sabato 13 agosto 2011

Tagliando i piccoli Comuni non si salva l'Italia!

La manovra presentata dal Governo preoccupa e non poco. Preoccupa i cittadini, le imprese e le istituzioni locali. Se va bene, più che bene, la dieta prevista per parlamentari e Province, a stonare sono i tagli indiscriminati sui piccoli Comuni. Non sono loro infatti la causa del dissesto finanziario del Paese e non sarà certo eliminando con un colpo di spugna le amministrazioni e le autonomie locali che si risolvono i problemi del bilancio dello Stato.
Dobbiamo subìre tagli indiscriminati che ci impediscono di fatto di erogare i servizi essenziali e ora dovremmo anche sopportare la cancellazione dei piccoli Comuni senza poter controbattere? Tutto questo è iniquo e non risolve certo il problema ben più complesso dei famosi “costi della politica”.
La classe politica è talmente scollegata dai reali problemi del Paese che, in preda ad una convinzione di onnipotenza, pensa di poter segnare la fine dei piccoli Comuni senza consultare noi amministratori locali e le popolazioni interessate. I piccoli Comuni sono costituiscono lo scheletro del Paese, racchiudono e conservano l’intima essenza della nostra identità nazionale. Le mannaie che tutti i governi, soprattutto di questa deleteria “seconda Repubblica”, hanno calato sui piccoli Comuni, hanno prodotto guasti irreparabili: emigrazione, spopolamento, abbandono del suolo con conseguente dissesto, perdita di valori e saperi della tradizione, omologazione ai “modelli” globali. A tutto questo si può e si deve porre un freno!
Ma invece di tentare di arginare questa emorragia, che rappresenta l’ennesima operazione pubblicitaria di una classe politica vecchia e stanca, si continua a speculare sui più poveri, sancendo di fatto, l’accelerazione di una crisi “esistenziale” già in atto nei 5.600 piccoli Comuni. Vogliono davvero diminuire i costi della politica? Che inizino da loro e non dalle piccole comunità. Che comincino a compiere scelte che sarebbero popolarissime, quali eliminare vitalizi, privilegi e sprechi. E’ più comodo, certo, prendersela con i più deboli, con noi amministratori dei piccoli Comuni, con noi che siamo a diretto contatto con la popolazione e che prestiamo il nostro servizio per poco o anche senza ricevere alcun compenso e sottraendo del tempo ai nostri affetti ed alla nostra vita privata. E nonostante sia più la passione e l’amore per i nostri luoghi, per i nostri borghi, a farci impegnare che altro, veniamo additati come fonte di sprechi. Ma stiamo scherzando?
Accorpare i Comuni per risparmiare? Caro Governo, i Comuni stanno già risparmiando, da tempo. Associandosi per la gestione di servizi importanti, quali i rifiuti, il servizio idrico, o la polizia locale ed in molti casi, condividendo anche le figure professionali e le posizioni organizzative. Accorpare i Comuni per risparmiare e risolvere i problemi dell’Italia? Perché non viene detto che un gruppo di parlamentari o un qualsiasi Consiglio Regionale costano da soli più dei 5.600 piccoli Comuni? Come prenderebbe l’opinione pubblica una notizia del genere che tutti si guardano bene dal divulgare?
Il mio Comune percepisce un trasferimento statale che equivale allo stipendio di un parlamentare! Che faccio? Abolisco il mio Comune o chiedo che venga ridotto lo stipendio o il numero dei parlamentari??? Bisogna essere seri in un momento così particolare per lo Stato e per la società. E una proposta di “taglio” indiscriminato dei piccoli Comuni, non è certo una proposta “seria” ed accettabile. Va sostenuta invece una giusta politica di lotta agli sprechi, ai veri sprechi, tagliando gli enti inutili e parassitari, dimezzando il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, affrontando seriamente e rigorosamente la piaga dell’evasione fiscale. In questo ci troviamo perfettamente d’accordo, perché sono misure sempre evocate dai governi di tutti i colori, ma che nessuno ha avuto ancora il coraggio di mettere in pratica. Troppi interessi, troppi soldi, troppo potere.
E noi? Noi piccoli amministratori locali indifesi? Dobbiamo ribellarci a questa logica di imposizione dall’alto e proporre una contro-riforma dello Stato che abbia come base solida, l’unica vera istituzione democratica ancora esistente, il Comune, che in molti casi, dopo la scomparsa e la drastica riduzione di uffici pubblici, scuole, poste, caserme e presidi sanitari, è rimasto l’unico punto di riferimento per le piccole comunità.

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