martedì 14 maggio 2013

E adesso "etichettateci" tutti (di Walter De Fiores)

Bruciano macchine, fanno furti nelle case degli anziani, incendiano cassonetti dei rifiuti, possiedono armi nelle loro dimore, compiono gesti di delinquenza. I giornali nazionali e gli scrittori lontani “di mafia o anti-mafia” (che dir si voglia) la chiamano ndrangheta. Io che vivo questa realtà ogni giorno stando e abitando questa terra, preferisco definirla delinquenza, stupidaggine, incoscienza, criminalità si, ma criminalità non organizzata, criminalità singola di un gruppo di ragazzi che si sentono padroni di una terra che non dovrebbe consentire loro di vivere di teppismo. E’ facile per chi non vive questi territori e quindi disconosce la realtà calabrese, attribuire ogni colpa alla ndrangheta. Esiste certo, ma esiste anche e soprattutto al Nord, qui ha pochi interessi e non va sicuramente a colpire il parroco di Benestare (ultimo caso di delinquenza), si sofferma su altri temi, il narcotraffico, gli incassi provenienti dalle slot-machine, lo spaccio e il traffico di armi o droghe, l’acquisizione di beni, ecc e ecc. Ma tutto ciò la ndrangheta lo mette in piedi, ormai vive ed è consolidata al Nord! Quindi cari giornalisti che apostrofate la Calabria come il far-west d’Europa o come la discarica d’Italia, guardatevi bene attorno, lì dove siete, che di mafia ricoperta di merda ne avete ben tanta, e sturatevi il naso perché l’odore si sente in tutto il Nord, specie nelle grandi città del Nord. Luigi Preiti si, è originario di Rosarno, subito dopo i colpi sparati dalla sua pistola davanti Palazzo Chigi siete andati immediatamente a vedere da dove provenisse, e appena avete avuto notizie, avete continuato per giorni a dirci che è da verificare se era in contatto con la ndrangheta. Come se l’essere calabrese fosse sinonimo dell’essere ndranghetista, come se tutti i calabresi siano ndranghetisti. Beh, lui ha sparato ferendo due carabinieri e paga le conseguenze, voi avete e state sparando ancora contro la Calabria e non perdete occasione di farlo, ma non pagate le conseguenze, anzi. Vi ritrovate a gestire una trasmissione in uno dei tantissimi canali del digitale terreste, a essere ricoperti di complimenti perché denunciate la ndrangheta attraverso libri e giornali scritti tra le mura delle vostre case a Milano, Roma, Bergamo, Napoli, Como, vi ritrovate ad essere ospiti a Busto Arsizio di una manifestazione contro la mafia, e ripeto Busto Arsizio! “E adesso ammazzateci tutti” era questo lo slogan dopo l’omicidio Fortugno nel 2005, sono passati 8 anni, lo stesso ideatore di questo slogan ora si trova al Nord a godersi la bella vita, invitato qua e là, parlando e sparlando di mafia. Sicuramente in quello slogan, per “tutti” intendeva tutti i calabresi tranne lui. Fuggito da eroe. Di cosa poi è di difficile intuizione. 
Soltanto chi vive questa terra sa come stanno le cose qui, soltanto chi ha ogni giorno a che fare con il malavitoso di turno, con le minacce di chiede il pizzo, soltanto chi non abbassa la testa davanti a loro si può considerare un eroe, uomo o donna coraggioso e coraggiosa.
In ultimo questo incendio alla macchina del parroco congolese di Benestare, Don Rigobert, si sa chi è stato, ma sembra che non lo si voglia (o non li si vogliono) arrestare. Due mesi fa lo stesso Sindaco di Benestare, davanti al Prefetto di Reggio Calabria andava a denunciare l’incendio della macchina della sorella, le promesse: “vedrete, li prenderemo”. Si è visto, hanno bruciato la macchina del parroco, gli stessi balordi. E’ dovuto scendere il Vice-Ministro Filippo Bubbico a Benestare due giorni fa in merito all’accaduto, ha sfilato assieme alla comunità in quella fiaccolata di solidarietà. Non so se è chiaro, è dovuto venire il Vice-Ministro per questi delinquenti senza nome (o forse no), quando da mesi la prefettura è a conoscenza, ma non ha risolto ancora niente. Ciò dà materiale ai giornalisti d’assalto del Nord che etichettano quest’ultimo evento come un evento mafioso. E a noi calabresi umili che resta? Senza Stato e senza gloria, tutti insieme vi ringraziamo. Walter De Fiores

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