venerdì 29 marzo 2013

Liberarsi dall'indifferenza, il primo passo per ripartire

Ripropongo queste parole di Antonio Gramsci, che mio padre mi fece leggere quando avevo poco più di 8 anni. Mi colpì molto la lettura e da allora decisi che non avrei mai dovuto rimanere "indifferente", di fronte a nulla. Soprattutto di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, a ciò che ritenevo e ritengo sbagliato.
Orgoglioso di non essere "indifferente"...sempre!

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Queste parole, scritte quasi cento anni fa, suonano attualissime come un invito e un incitamento. L'avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani. Ma dei giovani che si preoccupano di armarsi adeguatamente per affrontare i tanti problemi che affliggono il presente, di quelli che si preoccupano di crearsi quell'ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo delle opportunità, la più perfetta e fruttuosa affermazione.
Il torpore e la stagnante situazione culturale attuale hanno falciato i giovani, hanno sopito le loro battaglie, stroncato i loro sogni splendidi di utopia.
Però voglio sperare che vi sia ancora la possibilità per scuotere gli indifferenti, i giovani che fino a ieri (o ad oggi) se ne infischiavano di tutto ciò che era solidarietà, che era "diritto" che era "dovere". E se ci sono spazi, e voglio credere che ci siano, in cui stimolare la partecipazione ed affossare l'indifferenza, occorre difendere questi spazi, occorre stringersi attorno a chi può e vuole ingrossare sempre più le fila dei "partecipanti" e serrarle.
I giovani sono il germoglio di una nuova pianta da piantare nella vecchia società fradicia e traballante per far sorgere dalle sue rovine una nuova, onesta, civile comunità!

sabato 23 marzo 2013

Verità spaventose

Si vive male a queste latitudini. Molto male. Vivi male soprattutto se sei diverso da chi si volta sempre e comunque dall'altra parte, da chi rimane indifferente di fronte agli accadimenti ed erroneamente, costruisce attorno a sé un bozzolo protettivo che lo isola dal resto.
Si vive male perchè le copie dei quotidiani vengono esaurite dagli edicolanti solo quando viene arrestato od ucciso qualcuno.
Si vive male perchè prima di prendere un caffè al bar devi stare attento a chi c'è dentro.
Si vive male perchè l'impegno civico viene scambiato sempre per "voglia di pennacchio" quando va bene...e per "difesa o favoreggiamento di chissà quali interessi" quando va male.
Si vive male perchè abbiamo creato una società in cui invidia, gossip e maldicenze hanno preso il posto di fiducia, correttezza e solidarietà.
Tutto ciò contribuisce ad alimentare un clima di sfiducia, di paura, che impedisce anche di ribellarsi ed impegnarsi per cambiare questo stato di cose.
Inizio a credere che masochisticamente "ci piace" vivere così.

giovedì 14 marzo 2013

La rappresentanza istituzionale? Una sconosciuta

Giorni fa ho letto un editoriale di Aldo Varano su zoomsud.it sulle recenti elezioni politiche.
La sua disamina riguardava i neoeletti, il loro ruolo, le probabilità che avrebbero avuto con un sistema elettorale differente e sul "peso" che la Calabria avrà in Parlamento in questo nuovo corso della politica nazionale.
Bindi, Scilipoti e Cesa a parte, tutti provenienti da altre Regioni e paracadutati in Calabria (uno per schieramento, in questo i "grillini" si sono differenziati, va detto), dei 27 restanti molti sono figure nuove il che farebbe ben sperare. Ma dato il particolare momento difficilmente potranno esprimersi e cercare di "tirare l'acqua al proprio mulino".
Sulla loro "precarietà" non mi esprimo anche se condivido quanto espresso dal direttore di zoomsud e cioè che i precari che dovrebbero preoccupare tutti noi sono le decine di migliaia di giovani calabresi che non riescono a trovare lavoro e sono costretti ad emigrare nella migliore delle ipotesi.
E' sull'ipotesi che si verifichi il dimezzamento dei parlamentari che voglio soffermarmi.
Se il nuovo parlamento riuscirà (ne dubito) a dimezzarsi e ridursi stipendi e privilegi, nell'ambito di un più vasto e consistente pacchetto di riforme istituzionali al "ribasso", è chiaro che si dimezzerebbe anche la rappresentanza parlamentare calabrese.
Ma questo non è un male. Se pensiamo che lo Stato dell'Illinois che conta 12 milioni e mezzo di abitanti (sei volte la Calabria) elegge lo stesso numero di parlamentari, non è poi così assurdo pensare ad una rappresentanza dimezzata nel numero.
Piuttosto sarebbe auspicabile una legge elettorale che reintroducesse i collegi uninominali in cui i candidati venissero scelti attraverso primarie "serie" (cioè all'americana) in modo da garantire a tutti i territori una rappresentanza certa e diretta.
Non so se in questo quadro sarà possibile realizzare una simile riforma, non si vede alcuna reale e ferma volontà di cambiare le regole del gioco, ma solo trovate e genialate pubblicitarie di cui la gente è ormai stanca.
Il problema della rappresentanza istituzionale, a queste latitudini, è ormai cronico, dal momento che veniamo sistematicamente spogliati della nostra rappresentanza, per motivi che il più delle volte sono peraltro plausibili. Ciò però comporta un impoverimento generale del territorio, poichè il vuoto istituzionale affossa la partecipazione democratica e fa perdere "opportunità" importanti al territorio.
Un esempio lampante sono i fondi comunitari, che senza un'adeguata progettualità, sfilano davanti ai nostri occhi e vengono deviati verso nazioni neocomunitarie che si stanno attrezzando ed in parte ci hanno già superato, investendo in start-up, infrastrutture, cultura e turismo.
Volete un esempio più spicciolo? Un territorio che non ha rappresentanti istituzionali, difficilmente riuscirà a farsi asfaltare le strade dall'Ente Provincia...
Per non parlare poi dei "diritti" di cui viene orbata una comunità, compreso quello di potersi definire "comunità".

domenica 10 marzo 2013

Serie di pensieri - 2. Libertà di espressione

Squarciare il silenzio è stata ed è sempre una delle mie caratteristiche. Ho sempre esternato il mio pensiero perchè convinto, come recita anche il sottotitolo di questo blog, tratto dalla canzone di Lucio Dalla "Com'è profondo il mare", "il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare".
Confinare i pensieri in un recinto è una scelta soggettiva e non biasimo chi lo fa, perchè ovviamente esporre sempre e comunque il proprio pensiero, le proprie idee, espone automaticamente a dei rischi, oltre ad offrire delle opportunità.
Ma sono stato sempre convinto che ne valesse la pena. Anzi, è diventato indispensabile dal momento in cui ho scelto di impegnarmi nella cosa pubblica.
Nel mio piccolo ho sempre espresso in maniera trasparente e coerente le mie idee, nella convinzione che solo in questo modo si potesse diventare contestualmente uno stimolo per gli altri ed un esempio per quei giovani, soprattutto, che vedono l'impegno civico come qualcosa da cui fuggire, da cui prendere le distanze. Spero di esserlo.


mercoledì 6 marzo 2013

Fiamme punitrici a Napoli, nessuna speranza dev'essere data al Mezzogiorno? Spunti per una riflessione più ampia


Il rogo alla Città della Scienza di Napoli, ci rivela in realtà un altro attentato, quello quotidianamente perpetrato ai danni dello sviluppo del Mezzogiorno e della sua completa affrancazione dall'arretratezza e dalla piaga della criminalità. La scena apocalittica dell'intero complesso divorato alle fiamme, di quelle fiamme che squarciavano il cielo di Napoli nella notte buia, ha fatto sorgere in me degli interrogativi: qual é il senso di questa sfida? Per quale ragione un polo di eccellenza culturale può essere distrutto in circostanze che sono macroscopicamente dolose mentre nella stessa città le forze dell'ordine faticano anche solo ad entrare in quartieri come Scampìa, Forcella, Secondigliano? Perché quella città fa così male a sé stessa?
Attenzione, qui non stiamo parlando di un atto di vandalismo sfrenato, qui ci troviamo di fronte ad una sfida. Non si tratta di panchine divelte ai giardinetti pubblici. Il male che ammorba Napoli attacca ciò che può rappresentare la sua rinascita. 
Ma la riflessione é ben più ampia, concettualmente e geograficamente. Oggi tutto il Mezzogiorno é Napoli. La "questione meridionale" é più viva e cogente che mai, non è più differibile, e dala sua risoluzione dipendono in non poca parte i destini dell'Italia sul palcoscenico internazionale. 
La cosa però non sembra nemmeno più interessare i decision makers, molto più attivi ed indaffarati a guardare ai "mercati", alla "credibilità internazionale", ai trattati ed ai patti esteri da rispettare. 
Ma non si accorgono che metà del Paese non respira? Non lo vedono sprofondare giorno dopo giorno, spinto a fondo da una dilagante criminalità organizzata a cui lo Stato ha sempre e solo saputo rispondere con arresti e confische, giustissimi, ma mai seguiti da un programma serio di "costruzione" di percorsi accessibili che evitino di cercare scorciatoie? 
Passate le elezioni, che ci consegnano un Paese allo sbando, checché ne dicano i commentatori televisivi, si può affermare che in nessun programma partito viene presentata un'idea seria per il Sud. Non si vedono nemmeno più le intenzioni di affrontare la questione, come se non vi fosse più l'urgenza di salvare la metà del Paese che non funziona e, come nel triage sui campi di battaglia, si cerchi di salvare ciò che si può salvare. 
Quando si capirà che è solo restituendo al progresso ed alle pari opportunità il Mezzogiorno che si superano i problemi di ordine economico e sociale del Paese?
La questione meridionale é stata ampiamente dibattuta nel corso degli ultimi 150 anni, ma nessuna forza, ahimè neppure quelle della sinistra, é mai riuscita a presentare proposte serie ed attuare politiche concrete per il suo superamento.
Il Meridione, secondo Gaetano Salvemini (nella foto), soffriva, al tempo, di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale. 
Possiamo affermare in tutta tranquillità che queste patologie siano ancora presenti, in forma diversa e con altra denominazione. 
Uno Stato poco solidale, che avrebbe dovuto dare di più a chi aveva di meno. Più scuole, più infrastrutture, più industrie, più lavoro. Invece abbiamo visto e vediamo solo più caserme (non che non servano, ma la sola repressione non basta).
Questo ha fatto si che il Nord progredisse, socialmente ed economicamente, e che il divario si allargasse. Al vecchio sistema feudale si é sostituita la criminalità organizzata, che controlla oggi, essendosi sostituita ai latifondisti e mescolata alla borghesia, buona parte della ricchezza, frutto di attività che si muovono su un terreno in cui il confine tra il legale e l'illegale non é marcato e ben visibile. 
Ma una sincera autocritica va pur fatta, perché le colpe dell'arretratezza e del sottosviluppo sono da ricercare anche in noi stessi e nella nostra proverbiale incapacità di esprimere classi dirigenti sensibili a questa tematica ed autorevoli laddove serve. 
Sempre con riferimento al Salvemini, dobbiamo concordare con il meridionalista il quale affermava che non vi era consapevolezza nel "voto". Oggi come allora, molti non danno il giusto valore al momento elettorale, come se non sappiano che da quello dipende il futuro, oppure non ci credano. 
So che per affrontare un discorso così ampio ed importante occorre spazio, approfondimento e confronto tra voci certamente più autorevoli della mia, ma quelle fiamme, divampate tra i padiglioni della "speranza", in quel luogo che, come pochi altri, era un laboratorio in cui sperimentare un altro Sud, un luogo di cultura ed innovazione che certamente incuteva timore in chi detiene il "potere" solo se l'ignoranza ed il bisogno regnano incontrastati, quel fuoco appiccato da mani impaurite, mi ha molto colpito. 
I simboli positivi ed i germi della speranza nel cambiamento hanno bisogno di essere difesi ed accuditi. Lo Stato, in cui crediamo, deve difenderli, noi tutti dobbiamo difenderli ed insegnare a difenderli.

martedì 5 marzo 2013

Serie di pensieri: 1 - I Sogni

Non penso ci sia qualcosa di più importante che credere fermamente nei propri sogni. Si, certo, oggi viviamo in mezzo ai problemi, viviamo di preoccupazioni che occupano gran parte della nostra giornata e poco spazio rimane per sognare. E quel poco spazio, a volte, non lo destiniamo nemmeno più a questo, ma ad altro.
Ebbene credo che sia sbagliato schiacciare i propri sogni, le proprie aspirazioni, nonostante la realtà sia così "pesante" e sempre più distante da questi.
Lavorare per colmare questa distanza equivale a realizzare i propri sogni, almeno in parte.


sabato 2 marzo 2013

La diffamazione malcelata del Co.Re.Svi.T

Torna a soffiare il venticello della calunnia. Spira forte soprattutto quando scarseggiano le motivazioni ed è necessario spostare l'attenzione verso altri lidi.
Ma questa volta il pensiero espresso è talmente contorto che provare a districarlo è un esercizio faticoso. Tentiamo insieme.
In un comunicato del Presidente del Co.Re.Svi.T. (Comitato di Responsabilità per lo Sviluppo del Territorio) si legge:

[...]La considerazione, più volte espressa con convinzione dal sottoscritto, che la ‘ndrangheta sia contro la Centrale è stata – a nostro avviso – ancora una volta confermata dagli eventi e suffragata da più riscontri investigativi. 

Non è chiaro a quali "riscontri investigativi" si riferisca il Presidente del Co.Re.Svi.T., dal momento che gli atti dell'indagine ADA parlano esattamente del contrario, cioè dell'interessamento della criminalità al progetto.
Tralasciando la parte in cui si parla della posizione dell'ormai ex Sindaco di Melito Gesualdo Costantino, di cui viene quasi giustificata la doppia posizione tenuta quando era vicepresidente della Provincia e quando è stato poi eletto Sindaco, anche qui con un ragionamento poco chiaro, passo direttamente al punto che ritengo riguardi il sottoscritto.
Nel comunicato infatti si legge:

[...]Analogamente, un altro Sindaco di un’amministrazione recentemente sciolta per infiltrazioni mafiose si era sempre espresso contro il Progetto della SEI e tuttora continua a farlo con grande veemenza. Pertanto, l’unica riflessione che accomuna il nostro pensiero con alcuni passaggi di D’Aquaro è quella secondo cui se la ‘ndrangheta fosse effettivamente favorevole all'insediamento della Centrale, è dimostrato che non riesce a controllare neanche i propri eminenti presunti associati, né altri soggetti che in gran numero si battono nel quotidiano contro tale insediamento. E siccome noi del Co.Re.Svi.T. siamo fermamente convinti che il potere intimidatorio della criminalità organizzata calabrese sia tale da non consentire il mantenimento di prese di posizione in contrasto con i propri interessi, viene spontaneo pensare – e ancora una volta ribadire – che LA ‘NDRANGHETA È ED È SEMPRE STATA CONTRO LA CENTRALE.[...]

Dunque vediamo come il Co.Re.Svi.T. voglia lasciar intendere che dal momento che io mi sono sempre espresso contro la Centrale, la 'ndrangheta che ha infiltrato il mio Comune non è favorevole alla Centrale. 
A parte che consiglio anche in questo caso la lettura degli atti, ivi compresa la relazione di accesso disponibile sul web, non mi pare che questa malcelata diffamazione sia utile alla discussione. E' utile forse solo a spostare l'attenzione da quello che è il "fulcro" dell'indagine.
Ma non basta. Visto che "continuo a farlo con grande veemenza", per il Presidente del Co.Re.Svi.T. sarebbe una conferma, perchè se così non fosse, qualcuno, in questo caso la 'ndrangheta, troverebbe il modo di farmi stare zitto o di farmi cambiare idea.
Se la 'ndrangheta non ti intimidisce è perchè ti appoggia, sembrerebbe la semplicistica e puerile affermazione che si legge tra le righe del comunicato.
Dimentica però di dire, il Presidente del Co.Re.Svi.T., che non vi sono state intimidazioni alcune, nei confronti di nessuno dei Sindaci schierati apertamente contro la Centrale, nè nei confronti dei cittadini e delle Associazioni. E questo vorrebbe dire che c'è una sorta di silenzio-assenso della criminalità organizzata? Ma non scherziamo.
Mi pare artificioso e strumentale come ragionamento, soprattutto alla luce dei recenti fatti emersi dall'indagine che ha messo in luce gli appetiti della criminalità verso il progetto della Centrale.
E poi, che ne sa il Presidente del Co.Re.Svi.T.? Tentativi di dissuasione e di scoraggiamento anche a carattere intidimatorio ne ho subìti fin dal 2008, quando a ricevere una lettera anonima fu mio padre, e successivamente nel 2010 quando ne ricevetti una io. Per non parlare delle "battutine" lanciate qua e là, nelle manifestazioni pubbliche e negli incontri occasionali, fino ad arrivare alla telefonata strana di cui ho fatto menzione nel precedente post.
Non ho fatto clamore solo perchè non vi era notizia di reato, ma gli "inviti" a desistere dalla lotta e la "solidarietà espressa con arroganza", sono cose di cui i Carabinieri sono stati sempre puntualmente informati.
Così come lo saranno anche di questo comunicato che oltre ad avere la sfrontatezza di smentire riscontri oggettivi di indagine, diffama palesemente e tende ad accomunare i soggetti contrari alla costruzione della Centrale a coloro che invece è chiaro che la Centrale la vogliono. Fosse anche solo per mettere le mani sui lavori e sul business che porterebbe, ma la vogliono. A dirlo non sono io, perchè a differenza del Co.Re.Svi.T. non mi arrogo il diritto di conoscere il pensiero altrui, ma il procuratore Gratteri, affermando che la criminalità organizzata guarda con attenzione a tutti i possibili investimenti pubblici e privati che si prospettano sul territorio. 
Sono stato sempre contrario al progetto della Centrale e lo sono ancora. Lo sarò sempre, ma esclusivamente perchè non ritengo sia la soluzione ai problemi dell'Area, non perchè c'è qualcuno che tira i fili...nessuno può manovrarmi, perchè ho come unico interesse il bene comune. Altri potrebbero averne, legittimi, certamente puliti, ma potrebbero averne.

clicca qui per leggere il comunicato integrale

venerdì 1 marzo 2013

I "buoni rapporti" non sono tutti uguali. Il saluto è una cosa, le cene e le passeggiatine sono un'altra

Lo scrivevo nel luglio dello scorso anno (clicca qui), che c'era un interessamento importante della criminalità organizzata verso la costruzione della Centrale a Carbone.
Ma non sono qua per dire "l'avevamo detto", contrariamente a quanto sostenevano autorevoli membri di comitati "pro" centrale.
Credo che ciò che è emerso dall'operazione ADA, relativamente al progetto della SEI ed ai contatti, più o meno diretti, intercorsi tra i promotori del progetto e personaggi legati alla criminalità, faccia registrare un sensibile ed ulteriore rifiuto della gente nei confronti dell'iniziativa industriale.
Nella sua conferenza stampa indetta per chiarire la sua posizione in merito all'indagine, il consulente SEI Franco D'Aquaro, ha detto di avere intessuto "buoni rapporti con tutti gli amministratori dell'Area" e sento il dovere di precisare, onde evitare di essere accostato a chi ci andava e ci va a braccetto, che io ho conosciuto il signore in questione in un incontro tenuto presso la delegazione municipale di Marina di San Lorenzo nell'estate del 2010, unitamente al sindaco Pasquale Sapone.
Era accompagnato da altri due dirigenti dell'azienda Repower Italia ed in quella occasione egli mi disse "la seguiamo, seguiamo quello che fa", riferito alla mia attività di informazione e sensibilizzazione contro il progetto, ed io ribadii la mia netta contrarietà al progetto, come già avevo fatto fin da quando si vociferava solamente l'ipotesi di installare una Centrale a Saline.
Dopo molti mesi dallo scioglimento del consiglio comunale di Bagaladi, avvenuto nell'Aprile 2012, il signor D'Aquaro mi ha contattato telefonicamente (prima ed unica volta) per esprimermi solidarietà (?) suggerendomi di "farmene una ragione". Telefonata strana, unica, di cui non ho mai compreso motivazione e significato. Naturalmente non l'ho lasciata cadere "così", proprio perchè "insolita".
Quindi affermare che ha intessuto "buoni rapporti con tutti gli amministratori dell'Area" non è proprio corretto. Certo, se per "buoni rapporti" intende che nelle occasioni di manifestazioni pubbliche ci siamo salutati cordialmente, non gli si può dare torto, perchè il saluto è educazione e rispondere è cortesia.
Ma ho rifiutato inviti a trasmissioni televisive dove era invitato anche lui, non ho mai "cenato" o "passeggiato", nè l'ho mai chiamato con "vezzeggiativi" che stiano ad indicare i "buoni rapporti".
Non perchè creda che sia una persona cattiva, ma semplicemente perchè vendeva un prodotto che non mi è mai interessato, quindi sarebbe stato inutile tenere "buoni rapporti" con il signor D'Aquaro.
So poco o niente sul suo conto ed ho sentito di dover chiarire proprio perchè egli ha detto di avere dei buoni rapporti con me, di averli avuti con mio padre (?) e con altri amici membri del coordinamento delle associazioni.