martedì 29 maggio 2012

Terremoti, la mitigazione del rischio è l'unica risposta possibile

Ogni volta che si verifica, il terremoto suscita preoccupazioni, paure, panico. Ci domandiamo sempre: "e se capitasse a noi?".
La domanda non è "se". Perchè sappiamo che capiterà, come è già capitato in maniera sconvolgente e lasciando morte e distruzione.
Ma la domanda non è neppure "quando", perchè è vero (o almeno non scientificamente provato) che un sisma non si può prevedere.
La domanda giusta è quella che dovremmo porci tutti i giorni, e non solo quando un evento avviene. E cioè "cosa fare"?
Cosa fare in caso di terremoto?
Cosa fare per mitigare il rischio in modo da minimizzare i danni a persone o cose?
Non è difficile dare una risposta alla prima domanda. E potrebbe risultare di vitale importanza l'acquisizione delle "regole" da osservare in caso di terremoto.
Ma più importante è certamente dare una risposta alla seconda domanda.
A questa però bisogna rispondere in maniera organica, strategica, attraverso un'azione costante di "trasferimento" del know-how dai tecnici ai cittadini.
Il grande limite italiano non è quello di avere scarse conoscenze sui fenomeni geofisici, e nemmeno quello di avere una legislazione complessa ed articolata in materia. Il limite è la difficoltà di trasferire operativamente queste conoscenze agli strumenti di pianificazione e di governo del territorio e dimenticare troppo spesso che le prescrizioni sull'edificazione sono risultate molto spesso addirittura non sufficienti a mitigare il rischio e limitare i danni.
Conseguentemente risulta quasi assurdo approvare provvedimenti che vanno esattamente nel senso contrario a quello della prevenzione e della mitigazione del rischio sismico, come il Piano Casa approvato proprio ieri dal Consiglio Regionale della Calabria e prima ancora "partorito" dal Governo Berlusconi come pannicello caldo per rinvigorire l'economia che gira attorno al settore edile.
Operativamente il Piano Casa consente l'aumento della cubatura e quindi del "peso" di una struttura. Ma mi domando: se i calcoli giustificano una certa costruzione, aggiungere "peso" a quella struttura non ne compromette la stabilità o la risposta in caso di evento sismico?
Azzardare operazioni di questo tipo in un'area la cui pericolosità di base è già tra le più elevate d'Italia e che storicamente ha subìto eventi sismici di portata molto rilevante, significa aumentare significativamente la vulnerabilità del sistema edilizio.
Tornando alla domanda "cosa fare per mitigare il rischio" possiamo concludere che di certo non va fatto quello che il Piano Casa consente di fare.
Ma vogliamo parlare degli strumenti urbanistici? Vogliamo parlare dell'attenzione (evanescente, nella migliore delle ipotesi) riservata a queste tematiche nella redazione di un Piano Strutturale? Vogliamo analizzare le "scelte" compiute negli anni da tutte le amministrazioni in termini di nuove aree edificabili, in termini di infrastrutture, di opere pubbliche di interesse collettivo?
La lista delle "operazioni azzardate" che sanno di "sfida" al rischio sismico sarebbe estremamente lunga e coinvolgerebbe tutti gli enti preposti al governo del territorio ed alle trasformazioni urbane e territoriali. Ponti, cavalcavia, gallerie, strade, edifici pubblici, lottizzazioni, aree industriali. Nella sola Provincia di Reggio non basterebbe un anno a fare l'elenco delle strutture a rischio e che contravvengono alle più elementari regole del "buon senso" antisismico.
Come ho scritto su facebook, non è allarmismo affermare che se avvenisse qui una scossa simile a quella odierna in Emilia o a quella di tre anni fa a L'Aquila non saremmo assolutamente preparati a fronteggiare i danni che certamente provocherebbe!
Sono convinto che la quasi totalità della popolazione disconosce i piani di evacuazione e di protezione civile dei Comuni (quelli che ce l'hanno). E questo è il vero dramma. Dovremmo considerare un eventuale terremoto come un qualcosa che potrebbe accadere in qualsiasi momento. E sapere dunque cosa fare in quel caso.
Solidarietà e vicinanza alle popolazioni emiliane colpite dal sisma. Fa pensare molto il fatto che quella non fosse un'area a forte o medio rischio sismico e nonostante ciò si sia verificato per due volte un movimento di faglia importante.
Il terremoto in Emilia era stato preventivato mesi fa da parte di diversi gruppi di studiosi. E proprio in questi giorni, viene dato un nuovo allarme per un terremoto che nei prossimi mesi colpirà il Sud dell’Italia, in particolare le regioni Calabria e Sicilia: lo dice il centro ricerche Enea di Bologna, che prevede un devastante sciame di sismi di magnitudo superiore a 7, simili insomma al disastro con annesso tsunami del 1908.
La nostra area, le nostre città, le popolazioni locali, sono pronte ad affrontare un evento di tale portata? Credo che non sia una domanda da sottovalutare. Attende risposte. E contromisure...

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Riflessione interessante. Se anche la conoscienza scientifica odierna avesse la possibilità di prevedere in modo sicuro il dove e il quando di un terremoto, questo di certo ci darebbe grandi vantaggi. Ad esempio evacueremmo le zone a rischio in tempo. Però il sisma cmq distruggerebbe ogni edificio e lascierebbe la zona devastata. Assodato che non possediamo questa conoscienza scientifica di previsione, dobbiamo muoverci in una direzione: avere edifici sicuri e avere un piano di emergenza sisma. Il grosso problema dell' Italia è che si fanno leggi nuove, all' avanguardia e poi si lasciano le cose vecchie: "Non si mette il vino nuovo in otri vecchi" . Bisogna che nel progetto, nell' esecuzione e dopo la costruzione degli edifici ci sia controllo e tutto sia fatto a regola d' arte. Poi per quanto riguarda gli edifici già esistenti bisognerebbe verificare la loro sicurezza. Soprattutto edifici costruiti prima dell' entrata in vigore della Legge del ' 74 per le costruzioni in zona sismica. Fermo restando di dare fiducia per le opere costruite dopo il '74. Anche se sono scettico a riguardo.

Diego P.