politici" alla guida dell'ente capoluogo, potrebbe vanificare gli sforzi profusi per l'inserimento di Reggio tra le Città Metropolitane individuate per legge.
Poichè ad ogni Città Metropolitana saranno destinate risorse per 80/100 milioni, e poichè le priorità e gli obiettivi rappresentano esattamente ciò di cui la città di Reggio ha fortemente bisogno, mi chiedo se si stia lavorando in questo senso.
Una Città Metropolitana senza Sindaco, in una Regione senza Governo, può farcela a perseguire così importanti e ravvicinati obiettivi? Essendone stata rinviata, causa commissariamento, la sua istituzione, Reggio è da considerare fuori dal PON Città Metropolitane? La Provincia, che praticamente si trasformerà in Città Metropolitana, sta interessandosi a ciò che dovrà gestire a breve?
Le mie sono solo domande, rivolte da chi di queste cosa si occupa a chi quete cose dovrebbe metterle in moto attraverso la redazione di documenti, la partecipazione ai tavoli ministeriali, la scelta degli interventi da realizzare per il ridisegno e la modernizzazione dei servizi urbani, attraverso piani di investimento per il miglioramento delle infrastrutture di rete e dei servizi pubblici e con ricadute dirette e misurabili sui cittadini residenti e, più in generale, sugli utilizzatori della città.
Mi auguro che le forze politiche, le organizzazioni (Confindustria, Camera di Commercio, ecc....), il Terzo Settore, i movimenti, facciano loro questo appello e rivolgano le stesse domande agli organi decisori ed eventualmente al Governo centrale, dal momento che Reggio è amministrata direttamente dallo Stato attraverso i Commissari, affinchè non vada perduta anche questa irripetibile opportunità.

*pubblicato su InAspromonte del mese di Luglio

Il mio articolo su InAspromonte


mercoledì 2 luglio 2014

Scenari futuri: Paterno' nella nuova Città Metropolitana di Catania

La nuova architettura istituzionale siciliana apre la riflessione sull’assetto delle future Città Metropolitane e le varie forme di cooperazione intercomunale, più o meno strutturate sul territorio (liberi consorzi dei Comuni). Le nove Province regionali, abolite dall’assemblea Siciliana l’11 Marzo 2014, vengono sostituite da altrettanti liberi consorzi dei Comuni ed al contempo vengono create tre aree metropolitane: Palermo, Catania e Messina. Si registra, inoltre, la possibilità per i liberi consorzi dei Comuni di crearne di nuovi entro sei mesi, purché i predetti Comuni raggruppino almeno una popolazione di 180 mila abitanti e quelli coincidenti con gli enti soppressi non abbiano una popolazione inferiore a 150 abitanti.
Tale situazione riguarda, ovviamente, anche il Comune di Paternò che a breve dovrà aderire ad un libero consorzio dei Comuni o alla Città metropolitana di Catania ed è per questo motivo che si rende necessaria una presa di posizione consapevole da parte dell’amministrazione comunale.                    Occorrerebbe superare, anzitutto, la semplice sovrapposizione territoriale con la Provincia, tenendo conto piuttosto delle nuove esigenze della cittadinanza, calibrate su un'idea nuova di sostenibilità ambientale, di qualità della vita, di crescita economica, di rapporto diretto con l'amministrazione pubblica, di vivibilità del territorio urbano, di accessibilità alla cultura, agli spazi verdi e ai servizi, di inclusione sociale, di infrastrutture efficienti e moderne, di uscita dell'emergenza abitativa.
Paternò gioca, quindi, una partita difficilissima ma nello stesso tempo affascinante. 
La città metropolitana significa, infatti, non solo finanziamenti ordinari, ma soprattutto finanziamenti straordinari, rapporti e finanziamenti diretti con l’Europa.
Ciò vuol dire che in molte occasioni la città metropolitana supera il dialogo e la burocrazia regionale ponendosi a pari dignità con esse. La città metropolitana concepita su più livelli istituzionali ha la possibilità e le competenze per andare a decidere in piena autonomia.
Non si può sottovalutare neppure la possibilità che i servizi diventino centralizzati con conseguente ottimizzazione e razionalizzazione, oltre che con notevoli risparmi e grande efficienza. E’ noto, infatti, che la città metropolitana determina in qualsiasi situazione un aumento della mobilità delle persone, quindi essa assume come obiettivo fondamentale e prioritario la riorganizzazione del sistema relazionale. Si rende, pertanto, necessario costituire un sistema metropolitano di trasporto che metta in relazione il centro principale (Catania) con le aree che orbitano attorno alla città. Un altro grande vantaggio della città metropolitana per i centri minori sta nel fatto che in ogni contesto metropolitano i centri dell’hinterland vengono ripopolati, accogliendo gli abitanti che dal centro principale si spostano verso l’esterno, cercando qualità della vita migliore e un costo della vita inferiore. Ecco perché è bene che Paternò consideri un “progetto di città” che non sia soltanto una promessa vana di irrealizzabili “assetti futuri”, ma che si articoli sulla definizione e l’impegno verso poche, ma adeguatamente selezionate, operazioni di trasformazione urbana, che costituiscano l’ossatura di un nuovo paesaggio urbano, di una geografia volontaria rinnovatafavorendo così la nascita di un sistema urbano policentrico
E’ chiaro, poi,  che tale processo può realizzarsi solo con un ottimo sistema di mobilità che permetta, quindi, un ottimo pendolarismo.
In definitiva, Paternò deve candidarsi come nuova polarità nell’area metropolitana diventando punto di riferimento per Belpasso, Nicolosi, Biancavilla, Adrano, Santa Maria di Licodia, Ragalna, Ramacca e Castel di Ludica (questi ultimi due oggi facenti parte dell’area del Calatino). Il ruolo di una nuova polarità, ovviamente, passa dalla quantità ma soprattutto dalla qualità dei servizi offerti. Un esempio virtuoso - forse l’unico - è rappresentato dalla piscina comunale che fino a qualche anno fa sembrava costituire un traguardo assurdo, ma che oggi è una realtà sana in grado di attirare a sè sportivi e osservatori; come il presepe vivente grande momento di socialità e di attrattività, la battaglia per mantenere aperto l’ospedale “S.Salvatore” altro importante tassello per la crescita di questa città.
La città metropolitana, dunque, può portare solo benefici; non ruba risorse ad altro ma è in grado di catalizzarne di nuove. Un invito e un segnale importante per Paternò sarebbe proprio quello di inserire nei propri organi di governo una specifica delega all’area metropolitana come segnale di grande consapevolezza, oltre che di un approccio innovativo alla politica nell’interesse supremo dei cittadini.
E’ emblematico pensare che la Cina lavori ad una megalopoli da 110 milioni di abitanti (Jing-Jin-Ji) impressionando il mondo con una tangenziale da 940 chilometri, mentre a noi sembrano un’infinità i soli 20 che ci distanziano da Catania. 
Usciamo, dunque, dal provincialismo e per la prima volta cerchiamo di essere promotori di una nuova visione di sviluppo e di crescita.

Dr. Alfio Marco Patanè (Urbanista)

venerdì 30 maggio 2014

Barriere architettoniche: puoi segnalarle grazie ad un'app

Dichiarare guerra alla piaga delle barriere architettoniche? Da oggi c’è un’app anche per questo. Ci ha pensato l’Associazione Luca Coscioni che, insieme con la società Revevol, ha sviluppato e appena lanciato un’applicazione con cui è possibile fotografare, geolocalizzare e aggiungere su una mappa pubblicamente consultabile qualsiasi barriera architettonica.

Sebbene infatti esistano già dal lontano 1992 i cosiddetti Piani di eliminazione delle barriere architettoniche (Peba), a tutt’oggi ancora poco o nulla è stato fatto risolvere il problema: basti pensare che, per esempio, la maggior parte dei Comuni non si è adeguata alla normativa e, di fatto, si rivela inaccessibile ai disabili, sia motori che sensoriali.

Resta il fatto che, come si legge sul sito dell’Associazione, “le leggi in vigore prevedono che tutti gli edifici, privati e pubblici, nonché gli spazi urbani, siano progettati, costruiti o restaurati in modo da renderli accessibili ed utilizzabili anche dalle persone con problemi di mobilità”. Quindi perché non ricorrere all’aiuto di tutti e dare vita a un’iniziativa di crowdsourcing in piena regola? Perché non mettere ogni cittadino in condizioni di mappare gli ostacoli distribuiti sul territorio nazionale e quindi a fare pressione sulle Istituzioni affinché vengano rimossi?

Da qui l’idea dell’app che, come rivela Massimo Cappato, Managing director di Revevol, è stata sviluppata in Html 5 ed è quindi consultabile via web attraverso qualsiasi dispositivo: “Pc, Tablet, smartphone con sistema operativo iOS, Android, Windows Phone. Quale che sia il device che l’utente ha in mano – spiega Cappato – è sufficiente seguire il web link che porta alla nostra app e si accede al servizio. Non c’è niente da scaricare, basta solo essere connessi a Internet“. Una volta collegato, l’utente ha la possibilità di scattare una foto alla barriera architettonica, di geolocalizzare tale foto e corredarla con una serie di informazioni aggiuntive, quindi di condividerla con gli altri attraverso la piattaforma software basata su Google Cloud Platform, che ovviamente integra servizi Google Maps. È possibile inoltre consultare in tempo reale il database delle barriere già catalogate, in modo da evitare brutte sorprese all’ultimo momento, oppure per organizzare iniziative mirate alla loro rimozione. “Una soluzione pratica, efficiente e dai costi ridotti”, commenta ancora Cappato, che ha scelto di realizzare e mettere a disposizione gratuitamente l’app.

Infine, è bene ricordare che l’app lanciata oggi è solo l’ultima delle iniziative intraprese dall’Associazione Luca Coscioni nell’ambito di un’articolata campagna per l’eliminazione dellebarriere architettoniche. Campagna che, nei prossimi giorni, porterà a diversi procedimenti civili: ad esempio contro Roma Capitale, dove verrà depositato un ricorso per condotta discriminatoria a causa della impossibilità per le persone disabili di poter accedere alle stazioni della metropolitana; oppure contro il ministero della Pubblica istruzione, dove è in fase di preparazione anche una causa poiché un istituto scolastico romano non ha accettato l’iscrizione di un alunno disabile a causa dell’esistenza delle barriere architettoniche.

fonte: wired

giovedì 22 maggio 2014

Vogliamo un'Europa che guardi al Mediterraneo

Volge al termine la campagna elettorale per le elezioni europee ed amministrative. I temi ed i toni non sono stati certo quelli che ci aspettavamo ma sono sicuramente il frutto di mesi, di anni di imbarbarimento della politica, di crollo del senso delle istituzioni e di capacità di ragionare serenamente sulle cose.
Tra i "vaffa" di Grillo e gli "80 €" di Renzi, nessuno o pochi hanno capito il senso di questo importante appuntamento continentale.
L'Europa si trova ad un bivio: o sarà Europa o non lo sarà più. La nascita e la proliferazione di movimenti antieuropeisti ha visto la sua genesi proprio nell'immobilismo e nella scarsa autorevolezza dell'Europa su temi come l'economia "reale", il lavoro, le politiche di integrazione ed immigrazione.
Ci si è occupati solo di finanza, di banche, di debito pubblico. Abbiamo deciso insieme di stare insieme e quando si decide di convivere tutti devono smussare gli aspetti più spigolosi del proprio carattere per assicurare una serena e costruttiva convivenza.
Noi italiani di certo non abbiamo fatto la nostra parte, continuando ad espandere il deficit, anche in maniera spregiudicata, ritardando di molto il recepimento delle direttive in molti settori, facendo insomma "gli italiani".
Gli altri non è che abbiano fatto meglio, intendiamoci, ma almeno una cosa l'hanno fatta: hanno mandato a rappresentarli le persone "migliori". Noi? Meglio lasciar perdere.
E' questo il grande limite che ha creato un corto circuito nei rapporti, nello scambio di informazioni, nella diffusione delle pratiche e nella comparazione tra programmi, obiettivi e strumenti per uno sviluppo più armonico e per il superamento dei forti squilibri tra regioni.
I nostri rappresentanti non sono stati quel trait d'union tra Bruxelles (o Strasburgo) ed i territori, tra le linee di indirizzo e l'uso efficace delle risorse a livello nazionale e locale.
Il mio augurio, da europeista convinto, da estimatore del pensiero di Altiero Spinelli e del Manifesto di Ventotene, è che un'Europa più coesa prenda il posto di questa Europa che pensa alle banche e non alle persone, che predilige i mercati alla "gente". C'è bisogno di un'Europa diversa, che guardi al Mediterraneo che è e sarà sempre la "terra di mezzo" con le due porte "aperte" ad oriente e ad occidente.

lunedì 7 aprile 2014

E la chiamano pista ciclabile. Creatività reggina.

Che Reggio fosse una città creativa lo si sapeva già. Le reti a molle per letti singoli utilizzate come cancello d'entrata ai piccoli appezzamenti di terra sono forse il più classico esempio dell'arte di arrangiarsi made in Reggio.
Ma quando non è più il privato, bensì l'Istituzione ad "arrangiarsi" la cosa assume un carattere appunto...istituzionale!
E' il caso della pista ciclabile innovativa realizzata in città. Impazzano le foto sui social network (anche io ne ho postata una) di quella che, senza dubbio è una pista ciclabile unica nel suo genere. Si perchè è realizzata...sul marciapiedi. Fin qui niente di strano, sono molte le città dove si può trovare una pista ciclabile su marciapiedi, delimitata dalle proprie strisce o da diversa pavimentazione.
un tratto della "pista ciclabile" realizzata a Reggio Calabria
Ma la peculiarità di questa pista ciclabile è che coincide perfettamente con il marciapiedi, facendone così un percorso "ciclo-pedonale" che tende a mettere in conflitto pedoni e ciclisti, per il fatto di dover transitare nello stesso spazio, imbrattato di rosso mattone per l'occasione.
Un percorso promiscuo che è possibile realizzare, certo, ma in mezzo ai parchi, in aree ampie e verdi come gli argini dei torrenti e dei fiumi, non certo su un marciapiedi di 1,2 metri di larghezza sul quale spesso si aprono (come nell'immagine a sinistra) porte anti-panico che potenzialmente possono essere sbattute in faccia al povero ciclista che non fa in tempo a scansarla o che per scansarla si fionda sulla nonnina che transita a piedi con le buste del mercato!
Sul punto il Codice della Strada è chiarissimo all'art. 3 punto 39: Una pista ciclabile è una "parte longitudinale della strada, opportunamente delimitata, riservata alla circolazione dei velocipedi"
Tralasciando gli aspetti estetici dunque, esistono regole e norme che indicano chiaramente come e dove si possono realizzare percorsi ciclabili. Vieppiù che tali percorsi hanno una loro segnaletica ben definita, in particolare nelle intersezioni stradali e negli incroci, ed è necessario che siano una vera e propria "rete" e non dei "segmenti" isolati, inaccessibili e scollegati tra loro.
Poichè la pista è stata realizzata dal Comune, qualcuno l'avrà immaginata, voluta ed avrà deliberato in merito (indirizzo), qualcun altro avrà fatto impegno di spesa e determina (uffici), qualcun altro l'avrà progettata (uffici o professionisti all'uopo incaricati) ed infine qualcun altro l'avrà realizzata (operai dell'ente o ditte esterne appaltatrici). Molte figure dunque entrano in gioco e tutte con specifiche competenze. E' mai possibile che nessuno si sia reso conto che realizzarla così sarebbe stato oltre che inutile anche difforme?
In basso posto un esempio virtuoso di rete ciclabile cittadina, quella dell'altra Reggio (nell'Emilia), indicata in maniera leggibile ed impeccabile sul sito del Comune. Una fitta maglia che serve l'intero abitato, tocca e collega i nodi principali (stazione, ospedali, parchi, stadio, zone commerciali, centro storico, ecc...) che invoglia all'utilizzo della bici in alternativa all'auto. Ecco perchè molto spesso, come nel caso di Napoli (foto a lato), viene ristretta la carreggiata per fare spazio alle piste ciclabili, mentre i marciapiedi rimangono quelli che sono, ad un livello differente. Perchè le piste ciclabili sono pensate e realizzate nelle città affinchè la bici deve sostituire l'auto...non i pedoni!
la rete ciclabile della città di Reggio Emilia

martedì 1 aprile 2014

Le Centrali a processo, l'Area Grecanica verso il progresso

C'è ancora chi sostiene che la produzione di energia da fonti non rinnovabili non provochi danni all'uomo ed all'ambiente. Eppure, guarda caso, tre delle centrali presenti sul territorio nazionale sono finite al centro di indagini e procedimenti che hanno portato a condanne, anche pesanti, per disastro ambientale o sono ancora in corso, con imputati per reati simili.
Vado Ligure, Porto Tolle, Brindisi. Un filo rosso, anzi nero, lega i tre siti, da nord a sud. Luoghi che parlano di malattie, di morte, di deturpamento dell'ambiente in nome dello sviluppo. Certo, è ovvio, sono fonte di sostentamento per le famiglie delle decine e decine di operai, ma a che prezzo?
Quanti bambini sono nati con problemi respiratori, quante donne e uomini hanno sviluppato malattie cancerose, vivendo in prossimità o sotto l'ombrello dei fumi che fuoriescono dai camini? Quanto sono stati attenti e ligi i gestori nel rispetto delle norme e soprattutto del buon senso che suggeriva di riconvertire, dove possibile, le centrali ad un uso più compatibile con la vita e con l'ambiente?
Ci diranno che a Saline questo non succederà, che la Centrale prevista è di nuova generazione, che non emetterà fumi mefitici ma arietta di montagna. E ci racconteranno, con il solito refrain, che è l'unica ed ultima occasione per il rilancio di questo territorio.
Balle! Il rilancio di questo territorio non passa per un'ipotesi industriale che ha già mortificato territorio e residenti tanti anni or sono. Il rilancio passa da una sana ed efficace politica di sviluppo bottom-up, proveniente cioè dal territorio, dai saperi, dalla cultura, dai luoghi, come è stato per altri territori, forse anche di minor pregio.
Il rilancio prende le mosse da un rinnovato attaccamento a questa terra, non dal continuo disprezzo di ciò che ci circonda, non dal menefreghismo, ma dall'interessamento attivo, dalla sinergia tra le realtà positive, come il terzo settore, che ha il dovere di guidare ed orientare anche e soprattutto le scelte della politica.
Certo, quella manca. Da questo punto di vista siamo deboli, spiazzati, tagliati fuori. Però è storia vecchia. Una storia che affonda le sue radici agli albori della Repubblica e si è consolidata con il continuo e deferente conferimento di deleghe in bianco a chi non ha saputo (o voluto) rappresentarci. Il recente passato, quello fatto di scioglimenti e commissariamenti, non ha certo aiutato quest'area ad essere "ascoltata", nè ad essere tirata fuori dal pantano del clientelismo e della corruzione. Vi sono casi poi in cui alcune buone pratiche sono state interrotte ed è stato scavato un fossato profondo tra la gente ed il palazzo.
Paradossalmente è nei momenti di maggiore crisi che vengono fuori le soluzioni e che si esprimono le forze migliori, perciò c'è da sperare che si voglia ripartire dal valore delle persone, dalla qualità e quantità di impegno che ognuno può dare nel costruire prima una "visione" per questa terra e poi mettere in pratica le azioni per realizzarla.
Come ho scritto qualche giorno fa, bisogna arginare la desertificazione mettendo a dimora nuove piante. A primavera queste fioriscono sempre. Ed allora auspichiamo un ritorno di primavera per l'Area Grecanica, senza carbone ma con tanta forza e tante idee per un progresso sociale ed economico sostenibile.

martedì 18 febbraio 2014

Sono i "dettagli" a fare la differenza

Questo video è stato realizzato dalla finestra del B&B che mi ospita nelle mie trasferte fiorentine per il Master sulle Smart Cities che sto frequentando.
Ore 7:00 del mattino: tre camion si accostano a questa "ecopiazzola" ed iniziano a svuotare i cassonetti a scomparsa estraendoli dal terreno mediante il braccio idraulico installato dietro la cabina del conducente, che a quanto pare è l'unico operatore.
L'operazione dura in tutto circa 15 minuti.
I cassoni sono cinque: divisi per tipologia di rifiuto: multimateriale, carta, organico, vetro e "rifiuto non diversamente differenziabile" (quel cassone che sta svuotando il camion del video).
Ho chiesto ad una signora che abita nello stabile del B&B quanto ha pagato di Tares (ricordo che rispetto alla TIA c'è stato un aumento che però mantiene il tributo tra i più bassi delle città capoluogo) e la signora ha tirato fuori dalla borsa il foglio riepilogativo inviatole.

Quota fissa per abitazione 84 mq = € 129,93
Quota variabile per nuclei familiari di 4 componenti = € 194,92
Totale tributo = € 324,85
Addizionale provinciale = € 16,25
Quota servizi (di competenza statale e pari ad € 0,30/mq) = € 29,40 
TOTALE € 370,50 

Le ho chiesto se le sembrava eccessivo e mi ha risposto: "bè forse un pochino, ma il servizio è buono e poi calcoli che han fatto un lavoro mica da ridere per l'interramento dei cassonetti, quindi sappiamo dove sono andati i nostri soldi".

"Sappiamo dove sono andati i nostri soldi"...ecco, questo è il punto. E i nostri soldi dove vanno?
Oltre 1 mld di Euro spesi dall'Ufficio del Commissario in meno di tre lustri, per fare cosa?
Per aggravare l'emergenza, non far partire una seria differenziata, non avviare la filiera del riciclaggio, non pensare minimamente ai sistemi innovativi di teleriscaldamento per le nostre case...niente di niente...solo...uno sperpero indicibile di denaro pubblico e nostro!
Strade invase dai rifiuti, piazze sottratte alla pubblica fruizione trasformate in discariche, nessun tipo di "guida" al corretto conferimento dei rifiuti, nessuna sanzione.
Eppure l'unico male che tutti vedono è la 'ndrangheta. Io la paragono a quei cumuli di rifiuti, la ndrangheta. Al pari di loro essa invade le strade e va combattuta strenuamente, ma non possiamo accettare che venga elevata ad unico e solo grande male di questa terra.
E' la cultura la leva sulla quale si deve agire. Se cresce la cultura, soprattutto la cultura della civile convivenza, allora il malaffare sarà spazzato via senza grandi clamori.

sabato 8 febbraio 2014

Smart village, un termine che più si confà alle nostre realtà

L'identità prima di tutto. Non per essere "conservatori" o nostalgici, bensì per programmare uno sviluppo armonico ed evitare che i territori ed i loro abitanti "rigettino" gli interventi, siano essi di natura infrastrutturale, siano essi immateriali.

Per questo al concetto globalmente diffuso di "Smart Cities", ritengo opportuno affiancare, ed in alcuni casi sostituire, il concetto di "smart village" o "senseable village", secondo la linea già intrapresa dal professor Carlo Ratti, uno dei massimi studiosi del settore, che opera nel suo "Senseable City Lab" nella splendida Boston.

In pratica non si tratta semplicisticamente di cambiare il nome ad un concetto esistente, ma di agire in profondità, adattando alle dimensioni di territori che non si possono definire "città", i princìpi fondamentali per fare di quei territori delle aree "smart".

Smart Villages dunque, abitate da "smart community".
Anzitutto va detto che l'input va dato dalle Pubbliche Amministrazioni. Nota dolente, direte voi, dato il momento e la situazione attuale, soprattutto delle amministrazioni comunali rette, in molti casi, da commissari prefettizi. Ma se c'è una cosa che va fatta per "ripartire" è avere una "vision", un'idea di futuro, che vada ben oltre il limite temporale commissariale (due anni) o di un mandato di qualsiasi amministrazione democraticamente eletta.

Senza visione, è impossibile perseguire obiettivi di miglioramento di qualità della vita.

L'input che va dato, dicevo, è quello della pubblicazione di tutti gli "open data" possibili. E non mi riferisco al dato sugli emolumenti di un sindaco o di un funzionario, che pure sono importanti, ma che hanno fuorviato in questi anni, l'utilizzo degli "open data".

Parlo dei dati relativi al consumo del suolo, al consumo di acqua, ai parcheggi, alla quantità e tipologia di rifiuti prodotti, ai servizi di welfare, di trasporto, ecc.

La fruizione dei dati relativi alla "comunità" è la precondizione per pensare azioni "smart".

Un altro tassello fondamentale sono i "sensori" urbani. E non pensate a nulla di tecnologico. I sensori, sono i cittadini, coloro che interagendo sui principali social network (facebook, twitter, linkedin, Instagram, ecc...), in maniera inconsapevole esternano il livello di gradimento di un servizio o dell'ambiente urbano che li circonda.
Cittadini, terzo settore, imprese, esercenti, tutti concorrono, partecipando attivamente, alla costruzione delle "reti sensoriali" necessaria ad intelaiare programmi smart.

Dati, sensori e connessioni dunque, da questo si deve partire. Impossibile? Difficile? Forse, ma nei momenti di massima crisi ed accentuazione dei problemi, il vento del cambiamento può soffiare più forte. Vedremo.

mercoledì 5 febbraio 2014

Ferrovia Jonica: entro dicembre ulteriori tagli ai servizi già asfittici

Torno ad occuparmi del trasporto pubblico locale, segnatamente di quello ferroviario sulla linea jonica, poichè sono in arrivo ulteriori negative novità.
Passata ormai (nel silenzio più assoluto da parte di tutti) l'arrabbiatura per l'aumento sconsiderato del costo del biglietto, si apprende che entro dicembre di quest'anno circa dieci stazioni, c'è chi dice che potrebbero arrivare a venti, verranno declassate a “fermate”. 
Le stazioni che subiranno il definitivo taglio e che rimarranno a singolo binario, saranno le seguenti: Marina di San Lorenzo, Bova Marina, Capo Spartivento, Ferruzzano, Ardore, Gioiosa Jonica, Caulonia, Riace, Squillace, Roccabernarda, Isola di Capo Rizzuto, Roseto Capo Spulico, Policoro-Tursi.
Questa drastica riduzione dei punti di incrocio/precedenza sulla nostra tratta Jonica, porterà ad una riduzione della capacità di traffico della linea ferroviaria, vicina al 50%.
Diminuendo il numero di punti di incrocio, automaticamente diminuisce la possibilità di incrementare il traffico, perchè non ci sarà spazio a sufficienza.
Ciò, di fatto, declassa ulteriormente la tratta Reggio-Metaponto che, va ricordato, è a binario singolo e non elettrificata. Rete Ferroviaria Italiana, forse in maniera arbitraria, forse di concerto con la Regione, sta smantellando con dati alla mano, il trasporto ferroviario su un litorale in cui l'unica alternativa è la S.S.106, infrastruttura obsoleta e per nulla rispondente a criteri di efficienza e sicurezza e che sarà difficile vedere migliorata poichè tagliata fuori da ogni finanziamento "strutturale".
Se RFI sta facendo tutto da sola, allora l'auspicio è che la Regione blocchi in tempo queste scelte scellerate e riaccenda l'attenzione con investimenti cospicui nel settore. Se invece la Regione è già a conoscenza di questo piano di ulteriori "tagli" da parte di RFI, allora significa che il rinnovato interesse per il trasporto pubblico locale è solo di facciata e non sostanziale.

martedì 21 gennaio 2014

La rivoluzione delle città metropolitane passa per i distretti dell’innovazione

In che modo i contesti urbani possono contribuire allo sviluppo economico di un territorio e di un intero sistema Paese? Secondo i tre studiosi Bruce Katz, Jennifer Bradley e Julie Wagner nella misura in cui sono in grado di costruire reti ravvicinate di relazioni tra soggetti produttivi, mondo della ricerca, istituzioni e “facilitatori dell’innovazione “ all’interno di un contesto vivibile, e ben infratrutturato. Il loro libro "The Metro Revolution: How Cities and Metros are Fixing our Broken Politics and Economy" prova infatti a mettere in relazione i recenti cambiamenti economici con il nuovo ruolo assunto dalle città. Un processo che tocca nel profondo anche il nostro Paese e che le nostre metropoli devono dimostrare di essere in grado di innescare o assecondare.
Una confluenza di cambiamenti economici, demografici e culturali sta modificando la geografia spaziale dell'innovazione. Molti poli d’innovazione su scala regionale legati quasi esclusivamente ai parchi industriali manifestano una evidente sofferenza, mentre la città e lo sviluppo tecnologico urban-oriented sta crescendo. Molti casi a livello mondiale rilevano che i modelli distrettuali centrati sulla città metropolitana sono il cuore dello sviluppo. 

Stiamo assistendo all’ascesa di un nuovo modello che Bruce Katz, Jennifer Bradley e Julie Wagner, nella loro ultima pubblicazione, chiamano il Distretto dell’Innovazione e che è caratterizzato dall’avere istituzioni chiave e all'avanguardia, imprese innovative con spin-off e start up che permettono la crescita di talenti, la promozione della collaborazione aperta, e offrono un ambiente accogliente e ricco di servizi peri residenti e i lavoratori.

I distretti dell'innovazione sono più piccoli dei loro predecessori, sia di quelli come la Silicon Valley che dei nostri distretti industriali, più compatti e rappresentano quello che Saskia Sassenchiama "cityness": l’insieme di usi della città che la rendono complessa, densa, un mix di ambiente fisico e sociale completamente integrato. 

Con l'ascesa del paradigma dell’open innovation e la generazione di idee in rete, l'imperativo della collaborazione è esteso a un ampio gruppo di settori ad alta intensità di conoscenza, tra cui campi scientifici e tecnologici. Nessuna singola azienda può padroneggiare tutte le conoscenze di cui ha bisogno, anzi, l'innovazione si basa su una rete di imprese collegate per cui le aziende devono collaborare per competere. Inoltre l’open innovation stessa ci insegna che imprese e persone debbano interagire nella costruzione fisica della città: i distretti dell’innovazione favoriscono la riprogettazione di edifici e spazi a sostegno dell’open innovation e forniscono una piattaforma fisica e sociale per la crescita imprenditoriale.

Ma quali sono le caratteristiche dei distretti dell’innovazione?

I tre pilastri dei distretti di innovazione, a detta di Katz, sono:
- Gli asset economici: sono i driver dell'innovazione e comprendo le istituzioni “ancora” ossia le grandi imprese o i centri di ricerca che possono fare da traino per lo sviluppo, le PMI , le start up, gli spin-off e gli imprenditori focalizzati sullo sviluppo di tecnologie d'avanguardia e di prodotti e servizi per il mercato. In questi asset rientrano anche quelli che gli autori chiamano “i coltivatori di innovazione”: le organizzazioni o gli enti che sostengono la crescita delle imprese ossia gli incubatori, gli acceleratori, gli uffici di trasferimento tecnologico, i centri per l'imprenditorialità sociale.
- Gli asset fisici: da un lato si tratta di spazi pubblici che diventano il terreno dell’ innovazione: l’arredo urbano, l’illuminazione, il paesaggio, le piazze, i parchi; dall’altro si intende il “sistema nervoso” del distretto ossia lo spazio digitale: reti wireless, fibre ottiche, computer e display digitali.
- Gli asset di rete: le attività di rete sono il tessuto connettivo tra attori-individui, imprese e istituzioni in un quartiere dell’innovazione. La decisione di fare del “networking” un asset a sé, è supportata da un crescente corpo di ricerca che rivela come le reti sono sempre più importanti in un sistema guidato dall’innovazione e in questo la storia della Silycon Valley aiuta.
L’intreccio di tali attività svolge un ruolo importante nella creazione di un ecosistema dove vige un rapporto sinergico tra l’innovazione, le imprese, il capitale umano (ricercatori, docenti, tecnici, dirigenti) e le risorse (fondi, attrezzature, tecnologia, supporto programmatico), che catalizza il processo e accelera l'innovazione.

Il lavoro di Katz, Bradley e Wagner ha individuato tre modelli generali, o tipologie di distretti dell'innovazione:
1) Il modello "ancora plus”: si tratta delle città di metropolitane, dove i distretti dell'innovazione sono sviluppati grazie alla presenza attiva di un importante “ancoraggio”, tipicamente un’Università o una grande azienda che fanno da motore per il distretto. Per esempio la Philadelphia University City (che ha come ancora l’Università di Pennsylvania, le Drexel University e la City University Science Center ); il caso San Diego ( dove troviamo il Salk Institute per gli Studi Biomedici , il Burnham Institute e la University of California) e Pittsburgh ( qui il distretto si sviluppa intorno alla costellazione della Carnegie Mellon University, l'Università di Pittsburgh e l'Università di Pittsburgh Medical center).
2) Il modello “ revitilising urban district” che troviamo in prossimità delle aree lungo mare o delle città portuali. Si tratta di rigenerazione di aree urbane degradate come per esempio il Seaport Boston , il Liverpool waterfront ecc. La prima area che gli autori hanno studiato per individuare questo modello è stata la città di Barcellona quando tutta la zona nord è stata riprogettata e questo ha portato ad avere una nuova immagine della città.
3) Il modello del "parco scientifico urbanizzato" dove troviamo come esempi la Route 128 fuori Boston, il corridoio Dulles fuori Washington DC e la stessa Silicon Valley.

Il Distretto dell’Innovazione è stato studiato soprattutto nelle città americane, ma Katz e Wagner hanno individuato quale dei modelli farebbe al caso delle città italiane nelle quali il modello del distretto industriale deve necessariamente essere rivitalizzato. Si tratta del primo modello, quello definito “ancora plus”, considerato per loro quello più funzionante anche nelle città americane. Alcune città metropolitane italiane hanno Università e centri di ricerca che possono fare da traino, anche se, gli autori hanno sottolineato come ci sia bisogno di una forte volontà politica per investire in ricerca e innovazione, in modo che queste istituzioni possano davvero fare da ancora per un distretto innovativo. Negli Stati Uniti le Università non si occupano solo di formazione, ma grazie agli investimenti del governo in ricerca riescono a occuparsi di imprenditorialità, divenendo attori centrali della produzione di crescita e innovazione. La questione delle risorse dunque è centrale anche per lo sviluppo di distretti in aree metropolitane italiane. La volontà politica rimane alla base della costruzione di un qualsiasi distretto dell’innovazione.

(tratto da http://smartinnovation.forumpa.it/)