lunedì 30 dicembre 2013

Il "pieno" di rifiuti ed il "vuoto" di senso civico

Alcuni giorni fa incontrando per strada Fabio Costarella, melitese del quale tutti dobbiamo essere orgogliosi perchè ai vertici del CONAI, ho scambiato con lui qualche riflessione e qualche opinione sull'emergenza rifiuti che investe quasi tutto il territorio regionale.
Dalla sua esperienza, maturata soprattutto in Campania, Regione "simbolo" di questa saga dei rifiuti tutta italiana, non riusciva a capacitarsi di come oltre un decennio di commissariamento non abbia posto nemmeno le basi per la risoluzione di un problema che, come più volte ho sostenuto anche su questo blog, all'epoca non era così stringente come lo è stato successivamente.
Ed infatti non si tratta di un problema melitese o reggino. E' il sistema a non reggere, anzi ad essere evanescente.
Eppure Fabio è uno di quelli che il rifiuto lo vede come una risorsa, non come un problema. Lo vede come un'opportunità perchè attraverso il suo encomiabile lavoro, tanti Comuni, tanti comprensori, hanno sgomberato le strade dai cumuli di immondizia, dannosi alla vista ed alla salute pubblica (specie se vi si dà fuoco), ed introitano anche risorse dal sistema di riciclo dei materiali differenziati!!!
Non sono cose dell'altro mondo, sono obiettivi che una classe dirigente locale si dovrebbe porre, dovrebbe attuare, tenendo la barra al centro, senza tentennamenti. Perchè per attuare certe rivoluzioni, soprattutto comportamentali, è necessario che vi sia volontà e tenacia politica. Quello che certamente manca dalle nostre parti.
Non mi tiro certamente fuori da questo calderone, con i dovuti distinguo, ma le cose vanno dette. E' questa la prima regola per "cambiare" : compiere un'operazione verità!
Raccontavo a Fabio che nelle settimane precedenti, durante una delle mie "camminate urbane" avevo notato cumuli di immondizia ad un incrocio dal quale erano stati tolti i casonetti per l'indifferenziata.
La gente aveva continuato tranquillamente a gettare i sacchi di spazzatura, spesso poi aperti da cani e gatti randagi, nonostante la "ecopiazzola" (per usare un eufemismo) fosse stata abolita.
Nei giorni seguenti, ripassando per lo stesso incrocio, meraviglia delle meraviglie, i cassonetti sono riapparsi! Ha vinto l'indisciplina! Ha vinto l'anarchia! Ha perso l'istituzione, tornata indietro sulla sua decisione. O perchè troppo debole, o perchè non "convinta" della decisione stessa.
Avrei voluto vedere i vigili urbani a quell'incrocio, multare i cittadini che gettavano i sacchi incuranti che non vi fossero più i cassonetti, non i cassonetti materializzarsi nuovamente perchè "l'abitudine" vince...
Di questo passo nessuna decisione presa avrà effetti sulla "comunità". Nè un senso unico, nè l'istituzione di un'isola pedonale (come è già successo...ed io ne so qualcosa...), nè altro che implichi il coinvolgimento della cittadinanza, senza interessi di parte o addirittura singoli.
In questo senso, sindaco o commissario non ha importanza. Non si fa torto a nessuno se si segnala che i problemi della città o dei paesi commissariati si sono acuiti con l'arrivo dei commissari. E nemmeno si fa torto se si obiettano alcune modalità di gestione della cosa pubblica, improntata alla "chiusura" al dialogo (forse per non "infettarsi", poichè tutti siamo malavitosi...) ed al mero interesse verso alcune specifiche tematiche, dimenticando che la città ed i paesi vanno "amministrati" gomito a gomito coi cittadini.
Insomma, secondo Fabio (ed anche secondo me), la questione sta tutta lì: nel prendere una decisione ed avere il coraggio di portare avanti un percorso senza tentennamenti.
Nel caso dei rifiuti, occorre DIFFERENZIARE! Non vi è altra strada. Tutti dobbiamo esserne consapevoli.

lunedì 23 dicembre 2013

mercoledì 18 dicembre 2013

Riflessioni sul libro di Stella e Rizzo "Se muore il Sud"

Un pomeriggio libero, un evento interessante in città. Che faccio? Chiudo lo studio (tanto chi viene verrà solo a farsi calcolare l'IMU...) e decido di andare a seguire la presentazione del nuovo lavoro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dal titolo "Se muore il Sud".
Mi dirigo alla stazione, compro il biglietto, lo oblitero, salgo sul caro vecchio diesel che sbuffa sul binario 1 e attendo che parta. Alla mia sinistra il sole cala dietro l'Etna e illumina ancora quella poltiglia di ferro e cemento che separa la cittadina dal suo mare, alla mia destra ciò che rimane dell'Ospedale Tiberio Evoli, "nudo" perchè gli alberi che ne coprivano la mole sono morti pure quelli.
E penso..."se muore il Sud"...andiamo a sentire che dicono.
Mi piace il giornalismo di denuncia, devo dire che mi affascinano i numeri, le statistiche. Ma come fu per "la casta" e "la deriva", anche quest'ultimo lavoro dei due bravissimi giornalisti è un manifesto che denuncia la cialtroneria, la corruzione, il malcostume, le tante troppe storture ed i misfatti compiuti negli anni e perpetrati ancor'oggi dalle classi dirigenti del meridione d'Italia.
Solo la denuncia, che pure serve, non basta, rifletto mentre sto seduto nella sala di Confindustria gremita di persone, perlopiù adulte/anziane.
E la sequenza di immagini che Stella proietta sullo schermo è solo denuncia.
Cose che in linea di massima sappiamo. L'ipertrofia degli apparati politici e burocratici, i bilanci infinitesimali del turismo, lo sversamento di rifiuti, la carenza infrastrutturale, le università scadenti...ce n'è per tutti diciamo.
Quello che mi aspettavo, forse, visto il titolo "se muore il Sud", era forse un suggerimento, un'indicazione su come uscire dal pantano, su come tentare di risollevare le sorti di un Meridione che chiaramente soffre di un ritardo enorme nei confronti del resto del Paese e smisurato rispetto al resto dell'Europa.
Invece mi sono sorbito un "pippone" di un'ora e mezza su quanto sono ladri i nostri politici, su quanto sono corrotti i funzionari, su quanto sono incapaci i medici, insipienti i docenti universitari, sfaccendati gli uscieri, lavativi i netturbini ed in generale "incivili" i cittadini tutti.
Bravi, grazie dell'informazione. Quindi?
Ecco, il libro si ferma al quindi, almeno così pare. (Appena l'avrò finito di leggere, scriverò ancora)
Cosa fare? Siamo certi che basti "votare" diversamente per salvare il Sud?
Siamo certi che basti arrestare centinaia di presunti boss, bossucci e bosserellini vari per arrestare la caduta del Mezzogiorno?
Mi è piaciuto un passaggio iniziale di Stella, quello in cui parla di un certo Ferdinando Mittiga, di Platì, "brigante" perchè voleva sottrarsi, appena dopo l'unità d'Italia nel 1861, al servizio di leva dell'esercito savoiardo. Fu ucciso e decapitato e la sua testa portata in giro per Platì come un trofeo. Questo fu il primo atto dopo l'annessione del Mezzogiorno al Regno d'Italia. I bambini di allora, come potevano vedere in quelle divise un "amico"? Oggi non è molto diverso, fatta eccezione per la decapitazione o l'uccisione. Ma in un territorio in cui lo "Stato" è solo in divisa, ma non è "scuola", non è "guardia medica", non è "tribunale", perchè questi presìdi vengono chiusi e negati alla popolazione, come può vincere lo "Stato" la sua lotta contro il male?
Lo so, sto divagando, ma è quello che pensavo mentre Stella e Rizzo parlavano del loro libro; mentre scorrevano le impietose statistiche che vedono la Calabria penultima negli indicatori socio-economici tra le 271 regioni europee!
Mentre vedevo i veleni dell'Ilva o di Giugliano, mentre ci veniva detto che per andare in treno da Potenza a Matera (100 km circa) bisogna arrivare fino a Foggia e cambiare e ci si impiegano 7 ore!
Mentre vedevo i dati sul porto di Gioia Tauro, in costante decrescita perchè non esistono collegamenti rapidi ed intensi in treno. Mentre vedevo che la Sicilia ha meno turisti delle Baleari pur essendo molto più grande, più bella e più colma di storia e di cultura.
Mentre vedevo infine i 170.000 laureati che hanno lasciato il Mezzogiorno per cercare lavoro perchè qui il pubblico impiego è stato piegato alle volontà ed agli interessi di lobbies ristrette ed ingorde. Perchè qui l'iniziativa privata è mortificata perchè non contano le "idee", conta se "conosci qualcuno".
Ed allora a che serve farsi massacrare, moralmente e fisicamente?
C'è un barlume di speranza per il Mezzogiorno? Se c'è è molto flebile...tanto che un colpo di vento appena accennato potrebbe spegnerlo.
Chi credeva nel riscatto di questa terra ed ha dato la vita per il futuro dei propri figli merita rispetto, merita che si tuteli questa fiammella, che si tenga accesa e si corrobori attraverso il costante ed incessante lavoro di demolizione dei pregiudizi e di costruzione di un nuovo "costume".

mercoledì 11 dicembre 2013

Ospedale, si avvicina la chiusura?

Forse è superfluo dire che a questo punto c'era da aspettarselo, ma l'annunciata (da verificare) chiusura di 175 ospedali in Italia, tra i quali il P.O. di Melito di Porto Salvo, era nell'aria da tempo.
Calcoli ragionieristici? Tagli indiscriminati? Stretta sugli sprechi? Negazione dei diritti? Comunque la si guardi, questa "non" novità pare stia lasciando tutti indifferenti.
Qualche timido servizio giornalistico, qualche condivisione su facebook, qualche commento per strada, ma di fatto, dell'Ospedale Tiberio Evoli e della sanità nel basso jonio non se ne parla da quasi dieci mesi.
Dieci mesi in cui è successo di tutto. Professionisti annunciati, che arrivano in pompa magna, poi se ne vanno in sordina per poi tornare fino ad un certo punto ed infine smettere di venire a supportare le "equipe" locali; lavori di ristrutturazione (circa 10 mln) mai partiti; chimerico accorpamento con l'Azienda Ospedaliera rimasto solo un sogno (per noi, un incubo forse per l'Az.Osp.) nel cassetto di qualche burocrate nominato dalla politica, al servizio della politica e non dell'utenza.
Insomma un "rilancio a perdere", se fosse una partita a carte od una puntata al casinò.
Il problema è che non è un gioco, è la realtà. Siamo arrivati all'ultima mano e con carte pessime da giocare. Il famoso due di bastoni con la briscola a denari...
D'altronde, cosa abbiamo fatto dopo quel corteo di febbraio o quelle catene di maggio?
Cosa abbiamo fatto noi come cittadini/utenti? Cosa hanno fatto gli operatori sanitari? Cosa hanno fatto i vertici per scongiurare la chiusura? Con quanta intensità si é lavorato per dimostrare l'importanza di avere un presidio ospedaliero, per dimostrare la necessità di un'offerta sanitaria sul territorio? E con quanta intensità si é lavorato per "migliorare" dall'interno il Tiberio Evoli?
Tutti, indistintamente, siamo venuti meno ai nostri doveri. Per questo, forse, oggi, brucia di meno sapere che la parola fine sta per scorrere nei titoli di coda di questa triste storia tra il drammatico ed il comico.
E se qualcuno aprirà la bocca per additare ad un singolo la colpa di questo epilogo, sbaglierà.
Con molta umiltà consiglierei a tutti di fare una sana introspezione e di analizzare cosa abbiamo fatto per evitare questo sfacelo. Io per primo.
Abbiamo protestato e manifestato solo quando venivano prese delle decisioni penalizzanti ed effettuati tagli ai servizi, ma mai abbiamo denunciato le cose che non andavano le disfunzioni, i soprusi, le inadempienze, le carenze strutturali. Non lo abbiamo fatto noi, non lo hanno fatto gli operatori. Ci siamo resi complici dello sfascio, tutti.
Certo, un governo che ragiona solo sui "numeri" senza tenere conto delle sostanziali differenze tra un territorio e l'altro, é inqualificabile, anzi, non é un governo. E di fatto in tutti i settori opera come se avesse l'incarico di smantellare lo Stato, senza toccare però i privilegi e le rendite di posizione acquisite dalle tante caste che infettano la società.
Lungi da me abbandonarmi a derive populiste, ma un minimo di analisi va effettuata per comprendere dove stanno gli errori per essere in grado di non ripeterli.
Sapevamo a quale finale thriller saremmo arrivati. L'annunciata chiusura del Tiberio Evoli e degli altri 174 ospedali con meno di 120 posti letto, rivela un pericoloso attentato: quello al diritto alla salute, di fatto negato a milioni di italiani che rischiano di non potersi curare se non facendo chilometri e chilometri. E qui torna, implacabile, la certezza che esistono cittadini di serie A e cittadini di serie inferiore. Non c'è più dubbio ormai. La domanda é: a chi rivolgiamo il nostro sdegno? Quale interlocutore abbiamo? Dov'é lo "Stato"? Lo Stato siamo noi, certo. Ma se questa affermazione é vera allora com'è che avvertiamo questo senso di abbandono?


venerdì 22 novembre 2013

JFK: 50 anni dopo Dallas

Sono trascorsi cinquant'anni da quel fatidico giorno che cambiò il corso della storia. Cinquant'anni dal tramonto, repentino e crudele, della "Camelot" di John Kennedy, il cui assassinio rappresenta ancora oggi uno dei momenti più bui della storia contemporanea.
Dallas, 22 novembre 1963. Una data destinata a rappresentare la fine di un sogno, di una speranza e l'inizio di una restaurazione i cui segni si ripercuotono e si riflettono sul presente.
La fine tragica e misteriosa di un Presidente che era ben più che un semplice burocrate, bensì un'icona, un modello, finalmente positivo, dopo i modelli negativi delle "icone" del totalitarismo ante guerra.
Pochi, pochissimi, ancora credono alla tesi ufficiale del killer solitario, anche se la recente cinematografia spinge ancora in quella direzione (Killing Kennedy è l'ultimo esempio).
Non sta in piedi una teoria del genere poichè "mai" la colpevolezza di Lee Harvey Oswald è stata dimostrata "al di là di ogni ragionevole dubbio". E' una "verità storica" ma non processuale. Tutto invece appare fosco nella vicenda più traumatica che la storia, non solo americana, ricordi dal secondo dopoguerra, seconda solo, forse, all'attacco del World Trade Center l'11 settembre 2001.
Dal percorso del corteo nel centro di Dallas all'autopsia sul corpo flagellato di Kennedy, dall'arresto immediato di Oswald al suo assassinio nei sotterranei della centrale di Polizia, dal ritrovamento del fucile al sesto piano del Texas School Book Depository all'uomo sulla collinetta.
Tanti, troppi interrogativi ai quali non è mai stata data una plausibile e scientifica spiegazione poichè di fatto, nessun processo, salvo quello avviato da Jim Garrison, ha mai trattato la vicenda.
Se ancora oggi, a cinquant'anni da quel giorno, siamo qui a chiederci perchè, come e chi uccise John Fitzgerald Kennedy, è certamente perchè la sua politica, il suo carisma, la sua ferma volontà di cambiare le cose, sono state una speranza per l'umanità e rappresentano un mito intramontabile.
La vita e la morte del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d'America hanno influenzato questo mezzo secolo e continueranno a farlo. La domanda che mi sono sempre posto è: cosa sarebbe successo se Kennedy non fosse stato fermato?
Il principale è più importante evento, ritengo, sarebbe stata la fine della Guerra Fredda, con venticinque anni di anticipo. E questo avrebbe significato un mondo libero e senza conflitti locali con i due protagonisti principali dietro le quinte (Usa e Urss) pronti ad armare i popoli alleati.
La collaborazione cui Kennedy anelava e che lo pose in netta contrapposizione con i poteri forti e coi signori della guerra, avrebbe restituito ai tempi nostri un mondo diverso, ed un "modo" diverso di approcciarsi ai temi della politica, dell'economia, dei diritti umani.
Convincersi che a Dallas vi fu un complotto e non un semplice folle solitario in cerca di fama e notorietà, è il primo passo per analizzare criticamente tutto ciò che accade, senza soffermarsi alle versioni ufficiali che vengono fabbricate al mero scopo di celare la verità dei fatti.
La cospirazione contro Kennedy è cosa certa proprio perchè non si può dimostrare senza dubbio alcuno che sia stato un uomo solo ad imbracciare il fucile ed esplodere i colpi.
Sono passati cinquant'anni ma il mito è sempre vivo. Ciao Mr. President!

venerdì 15 novembre 2013

Lo spazio pubblico, luogo dell'uguaglianza, motore della rinascita sociale

Perduto lo spazio pubblico, perduta la "piazza", si è perso anche il luogo della libertà e della democrazia.
Appare importante, dunque, affrontare il tema dello spazio pubblico soprattutto nelle piccole e medie realtà urbane che vivono una profonda crisi sociale che ha fatto perdere di vista il concetto di "comunità" e di "bene comune".
E' propedeutico anzi. Lo spazio pubblico come luogo da rivitalizzare per riattivare il dialogo, la partecipazione.
Hannah Arendt, in un suo scritto sostiene il "dovere politico della partecipazione come fondamentale espressione della libertà"; affermazione in cui mi riconosco pienamente, anche perché da sempre appassionato ed attivo in politica nel mio territorio.
Per questo motivo mi è molto caro il tema dello spazio pubblico, che tra i temi da affrontare per chi si occupa di politica e nella fattispecie di politica urbana, mi sembra quello di maggiore importanza.
Considero infatti il dare forma e vita agli spazi in cui si rapporta la collettività un obiettivo cui un architetto/urbanista e un politico dovrebbero assolutamente puntare per il bene della città. 
Piazza Taksim a Istanbul e Piazza Tahrir a El Cairo, due luoghi pubblici che di recente sono entrati nelle nostre case tramite tv e web per essere state teatro di dimostrazioni e violenti scontri che hanno fatto temere lo scoppio di guerre civili in Turchia ed Egitto, sono un esempio, magari troppo radicale, di ciò che lo spazio pubblico può essere o meglio può tornare ad essere.
Oltre la dimensione urbana e fisica, lo spazio pubblico assume dunque anche il ruolo di "luogo simbolico delle libertà civili": libertà di manifestazione, di parola, d'espressione. Questo luogo simbolico è regolato dalle leggi e costituisce il terreno delle libertà democratiche che consentono di regolare i conflitti sociali e politici ed il confronto con i poteri costituiti.
Spazio pubblico è quindi una nozione cardine delle scienze umane e sociali.
"Ripensare lo spazio pubblico", sapendo che la democrazia ha bisogno di luoghi fisici, spazi concreti dove possa avvenire il riconoscimento reciproco tra cittadini, è la condizione di qualsiasi uguaglianza politica.

Nella piazza virtuale, i social network, che hanno progressivamente sostituito lo spazio pubblico, l'interazione avviene da uno spazio privato, da casa; perciò non si condivide una panchina, un muretto. Questo isolamento contribuisce a far dimenticare o, per i più piccoli, disconoscere il valore dello spazio pubblico, della condivisione di un bene comune.
Nonostante Facebook o Twitter siano tra le più grandi invenzioni del nuovo millennio ed abbiano completamente stravolto il modo di diffondere notizie, di far restare in contatto persone lontane, non possono sostituire l’esperienza del discutere faccia a faccia.
Lo spazio pubblico dev'essere articolato su luoghi fisici che, per svolgere una funzione democratica, devono essere luoghi di uguaglianza. Non ogni spazio "aperto al pubblico" è però pubblico, né è necessariamente attraente: occorre quindi progettare degli spazi che siano gradevoli e autogestiti o facili da gestire.
Questa è la condizione perché si manifesti una ritrovata capacità dei privati (individui, movimenti, associazioni) di parlare e di stare in pubblico.
Non si faranno uscire i cittadini dal loro privato mondo "feisbucchiano" senza offrire loro la dimostrazione che esistono luoghi più interessanti del salotto di casa o dello schermo dello smartphone.
La struttura della città ne offre molti: piazze, viali, giardini pubblici, ma anche caffè, chiese, biblioteche, librerie. Si tratta di lavorare per renderli fruibili a chi voglia ricostruire un tessuto di relazioni più ricco, più egualitario, più politico.
Da dove si comincia? Si comincia dal creare "eventi" nelle piazze. Eventi che non per forza richiedono sforzi economici per la realizzazione, ma piccole cose che formino un’offerta di esperienze il più varia possibile.
Il fascino di molti spazi pubblici deriva da una gamma sorprendentemente vasta di possibilità che offrono nell'arco della giornata: comprare giornali, fiori o verdure; bere un caffè, un aperitivo o una birra; mangiare un tramezzino, un piatto di pesce o un pasto completo; entrare in una libreria, in un tabaccheria o in un’osteria; fermarsi al mercatino di oggetti usati, in un negozio di antiquariato o al centro informazioni per gli anziani, tirare tardi con gli amici.
Lo spazio pubblico deve avere le caratteristiche di un luogo piacevole e il potenziale per un suo uso civile e politico.
I luoghi di incontro non si creano a comando: è necessario creare una sorta di continuità fra i cittadini, singoli o gruppi e lo spazio circostante.
E di spazio, di luoghi, di edifici ce ne sono tanti. Nella cittadina di Melito, ad esempio, vi sono edifici ristrutturati e chiusi. Altri stanno per perdere la loro funzione, come il Tribunale. Perchè non aprire questi edifici alla pubblica fruizione?
Le public libraries sono un elemento del paesaggio urbano negli Stati Uniti: accanto al municipio e alle chiese principali non può mancare una biblioteca pubblica dove i cittadini vanno ben più spesso di quanto si immagini, non solo a leggere, ma anche a stare insieme, discutere, organizzare un cineforum, fare ricerche, usare computer collegati a internet o utilizzare la connessione wi-fi dal proprio tablet o smartphone.
Nulla di tutto questo è di per sé politico, ma tutto questo è profondamente politico se contribuisce a ricreare quel tessuto di relazioni con l’altro che è l’opposto dell’isolamento casalingo davanti a TV e computer.
Naturalmente, in un momento in cui le risorse per la cultura, la scuola e l’università vengono tagliate selvaggiamente da governi che preferiscono non decidere, rimandare le decisioni che rimetterebbero l'Italia in carreggiata, tutto questo può sembrare un libro dei sogni. 
In paesi e cittadine in cui  la lotta alla 'ndrangheta viene vista esclusivamente come repressione, battersi per una biblioteca, per una piazza, per l'utilizzo gratuito e costante di un edificio pubblico o di un auditorium che diventi il motore della vita culturale cittadina può essere un obiettivo che risveglia energie, coinvolge persone oggi disinteressate o diffidenti verso la politica ed in ultima analisi, riattiva la vera democrazia. Vogliamo provarci?

giovedì 14 novembre 2013

Scusi, per San Lorenzo? 30 km, no 15, forse 20...

L'attenzione che le Istituzioni riservano a questo territorio si evince già dalle indicazioni stradali. Qualche mese fa la Provincia, competente in materia, ha sostituito le indicazioni stradali lungo la SP3 Melito-Gambarie che serve ed attraversa i paesi interni della Valle del Tuccio.

Già allo svincolo della SS106 in prossimità della Galleria Calvario le indicazioni circa la distanza sono errate.
San Lorenzo infatti, dista 20 km e non 30.
Cento metri più avanti, alla fine della rampa, come per incanto, San Lorenzo dista...

Al Ponte San Nicola, a 9 km da questo punto, all'innesto della SP23 per San Pantaleone, la storia si ripete.
Ma come 2? Ma se ne ho percorsi 9...Che forse in discesa sembrano di meno...sembrano 2? Sempre 9 sono.
Questi sono "segnali", è proprio il caso di dirlo, che fanno riflettere. Fanno, come ho scritto all'inizio, intendere quanto amore e quanta attenzione sia riservata a questa parte del territorio. Anche dai suoi stessi abitanti, intendo, che non hanno visto, oppure hanno visto e taciuto, questa madornale fesseria.
Non sto parlando, per carità di patria, delle condizioni del manto stradale, di fronte alle quali, la cazzata dei segnali e delle indicazioni, impallidisce o scompare. Una strada in condizioni pietose. Ma poichè servono molte risorse economiche per manutenere la strada, occupiamoci dei pochi spiccioli, si fa per dire, spesi per le indicazioni errate.
Chi ha commissionato la realizzazione ha fornito i dati giusti? Chi doveva controllare, ha fatto il proprio dovere? Chi ha liquidato la ditta si é accertata che il lavoro sia corretto?
E i Comuni? Gli uffici tecnici? I cittadini? Le Forze dell'Ordine? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Spero di si e che la cosa sia già stata segnalata...ma ne dubito.
Sarà un caso che la strada attraversi 4 Comuni attualmente retti da gestioni commissariali (Melito di Porto Salvo, San Lorenzo, Bagaladi, Roccaforte del Greco), o forse non lo è. 
Forse è quello che ci meritiamo. Siamo un territorio in cui nemmeno le distanze tra un paese e l'altro si conoscono più. Niente più fa scalpore. Nè le cose importanti, nè le piccole cose, che spesso però sono le più indicative del totale abbandono e quelle dalle quali si deve partire per cambiare quelle più grandi.

mercoledì 13 novembre 2013

Salassi, altro che Fondo di Solidarietà

In due anni le somme che lo Stato trasferisce ai Comuni si sono dimezzate. E’ facile intuire quale sia l’impatto di questi tagli drastici: minori trasferimenti=minori servizi.
COMUNE
2011
2013
MELITO P.S.      
2.239.932,50
1.304.643,08
MONTEBELLO J.
1.715.504,42
1.248.101,97
CONDOFURI
  1.493.666,80
806.424,75
BOVA MARINA
1.068.393,30
641.737,59
BRANCALEONE
984.381,95
819.147,20
SAN LORENZO
926.532,63
816.084,12
PALIZZI
886.629,32
661.817,76
BOVA
633.977,86
531.646,64
ROGHUDI
603.811,67
503.728,46
ROCCAFORTE
585.137,45
463.933,00
BAGALADI
418.436,14
366.970,04
STAITI
275.568,38
225.023,88

Per consultare lo storico dei trasferimenti: http://finanzalocale.interno.it/apps/floc.php/in/inputIn/1


A fronte di tutto ciò qual è l’impegno dei Comuni a ricercare fonti alternative di finanziamento per le attività straordinarie che una buona amministrazione (o gestione commissariale che dir si voglia) deve attuare per garantire condizioni di vita eque ed accettabili?
Come può funzionare un sistema al quale continuamente vengono sottratte risorse?
Quanto può durare prima di implodere?
A queste domande, credo, occorrono risposte certe e rapide. Il quadro drammatico della precarietà economica degli Enti è aggravato dalla infuocata situazione occupazionale che vede i precari sul piede di guerra per rivendicare un diritto, quello al lavoro, per anni sbandieratogli da amministrazioni centrali e locali di ogni colore politico e dalla tutt’altro che rosea situazione delle famiglie, che faticano a campare e che sono sommerse dai balzelli e dai tributi locali che crescono esponenzialmente per controbilanciare i suddetti tagli.
Un quadro che contribuisce a deprimere ed a far perdere fiducia nel futuro soprattutto i più giovani, quelli che non credono più a niente ed odiano la politica perché la vedono litigiosa, inconcludente, immorale, piatta e senza sostanziali differenze al proprio interno.

mercoledì 23 ottobre 2013

"6000Campanili". Programma per i centri inferiori a 5.000 abitanti

Il programma "6000 Campanili" mette a disposizione dei Comuni con una popolazione inferiore a 5 mila abitanti 100 milioni di euro da destinare alla costruzione di infrastrutture, costruzione o ristrutturazione di edifici pubblici, realizzazione di reti telematiche e messa in sicurezza del territorio.

Possono presentare domanda di contributo finanziario i Comuni che, in base al censimento del 2011, hanno una popolazione inferiore a 5 mila abitanti, le Unioni composte esclusivamente da Comuni con popolazione inferiore a 5 mila abitanti e i Comuni risultanti da fusioni tra Comuni, ciascuno dei quali con popolazione inferiore a 5 mila abitanti.

Le opere finanziabili (interventi infrastrutturali di adeguamento, ristrutturazione e nuova costruzione di edifici pubblici, l’adeguamento normativo di edifici pubblici esistenti, ad esempio alla normativa antisismica o antincendio, la ristrutturazione e rifunzionalizzazione di edifici pubblici, la realizzazione e manutenzione di reti viarie e infrastrutture accessorie e funzionali o reti telematiche di NGN e WI-FI, la salvaguardia e messa in sicurezza del territorio) possono richiedere un contributo di importo compreso tra 500 mila euro e 1 milione di euro.

Se le opere costano di più, il soggetto interessato dovrà chiarire che la parte restante sarà coperta a sue spese.

Le domande di finanziamento devono essere inviate all’indirizzo di posta elettronica certificatapec@6000campanili.anci.it e l’oggetto del messaggio riportare il nome del programma “6000campanili” e la denominazione estesa e priva di abbreviazioni dell’ente richiedente separati da un “-".

La richiesta deve essere corredata dalla delibera di Giunta che approva la richiesta di contributo, dalla nomina del Responsabile Unico del Procedimento (RUP), dall’approvazione della relazione illustrativa dell’intervento per il quale si presenta la richiesta, firmata dal RUP, e dall’approvazione del disciplinare che regola i rapporti tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e il Soggetto interessato.

Vanno inoltre allegati la relazione del RUP sulla natura e le caratteristiche principali dell’intervento, l’elenco dei pareri, i permessi e i nulla osta necessari all’approvazione e all’avvio dell’intervento, la delibera di approvazione del progetto, l’elenco dei relativi elaborati, il cronoprogramma dei lavori, il Quadro Economico dell’intervento, gli elaborati grafici per l’inquadramento generale dell’intervento, la dichiarazione con l’indicazione del codice Iban del Soggetto interessato e lo schema di disciplinare con tutti gli elementi identificativi dell’intervento e del Soggetto interessato richiedente.

La documentazione da allegare deve essere in formato pdf e avere dimensioni A4, mentre per gli elaborati grafici è ammesso il formato A3. Complessivamente gli allegati possono avere una dimensione massima di 28 MB e devono pervenire con un unico invio.

Tutte le richieste ritenute finanziabili sono poste in ordine di invio, fino al raggiungimento dell’importo assegnato. Ogni soggetto interessato può presentare un solo progetto.
(edilportale.com)

sabato 19 ottobre 2013

I nuovi progetti "smart" per città e cittadini in arrivo a SMAU 2013 Bologna

Trapelano alcune indiscrezioni sulle novità che saranno presentate allo SMAU di Bologna in fatto di Smart Cities.
Per rendere veramente ‘smart’ le nostre città, le start-up più innovative del nostro Paese presenti in Smau puntano sull’ecosostenibilità e l’economia collaborativa. Accrescere l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale degli autobus per il trasporto collettivo: è questo l’obiettivo realizzato dal progetto SIMEBUS - SunlIght ModulEs for BUS. Il sistema utilizza pannelli fotovoltaici di ultima generazione - estremamente sottili, flessibili, custom, incollati sul tetto - che consentono agli autobus urbani di essere energeticamente autosufficienti, riducendo al minimo il consumo di combustibile e l’emissione di inquinanti e gas serra di cui la mobilità urbana è responsabile. Già vincitrice del premio Enel Lab 2012, Smart-I è una giovane e brillante start-up che sviluppa prodotti e servizi rivolti principalmente a Smart Cities & Smart Lighting. Il prodotto di punta - SmartEye - è un sistema integrato, intelligente e distribuito di sensori ottici che, installati sui lampioni della luce, cooperano sinergicamente al fine di erogare servizi innovativi multifunzionali legati al risparmio energetico. Oltre a consentire la videosorveglianza automatica e il monitoraggio del traffico veicolare, SmartEye è in grado di identificare il grado di luminosità di un tratto stradale e analizzare le condizioni meteorologiche, al fine di attuare tecniche di illuminazione intelligente e consentire una riduzione dei consumi per l’illuminazione pubblica fino al 49%. In termini economici è stimato in oltre 4 milioni €/anno il risparmio medio per una grande città. 
Nasce invece sotto l’egida del Politecnico di Milano Cobiz, una moderna piattaforma collaborativa per l’organizzazione dei servizi ambientali che coadiuva le attività di pianificazione e rendicontazione tra le aziende della filiera. Non solo, basandosi sul modello B2B il prodotto mira ad incentivare la collaborazione sociale fra le aziende e i cittadini, introducendo logiche di premio nella rete dei collaboratori, ed ottenendo in tal modo una maggiore efficienza del singolo e dell’intero sistema. I servizi di Cobiz vengono erogati attraverso i moderni browser o smartphone secondo il paradigma “platform as a service”, su tecnologia cloud, permettendo la diffusione dei dati in tempo reale fra tutti gli operatori.
In tema di lavoro e risparmio, la piattaforma JoinJob introduce per la prima volta in Italia il concetto di Service Network, una vera e propria comunità digitale che si aiuta a vicenda. L’obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita delle persone di qualsiasi fascia di età e reddito, favorendo l’incontro fra chi è alla ricerca di un aiuto per lo svolgimento delle attività quotidiane (montare un mobile, pulire casa, tagliare il prato, etc.) e coloro che, possedendo tali capacità, possono impiegare il proprio tempo ottenendo un’entrata economica. Il funzionamento di JoinJob è semplice, veloce e sicuro: attraverso l’app si inseriscono i dettagli del servizio di cui si ha bisogno, si sceglie tra i candidati l’offerta preferita in base al prezzo richiesto, infine si paga direttamente tramite la piattaforma, lasciando un feedback a lavoro concluso. 
Simile anche la proposta di Preventivalo.it, una piattaforma online che consente di far incontrare chi ha bisogno di un professionista con le imprese della propria zona. Il vantaggio per il cliente è di ottenere più preventivi in rete potendo controllare la reputazione delle aziende che lo contattano tramite i feedback, risparmiando in tal modo tempo e denaro; il vantaggio per l’impresa è sapere quali clienti nella propria zona necessitano del servizio offerto, espandendo in tal modo proprio business. Un’altra giovanissima start-up italiana propone un modo intelligente di risparmiare: Taxinsieme, il primo marketplace virtuale che permette di condividere le corse in taxi verso una stessa destinazione. L'idea si basa sul concetto di economia collaborativa, e permette di far sapere se ci sono altri utenti che dovranno percorrere lo stesso tragitto e metterli in contatto per prenotare insieme la corsa in taxi con tariffe agevolate da condividere. Taxinsieme è un sito Web ma soprattutto un’app, in quanto risultano fondamentali tempismo e geolocalizzazione.
Parlando di Smart City non potranno mancare ambiziosi progetti miranti allo snellimento delle procedure delle pubbliche amministrazioni, come quello proposto da Roboing, che ha realizzato e brevettato un sistema di elaborazione delle votazioni effettuate su schede cartacee. 
L’innovazione proposta da Votoscan è quindi un mix di tradizione - mantenuta dal voto espresso sulla scheda elettorale cartacea - soluzioni tecnologiche consolidate e soluzioni tecnologiche avanzate. Parliamo di un nuovo paradigma di elaborazione delle immagini acquisite da scanner (appositamente sviluppato da Roboing) che in meno di 100 millisecondi riesce ad elaborare il voto con una affidabilità del 95%, determinando la preferenza espressa dall’elettore, se la scheda è bianca o nulla, oppure se rimane un margine di incertezza da valutare da parte degli scrutatori. 
Anche Imagogeo, una start-up incubata presso il Polo Scientifico Tecnologico ComoNExT, propone uno strumento di semplificazione della gestione del territorio. L’idea nasce dalla volontà di dotare le amministrazioni comunali di un ambiente di lavoro cartografico semplice, intuitivo e pronto all'uso. I vantaggi sono chiari: ottimizzazione dei costi, semplificazione delle procedure di elaborazione, reperimento e preparazione delle informazioni per la pianificazione, la gestione del territorio e la produzione di documenti per il cittadino, sfruttando i dati disponibili all'interno del comune. Semplici funzioni guideranno l'utente nella visualizzazione, l'elaborazione e l'interrogazione dei dati cartografici e del database catastale.

giovedì 26 settembre 2013

Il voto svizzero non deve ingannare. "Terra" e "società" sono le questioni vitali

Niente trionfalismi, la partita è tutt’altro che chiusa.
Certo, il voto grigionese ha fermato Repower, l’attore principale, ispiratore e finanziatore più grosso del Consorzio SEI, ma stiamo pur certi che non molleranno.
Forti di una valutazione di impatto ambientale favorevole (passata non con voto unanime) che, se non autorizza l’avvio dei lavori, li pone comunque in condizioni di crederci; forti del denaro che già hanno gettato in questa iniziativa per terreni, consulenti e consenso. Non molleranno.
Ed è chiaro che non mollerà nemmeno chi dall’inizio di questa storia ha scelto da che parte stare. Chi ha sempre rifiutato l’idea che questa sia l’unica via, l’ancora di salvezza di un territorio che non ha alternative.
Va detto però che l’operazione “zero alternative” ha fatto un po’ breccia, vuoi per l’immobilismo di chi è preposto a compiere delle scelte per questo territorio, vuoi per la crescente crisi economica ed occupazionale che può incidere sulle valutazioni dei singoli nei riguardi della possibilità che la Centrale sorga.
Serve un nuovo slancio dunque e può giungere da questa scossa fornita dagli abitanti del Cantone. Indubbiamente ci hanno fatto un appetitoso assist e dobbiamo essere bravi a coglierlo e metterlo a frutto qui, dove quel voto realmente serve a bloccare l’iter.
Non possiamo permettere che ad una politica immobile si sostituisca un’impresa privata. La politica, soprattutto quella regionale, che ha voci in capitolo in materia, va richiamata ai propri compiti, alle promesse fatte più volte, a difendere i cittadini di quest’area che giorno dopo giorno sono sempre più scoraggiati per i continui “salassi” istituzionali perpetrati. E non sto qui a fare l’elenco…
Ma c’è un passo propedeutico da compiere per richiamare la politica al proprio ruolo ed è risvegliare le coscienze della gente e ridare speranza per farle ritrovare fiducia.
Francamente non so come. Le vicissitudini occorse mi hanno fatto perdere buona parte del mio entusiasmo o quantomeno lo hanno relegato in un angolo buio del mio cuore. Avevamo provato la via del “Laboratorio di Idee Diritti-Legalità-Sviluppo”, ma dopo un avvio in cui abbiamo attirato la curiosità di molti ed il fastidio di alcuni, tutto è scemato per via del disimpegno che ognuno di noi si porta impresso nel proprio DNA.
Spero ancora che si crei un fronte eterogeneo e compatto che si erga in difesa di ciò che resta. Sanità e Giustizia, insieme a quel briciolo di democrazia locale, sono state già spazzate via insieme ai diritti più elementari, come il lavoro e l’istruzione, sanciti da una Costituzione che appare sempre più come un libro dei sogni.
Tra poco anche l’aria sarà una conquista, il respiro sarà una velleità, se non agiamo subito.

mercoledì 4 settembre 2013

Berlino: architetture e ricucitura urbana per riempire i vuoti lasciati dalla storia

Enormi "blocchi" abitativi di cemento grigio, costruiti secondo l'estetica socialista (se mai ne è esistita una), misti a strutture architettoniche dall'aspetto imponente e che intimoriscono l’osservatore, profili squadrati e durissimi, palazzi dai colori tenui e case popolari gigantesche dalle tinte sbiadite improvvisamente interrotte da altri edifici variopinti e stravaganti e tante, tante gru, in continuo movimento. Questa è Berlino. Un enorme cantiere.
Così si presenta al viaggiatore che arriva in aereo e si avvia verso il centro sfruttando l'efficientissimo servizio di mezzi pubblici offerto dalla città.
La città toglie il fiato per la sua estensione territoriale, per gli spazi estremamente ampi, quasi agorafobici, dove non si prova il senso di oppressione e frenesia che pervade città più popolose come Parigi o New York.
E' una metropoli che porta con sè i segni di un passato travagliatissimo e molto recente che l'ha vista protagonista, in poco meno di un secolo, di una storia civica unica al mondo. Una città viva prima della Grande Guerra, poi in recessione, poi teatro della distorta visione della grandezza nazifascista, poi rasa praticamente al suolo e successivamente divisa in due, con due identità estremamente differenti, ma che negli ultimi vent'anni sono rientrate in contatto e dalla cui fusione sta nascendo un unico e futuristico centro urbano.
Una città che oggi affascina per la quantità e qualità di cose da vedere, dall'architettura classica ai suoi spettacolari edifici moderni, dai magnifici musei agli spazi pubblici vissuti dai residenti 24 ore su 24.
Berlino è ancora oggi, a ventiquattro anni dalla caduta del muro, il più grande cantiere d'Europa; un laboratorio per straordinarie e forse uniche opportunità di pianificazione urbana e progettazione, tra nuovi edifici, nuove infrastrutture, restauri, riqualificazione e progettazione di nuovi quartieri, la moderna architettura che si inserisce nell'architettura classica in maniera armoniosa, in una continua e stupefacente evoluzione.
Ma le tracce della divisione durata quarant'anni sono ancora visibili nella fisionomia della città. I resti del muro esistono in varie forme: come monumento commemorativo, come ricollocazione della casetta di frontiera del Checkpoint Charlie, come tela dove lasciare un segno di testimonianza nell'avvenieristica Potsdamer Platz.
Il centro direzionale, con il meraviglioso ed imponente Palazzo del  Reichstag, è sede di ministeri ed ambasciate. In quest'area sorge "il nastro della federazione" che congiunge in senso figurato le due metà est ed ovest della città con un doppio ponte pedonale sulla Spree. Il collegamento con le altre costruzioni parlamentari è garantito da un sistema di tunnels sotterranei. A seguire la sede del cancellierato "Bundeskanzleramt" è una costruzione imponente che si unisce al nastro della federazione “Band des Bundes”con un corpo centrale di 40m di altezza con laterale una parte destinata ad uffici. 
Senza dubbio è però la Potsdamer Platz il vero fulcro della ricostruzione e della ricucitura armonica tra le due parti della città. Di importanza strategica anche ai primi del '900, oggi nonostante le ardite architetture dei tre grattacieli e la presenza del Sony Center, nonchè, a poche decine di metri, del Kulturforum, la piazza non è riuscita a diventare la "nuova polarità urbana" che i progettisti ed i committenti speravano. Il colpo d'occhio è però di rara bellezza.
panorama da Potsdamer Platz
I progetti sono il risultato di un concorso di idee indetto nel 1991 al quale parteciparono su invito 16 studi di progettazione da tutto il mondo, a cui si richiedeva la realizzazione di una zona (di circa 480.000 mq ) a destinazione mista, commercio, tempo libero, cultura, artigianato, abitazioni, uffici, secondo un modello urbanistico seguito a Berlino a partire dagli anni 80, che voleva garantire l’utilizzazione degli spazi urbani nell'arco delle 24 ore. 
Renzo Piano ha fortemente influenzato il nuovo centro sia per il suo ruolo di coordinatore artistico del progetto d’insieme, sia grazie ai due grattacieli (uno dei quali ha una forma costituita da un angolo acuto a sbalzo con una vasta superficie vetrata ove è posto l’ingresso).
Di notevole interesse anche gli edifici a margine di Potsdamer Platz di Richard Rogers, caratterizzati da cilindri vetrati sugli angoli dei fabbricati.
Risalendo la Ebertstrasse, lungo il vecchio tracciato del muro, ricordato a terra da due file di blocchetti in pietra affondati nell'asfalto, si giunge al Memoriale dell'Olocausto, un'opera d'arte all'aperto che occupa un intero isolato (quello in cui sorgeva la residenza del Ministro della Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels). Una grande scultura evocativa, un grande "cimitero" con tombe senza nome, a ricordare le vittime della Shoah, rimaste senza sepoltura.
Continuando sulla Ebertstrasse e costeggiando l'immenso Tiergarten, si giunge alla Porta di Brandeburgo ed attraversandola verso Est, si entra nella Parisier Platz in cui si trova l'edificio della DZ Bank progettato da Frank Ghery. A Parisier Platz inizia in grande viale alberato Unter den Linden, una spettacolare passeggiata che porta all'altro "polo urbano" importantissimo, Alexanderplatz.
Qui si incontra la Berlino classica. Da Gendarmenmacht, la piazza perfettamente simmetrica con le due chiese ed al centro la sede dell'orchestra sinfonica, a Bebelplatz, dove vi fu il rogo dei libri "non ariani" nel maggio del 1933, ricordato ancora oggi da una botola a vetri che lascia intravedere una stanza con degli scaffali vuoti.
Panorama dalla Cupola del Berliner Dom
Il Duomo, neobarocco, restaurato dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, l'isola dei Musei, in cui sono concentrati i 5 musei più importanti di Berlino, tra cui il bellissimo Pergamon Museum che conserva il poderoso Altare di Pergamo, la porta del mercato di Mileto e la porta della città di Istar.
Ad Alexanderplatz ci si tuffa nell'architettura socialista. I quattro edifici che circondano la piazza hanno i profili squadrati e nessun elemento decorativo. La piazza è poi sovrastata dalla Fernsethurm, la torre della televisione alta 360 metri costruita alla fine degli anni '60 per mostrare la "supremazia tecnologica" della DDR. 
Da vedere anche l'area del Checkpoint Charlie, il passaggio nel muro tra est e ovest nel cuore della città, dove si trova il quartiere di Aldo Rossi (1994-1997) si compone di dodici singoli edifici che utilizzano numerose citazioni dell’architettura storica, nonché la tradizione costruttiva degli edifici con cortili e corpi di fabbrica retrostanti. Suggestivo anche il Museo del Muro.
Così come il Museo ebraico di Libeskind che è una grande scultura, un’architettura simbolica ricca di segni, a partire dalla pianta che ricorda una saetta, dalle finestre a feritoia, che appaiono come lacerazioni nel rivestimento di metallo delle facciate.
Di Berlino, come detto, impressionano gli enormi spazi pubblici, spazi un tempo "terra di nessuno", lande desolate tra muri, recinzioni, strade di pattugliamento e torrette di avvistamento ed oggi "luogo per tutti", ritrovo per artisti, per turisti, per giovani ed anziani (sene vedono pochi, la città è molto giovane).
Due parole sulla mobilità urbana. Le nove linee di U-Bahn, le classiche metropolitane underground, e le quindici linee di S-Bahn, i treni di superficie, compongono una fittissima e rapidissima trama che si completa con i bus ed i tram e collega perfettamente ogni angolo della città ad ogni ora del giorno e della notte, anche nel weekend. Se ciò non bastasse decine di km di piste ciclabili affiancano le principali arterie urbane.
Berlino è dunque il simbolo della laboriosità tedesca. Caduta, ricostruita, bombardata e distrutta, ricostruita nuovamente, poi divisa per quarant'anni e oggi nuovamente unita. Nessun'altra città ha subìto nell'arco di un secolo trasformazioni così profonde accompagnate da traumi urbani così forti, eppure è riuscita a riempire i vuoti lasciati dalla storia, dando nuova forma e nuovo significato ma senza dimenticare quello che è stato. Forse perchè, nonostante tutto, i berlinesi, sono stanchi di ricominciare sempre da capo.

lunedì 22 luglio 2013

L'essenza delle Smart Cities

Si fa un gran parlare di Smart City ultimamente, ed è un bene. Ma di cosa parliamo esattamente? Consapevoli che una definizione ufficiale e universalmente condivisa non c’è ancora, un passo in avanti si può provare a farlo dicendo innanzitutto cosa non è. 
Una Smart City non è un semplice espediente di maquillage pubblicitario il cui scopo sia quello di distrarre attraverso la cosmesi dell'ipertecnologia le aberrazioni di operazioni immobiliari mascherate da progetti innovativi.
No, la Smart City è qualcosa che va ben oltre la semplice sommatoria delle innovazioni tecnologiche glamour che la compongono e dei palazzi fashion. Non è infatti installando pannelli olografici touch-screen che una città diventa “smart”, se per esempio viene ignorata la qualità della vita e dell’aria di una delle città meno vivibili e più cementificate d’Europa.
Smart City è un processo in divenire, un insieme non per forza di sforzi urbanistici faraonici, ma piuttosto di tappe, anche piccole, per interconnettere la città e i suoi servizi con i cittadini, primi ed unici giudici di quanto una città sia effettivamente intelligente. 
Mobilità, informazione, risparmio energetico, attività culturali, partecipazione, sicurezza, opportunità economiche, rifiuti, salute. Una città a misura d’uomo (termine abusato), progettata per il massimo del comfort grazie all'uso diffuso e pervasivo di tecnologie evolute (non solo ICT), è in grado di affrontare in modo innovativo una serie di problematiche e di bisogni. Pertanto, può e deve coniugarsi anche con il tentativo di lasciarsi alle spalle quella “globalizzazione dell’architettura” per la quale da San Paolo del Brasile a Dubai, da Shanghai a Milano si progetta con gli stessi vuoti formalismi senza tener conto delle singole realtà, dei singoli problemi, del tessuto sociale, della storia e della cultura: insomma, tutte quelle cose che fanno di una città, quella città, e non un’altra.
Altra questione sono le dimensioni. Perché, ad esempio, aspettare che a farsi smart e a tracciare la rotta siano solo le grandi città? Non possiamo permetterci di aspettare quegli enormi pachidermi affetti dal fenomeno dello sprawl (la dispersione urbana), mossi spesso da meccanismi immensi nella loro autoreferenziale ricerca del colpo di scena. I nostri meravigliosi borghi e paesi già brillano per moltissime eccellenze uniche al mondo, non sarebbe logico pensare di adottare a partire da queste piccole realtà locali i primi esperimenti di smart living? 
Anche se in Italia c’è chi si sta già muovendo, dobbiamo essere però consapevoli del fatto che da noi c’è un enorme problema che schiaccia ogni iniziativa a prescindere: il demenziale vincolo suicida del patto di stabilità che impedisce ai comuni di spendere in nome di dogmi che non trovano alcuna giustificazione economica.
Ma se è vero che per molte cose servono ingenti risorse, ce ne sono comunque altre che ne richiedono davvero poche. 
La città davvero “smart” è infatti un gioco intelligente di contraddizioni apparenti: è la città che sa muoversi, ma allo stesso tempo è la città che sa non muoversi, perché ha capito che per molte cose non ce n’è alcun bisogno. Quante volte avete perso giornate intere a rimbalzare da un ufficio all'altro? Vi sembra che una città che funziona in questo modo sia intelligente? Ovviamente no, dal momento che abbiamo ormai la certezza che “oltre la metà delle pratiche amministrative correlate a questi momenti chiave della vita potrebbe essere sbrigata online” (come afferma un rigoroso studio della Commissione Europea).
Oggi infatti il grande sviluppo dei soli social network ha permesso alla “piazza medioevale” di rinascere in forma digitale e portare alla formazione di nuove comunità di persone, aggregando in un click intelligenze da ogni parte del pianeta in un unico luogo (virtuale, ma concreto) di scambio e condivisione. 
Le città si stanno mettendo anche loro in questa nuova piazza e il vasto novero di associazioni, siti internet e gruppi Facebook sorti per discutere di problemi legati al proprio territorio sono solo uno dei tanti ottimi esempi di iniziative smart spontanee e dal basso: il vero traguardo cui ambire dev'essere una seria e totale integrazione di tali strumenti partecipativi nella macchina amministrativa, con forme nuove e dirette di dialogo fra i soggetti che compongono il tessuto sociale e politico della città che vuole essere smart. Ma se anche è vero la tecnologia ci porterà lontano, sburocratizzandoci e semplificandoci la vita come è auspicabile che sia, sappiamo però che devono cambiare alcuni paradigmi affinché se ne possano sfruttare appieno le opportunità. 
Una tecnologia non è mai intelligente, lo diventa solo in base all'uso che se ne fa. E questo dipende dalle persone. Altrove i social network hanno mobilitato migliaia di persone per le strade, da noi finora gli animi si sono scaldati solo quando c’è stato un qualche gol in fuorigioco.

mercoledì 3 luglio 2013

Comunità intelligenti per Città intelligenti. E’ possibile, è indispensabile

La città è un bene comune. Bisogna partire da questo assunto per affrontare il delicatissimo tema della “partecipazione” e della “condivisione” come strumenti basilari per dare alla città un nuovo slancio, nuovi impulsi, nuove opportunità.
Non importa la dimensione, l’importanza o il “rango” di una città quando si formulano idee e progetti che possono migliorare la vita dei suoi abitanti. Anzi, in città o cittadine di modeste dimensioni, è probabilmente più facile costruire una partecipazione efficace e farle diventare dei “laboratori” attivi per la sperimentazione di programmi innovativi di politiche urbane da esportare poi su scala vasta.

L’opportunità per ripensare alla città contemporanea è fornita dall'utilizzo ormai capillarmente diffuso della tecnologia.
In ogni casa c’è un pc, un collegamento ad internet, uno smartphone. Se da un lato tutto ciò può essere visto come uno spreco, va considerato invece l’enorme potenziale che questi strumenti portano con sé e si deve cercare di utilizzare al massimo questo potenziale per migliorare la qualità della vita di chi li possiede e della comunità alla quale appartiene.

Nell'affrontare il tema della “smart City”, si deve pensare che la piattaforma digitale aiuta la città fisica a compiere un salto di qualità, la aiuta ad evolversi, a diventare più attraente, più efficiente. E sarà tanto più evoluta, attraente ed efficiente, quanto più la piattaforma si integra con l’ambiente fisico.
Infatti l’aggiunta delle tecnologie smart, della possibilità di connessione virtuale, allargano gli spazi della vita sociale nei luoghi pubblici, che acquistano, anche nell'immaginario collettivo dei residenti, nuove funzioni, nuovi “valori”, nuova centralità.

Vorreste che il Comune comunicasse con voi attraverso un tweet? 
Vorreste poter pagare le tasse da casa vostra senza fare estenuanti file agli sportelli?
Vorreste essere informati istantaneamente di ciò che accade (guasti alla rete idrica, elettrica, eventi culturali, orari del trasporto pubblico o della raccolta dei rifiuti, ecc…)?
Vorreste poter segnalare un problema direttamente con un messaggino o con una foto invece che farlo perdendo una mattinata per recarvi al competente ufficio?

Se avete risposto no oppure pensate che sia utile ma non indispensabile, proverò a convincervi che è utile ed oggi anche indispensabile.

Tutte le città, grandi e piccole, hanno la necessità di tagliare i costi di gestione per poter continuare ad offrire servizi ai cittadini mantenendo degli standard qualitativi accettabili.

Nonostante ciò sono pochi i Comuni Virtuosi che hanno già scelto politicamente la direzione da seguire e messo in atto politiche mirate al contenimento dei costi di gestione.

Le voci di spesa che è possibile abbassare sono quelli legati al consumo di energia, ai rifiuti, al ciclo dell’acqua, al consumo di carta per stampanti e toner per fotocopiatrici ed alla manutenzione di tutto ciò che ho elencato.
Facendo di necessità virtù, le città, grandi e piccole devono cogliere l’opportunità di evolvere e sviluppare le loro infrastrutture per offrire ai cittadini un modo diverso di vivere la città, per essere città intelligenti, città a misura d’uomo - “Smart Cities” - in cui i cittadini sono posti nelle condizioni di contribuire attivamente al mantenimento e al miglioramento dell’ambiente in cui vivono. 

Facciamo qualche esempio. L’installazione di regolatori di flusso e la sostituzione delle lampade nella rete di pubblica illuminazione consente un risparmio di circa il 50% sulla bolletta elettrica che il Comune deve pagare (e che paghiamo noi, ovviamente). Si ma questo ha un costo, direte voi. Certamente ha un costo, ma oltre ad esservi delle specifiche misure del POR che finanziano progetti di innovazione tecnologica esiste l'istituto del project financing, dell’affidamento cioè del servizio a società che investono ovviamente per trarne dei benefici, ma che consentono al Comune di risparmiare e liberarsi dall'incombenza di dover manutenere la rete.

Lo stesso dicasi per il ciclo dell’acqua e per il sistema di raccolta dei rifiuti, su cui però, va detto, che solo una fortissima e capillare campagna di sensibilizzazione per la raccolta differenziata può aiutare ad abbassare i costi (economici e sociali) di questa importante voce di spesa.
L’utilizzo poi delle nuove tecnologie per la comunicazione coi cittadini, sancita anche da normative promulgate negli ultimi anni (agenda digitale, decreto Brunetta, ecc.), consente un risparmio sensibile in termini di stampa e di costi di spedizione.
Altro esempio è la realizzazione di un sistema che consente al cittadino di interagire con l’Amministrazione, segnalando guasti e problemi in maniera istantanea, di modo che il Comune sia messo a conoscenza del problema e possa intervenire subito risparmiando, ad esempio in caso di guasto alla rete idrica, metri cubi di acqua che vengono a disperdersi per via del guasto.

Ovviamente alla base di una “città intelligente” deve esserci una “comunità intelligente”, sensibile e capace di utilizzare le risorse a sua disposizione per contribuire a rendere migliore la vita nella città.
Una città intelligente risparmia energia e ricicla risorse, promuove modi di vita ecosostenibili e una mobilità intelligente, utilizza le tecnologie digitali per ottimizzare i flussi di persone, informazioni e cose, favorisce la diffusione della cultura, è aperta a quanti vi si recano per lavoro, per svago o per turismo. 

Quello di città intelligente è un concetto dalla forte valenza sociale: per questo lo sviluppo di questo modello richiede il consenso informato dei cittadini e presuppone la valorizzazione del capitale sociale e culturale delle città. 
Tre pilastri sostengono l’idea di una città che riconosce il valore delle tecnologie e che le utilizza per migliorare i servizi che offre: 

1. Il coinvolgimento delle forze sociali ed economiche del tessuto urbano, in grado di immettere energie, risorse e impegno nelle azioni di miglioramento della città. 

2. Le risorse pubbliche quali istruzione, sanità e turismo presenti all'interno della città. 

3. La connessione tra persone, tecnologie e risorse che unite danno un contributo allo sviluppo economico sociale del paese e slancio alle città.

giovedì 27 giugno 2013

Nuova veste grafica, nuovi contenuti

Cambiata la veste grafica da qualche tempo, questo blog è in procinto di cambiare anche nei contenuti.
D'ora in avanti verranno pubblicati solo contributi scientifici e culturali legati alla mia attività di ricerca sulla città, notizie e spunti di dibattito sui temi dell'urbanistica, dell'architettura e dell'ambiente.


martedì 18 giugno 2013

Fai la differenza!

clicca sul banner e visita il gruppo
Un gruppo fondato con lo scopo di avviare un dibattito sul tema dei rifiuti e per promuovere su tutto il territorio un piano per la Raccolta Differenziata, unico modo eco-compatibile per il superamento dell'emergenza ambientale in cui ci troviamo.
La bacheca del Gruppo, sulla quale verranno pubblicati links utili ed esempi di buone pratiche messe in atto in altri territori, serve a sensibilizzare gli aderenti e stimolare la discussione, ma anche ad accrescere i livelli di conoscenza della Raccolta Differenziata e dei vantaggi sociali ed economici che può portare.
E' un tema indifferibile, basta uscire di casa per rendersene conto. Ed è un problema molto sentito in tutti i Comuni dell'Area Grecanica ed oltre.
Ragionare in "rete" può favorire lo scambio di idee e può aiutare a costruire una "piattaforma operativa" che interagisca con le Istituzioni locali e collabori alla realizzazione di un piano di area per la Raccolta Differenziata.

Giovedì 20 Giugno alle ore 18.00, presso il Lido El Caribe, discuteremo insieme su come potenziare il sistema di Raccolta Differenziata nel territorio dell'Area Grecanica.


lunedì 17 giugno 2013

In difesa degli alberi di Istanbul e dei pilastri della democrazia

Questi i "facinorosi" che non ci hanno mostrato
Una protesta ecologica contro un piano urbanistico, può diventare una rivolta di dimensioni colossali.
Poteva l’amministrazione di Istanbul immaginare il vespaio che avrebbe provocato la proposta di un nuovo assetto per piazza Taksim? Forse le ragioni sono da ricercare nella mancata "condivisione" del progetto?
Il progetto prevedeva la ricostruzione di una caserma ottomana del 1800, che avrebbe dovuto ospitare prevalentemente un centro commerciale, e in parte un centro culturale. Ultimamente si vocifera anche che gran parte del polmone verde del parco Gezi, ospitato nella piazza, avrebbe dovuto essere sacrificato.
Ma l'abbattimento degli alberi del parco è ben presto assurto a simbolo dell'abbattimento dei pilastri della democrazia turca perpetuato dal premier Erdoğan e del suo governo islamo-conservatore, almeno nella percezione dei manifestanti.
La farsa della democrazia, non solo in Turchia, ma anche nei Paesi Occidentali, sta producendo un’irreversibile crisi di rappresentanza. Anche in Italia avvertiamo questa crisi. Prova ne sono il "commissariamento" che la politica si è data con il Governo Monti e proseguito oggi con un governo di "larghe intese", ma soprattutto la crisi dei partiti e la nascita di movimenti che contengono tutto ed il contrario di tutto ed infine la siderale distanza tra apparato politico-burocratico e società, popolazione.
Questa crisi, in Turchia, ha unito migliaia di turchi al di là della condizione sociale. La difesa degli alberi è diventata così la difesa dei diritti, delle libertà, della vera "democrazia".
Venuta meno la promessa di un benessere che si è di fatto rivelato "sfruttamento", l'autoprotezionismo  delle classi dirigenti (caste) restituisce forza alle masse.
Ma che messaggio è passato? Abbiamo visto per giorni scontri tra polizia e manifestanti, ma nessuno si è degnato di analizzare i veri motivi della rivolta.
La verità è che fa paura che la gente si ribelli, non si vuol credere a quello che si vede e la realtà viene distorta.
Quella di Piazza Taksim è una grande lezione. Una lezione di cittadinanza attiva, che non deve diventare scontro, come è stato, bensì incontro, dialogo.
E' stata una battaglia sui "beni comuni", su quei beni che appartengono a tutti e verso cui tutti dovremmo essere "responsabili". Governanti e governati, amministratori ed amministrati, eletti ed elettori.
E' questo il vero messaggio degli occupanti di Piazza Taksim, dei difensori del parco Gezi.
Chi l'avrebbe detto che un gruppo di alberi a rischio abbattimento, in un parco di cui il mondo non conosceva l'esistenza, avrebbe spinto la Turchia sull'orlo di una rivolta. Eppure gli alberi hanno dato un'unica voce ai dissidenti. Cittadini di ogni condizione sociale, di diverso credo politico e religioso, insieme, fianco a fianco, per difendere i propri diritti. Bello, bellissimo.