lunedì 3 giugno 2013

Roccaforte del Greco e la dignità calpestata

Ho trovato vergognoso l'articolo che Repubblica ha dedicato al "caso Roccaforte". Fanno più male commenti come questo, probabilmente, che uno scioglimento per mafia.
Nessuno ha pensato di indagare i motivi di questa diserzione delle urne. Nessuno si è domandato come mai la gente di Roccaforte non è recata alle urne.
Colei che ha scritto di Roccaforte non ha nemmeno consultato il sito del Ministero dell'Interno perchè se l'avesse fatto, lì avrebbe trovato una risposta, ed avrebbe evitato di lanciarsi in affermazioni che uccidono quel che resta di una comunità dignitosa e laboriosa. Il dato relativo all'affluenza alle urne nelle scorse elezioni politiche di febbraio, infatti, mostrano come la disaffezione al voto fosse già chiara e non pilotata da chissà quali forze occulte.
Circa 200 sono stati gli elettori che si sono recati alle urne in febbraio, un terzo degli aventi diritto.
Nessun "allarme" dunque, specie se a presentarsi alle Comunali, è una lista totalmente avulsa dal contesto locale, anche se va riconosciuta la buona intenzione e la moralità indiscussa dei candidati.
I roccafortesi semplicemente sono stanchi. Stanchi di votare e di essere commissariati, stanchi di essere etichettati. Non hanno voluto andare a votare...liberamente.
La storia di questo borgo ha ben altre radici e meriterebbe ben diversa sorte, come tutti i Comuni dell'Area Grecanica, in cui la 'ndrangheta esiste, ma forse si combatte in modo quanto meno inefficace, perchè la strategia non parte dalla cultura, ma dalla repressione pura e semplice.
Roccaforte del Greco, paese che già nel nome evoca l'immagine di un qualcosa di duro, di resistente, di ancestrale, ha iniziato a morire proprio negli anni '90, quando oltre alla faida, che ha lasciato sul selciato più di 50 morti, è iniziata la stagione dei commissariamenti per infiltrazioni mafiose.
Una risposta dello Stato somigliante ad una pezza peggiore del buco.
Un provvedimento che non rimuove gli ostacoli e le cause della presenza della 'ndrangheta, anzi le amplifica, allontanando ulteriormente la gente comune dalle Istituzioni.
E' assodato che in paesi minuscoli, con bilanci esigui, spesso in deficit, le stagioni commissariali non hanno aiutato ad invertire la rotta. Prova ne è che Comuni come Roccaforte del Greco, in 17 anni, di scioglimenti per infiltrazioni mafiose ne han subiti tre.
Nel frattempo però l'esodo era iniziato. Ed è diventato sempre più inarrestabile, fino a che su quello spuntone di roccia, stanno rimanendo solo ottuagenari dalle membra stanche e dagli occhi trasognati, che ripensano a quando la vita pulsava nei vicoli, nel plesso scolastico oramai abbandonato alle sterpaglie, negli slarghi e nelle corti tra un'abitazione e l'altra.
Conosco bene Roccaforte del Greco. Mio padre, come tecnico comunale, ci ha lavorato per vent'anni, dal 1978 al 1996 e successivamente al suo trasferimento a Campo Calabro, fino al 1999 richiamato dai Commissari Prefettizi come consulente a scavalco.
Spesso, nei periodi in cui la scuola era chiusa, di buon mattino mi svegliavo per andare con lui. L'arrivo in paese era una festa, ogni mattina. Il messo comunale che ti tirava verso il bar per offrirti il gelato, le donne che ti riempivano le tasche di merendine e il cofano della macchina di frutta, tra cui le deliziose ciliege "carammendola", di un colore e di una dolcezza indescrivibile.
L'ufficio di mio padre, posto a piano terra del Municipio (non quello attuale, recentemente restaurato), una struttura in cemento armato che aveva una parete in aderenza alla Chiesa di San Rocco, patrono del paese. La finestra a vasistas che dava su uno strapiombo di circa 300 metri e sotto il bianchissimo letto dell'Amendolea che potevi seguire con lo sguardo nel suo tortuoso percorso fino a Condofuri Marina. Una ventina di km in linea d'aria, ma nelle giornate più terse, riuscivi a vedere le auto transitare sulla S.S.106, sul ponte che attraversa la parte finale dell'ampio letto di ghiaia.
Le mattinate trascorrevano serene, in giro con Gaetano, il figlio del vigile, mio coetaneo e che sarebbe poi diventato mio grande amico e compagno di Liceo, allorquando la sua famiglia esodò come tante altre nella Melito crescente degli anni '90.
D'estate poi arrivava la carovana del VIDES, l'ong promossa dalle suore salesiane che animava il paese. Ricordo i campi di lavoro coi giovani, i giochi di squadra, i canti e le recite, le grandi scorpacciate.
Certo la 'ndrangheta c'era, ma a otto-nove anni non potevo riconoscerla. Non capivo perchè a volte mio padre non voleva portarmi con lui, come quella volta che quasi buttarono giù una casa a fucilate e colpi di bazooka. Non voleva che vedessi passando quella scena post-bellica. Qualche anno dopo mi fu più chiaro.
Si può certamente addebitare a questa "guerra" l'inizio della fine per il paese di Roccaforte del Greco. I pochi hanno vinto sui molti. Ma i molti, non si sono mai sentiti protetti veramente, anzi, si sono sentiti "sospettati" di connivenze, omertà, collusione. Nessuno si è mai voluto calare nei panni di chi vive fianco a fianco con quei "pochi" pur non avendo nulla a che vedere con loro o le loro criminose attività.
E così siamo arrivati al punto che tutti sono responsabili, che non c'è salvezza, che non c'è differenza tra chi delinque e chi invece cerca solo di campare in pace, con la propria famiglia, in mezzo alle sue cose, decidendo, in ultima analisi, di andare via, di strappare il forte legame con la propria terra e spostarsi in luoghi dove la provenienza non è un peccato. Lì forse, lontano dal "feudo della 'ndrangheta in cui è proibito votare", così lo ha definito indegnamente la "giornalaia" di Repubblica, potrà sentirsi meno sospettato, meno etichettato.

0 commenti: