mercoledì 6 marzo 2013

Fiamme punitrici a Napoli, nessuna speranza dev'essere data al Mezzogiorno? Spunti per una riflessione più ampia


Il rogo alla Città della Scienza di Napoli, ci rivela in realtà un altro attentato, quello quotidianamente perpetrato ai danni dello sviluppo del Mezzogiorno e della sua completa affrancazione dall'arretratezza e dalla piaga della criminalità. La scena apocalittica dell'intero complesso divorato alle fiamme, di quelle fiamme che squarciavano il cielo di Napoli nella notte buia, ha fatto sorgere in me degli interrogativi: qual é il senso di questa sfida? Per quale ragione un polo di eccellenza culturale può essere distrutto in circostanze che sono macroscopicamente dolose mentre nella stessa città le forze dell'ordine faticano anche solo ad entrare in quartieri come Scampìa, Forcella, Secondigliano? Perché quella città fa così male a sé stessa?
Attenzione, qui non stiamo parlando di un atto di vandalismo sfrenato, qui ci troviamo di fronte ad una sfida. Non si tratta di panchine divelte ai giardinetti pubblici. Il male che ammorba Napoli attacca ciò che può rappresentare la sua rinascita. 
Ma la riflessione é ben più ampia, concettualmente e geograficamente. Oggi tutto il Mezzogiorno é Napoli. La "questione meridionale" é più viva e cogente che mai, non è più differibile, e dala sua risoluzione dipendono in non poca parte i destini dell'Italia sul palcoscenico internazionale. 
La cosa però non sembra nemmeno più interessare i decision makers, molto più attivi ed indaffarati a guardare ai "mercati", alla "credibilità internazionale", ai trattati ed ai patti esteri da rispettare. 
Ma non si accorgono che metà del Paese non respira? Non lo vedono sprofondare giorno dopo giorno, spinto a fondo da una dilagante criminalità organizzata a cui lo Stato ha sempre e solo saputo rispondere con arresti e confische, giustissimi, ma mai seguiti da un programma serio di "costruzione" di percorsi accessibili che evitino di cercare scorciatoie? 
Passate le elezioni, che ci consegnano un Paese allo sbando, checché ne dicano i commentatori televisivi, si può affermare che in nessun programma partito viene presentata un'idea seria per il Sud. Non si vedono nemmeno più le intenzioni di affrontare la questione, come se non vi fosse più l'urgenza di salvare la metà del Paese che non funziona e, come nel triage sui campi di battaglia, si cerchi di salvare ciò che si può salvare. 
Quando si capirà che è solo restituendo al progresso ed alle pari opportunità il Mezzogiorno che si superano i problemi di ordine economico e sociale del Paese?
La questione meridionale é stata ampiamente dibattuta nel corso degli ultimi 150 anni, ma nessuna forza, ahimè neppure quelle della sinistra, é mai riuscita a presentare proposte serie ed attuare politiche concrete per il suo superamento.
Il Meridione, secondo Gaetano Salvemini (nella foto), soffriva, al tempo, di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale. 
Possiamo affermare in tutta tranquillità che queste patologie siano ancora presenti, in forma diversa e con altra denominazione. 
Uno Stato poco solidale, che avrebbe dovuto dare di più a chi aveva di meno. Più scuole, più infrastrutture, più industrie, più lavoro. Invece abbiamo visto e vediamo solo più caserme (non che non servano, ma la sola repressione non basta).
Questo ha fatto si che il Nord progredisse, socialmente ed economicamente, e che il divario si allargasse. Al vecchio sistema feudale si é sostituita la criminalità organizzata, che controlla oggi, essendosi sostituita ai latifondisti e mescolata alla borghesia, buona parte della ricchezza, frutto di attività che si muovono su un terreno in cui il confine tra il legale e l'illegale non é marcato e ben visibile. 
Ma una sincera autocritica va pur fatta, perché le colpe dell'arretratezza e del sottosviluppo sono da ricercare anche in noi stessi e nella nostra proverbiale incapacità di esprimere classi dirigenti sensibili a questa tematica ed autorevoli laddove serve. 
Sempre con riferimento al Salvemini, dobbiamo concordare con il meridionalista il quale affermava che non vi era consapevolezza nel "voto". Oggi come allora, molti non danno il giusto valore al momento elettorale, come se non sappiano che da quello dipende il futuro, oppure non ci credano. 
So che per affrontare un discorso così ampio ed importante occorre spazio, approfondimento e confronto tra voci certamente più autorevoli della mia, ma quelle fiamme, divampate tra i padiglioni della "speranza", in quel luogo che, come pochi altri, era un laboratorio in cui sperimentare un altro Sud, un luogo di cultura ed innovazione che certamente incuteva timore in chi detiene il "potere" solo se l'ignoranza ed il bisogno regnano incontrastati, quel fuoco appiccato da mani impaurite, mi ha molto colpito. 
I simboli positivi ed i germi della speranza nel cambiamento hanno bisogno di essere difesi ed accuditi. Lo Stato, in cui crediamo, deve difenderli, noi tutti dobbiamo difenderli ed insegnare a difenderli.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

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