venerdì 8 gennaio 2010

Quando la Svizzera apre il portafogli (di Pietro Milasi)

La Centrale a Carbone di Saline Joniche e il prezzo per il nostro silenzio assenso.

Sono trascorse poche ore dall’incontro del 5 gennaio del coordinamento spontaneo nato per il no alla Centrale a Carbone e per il si alle iniziative alternative nell’area jonica grecanica prossima a Reggio Calabria.
Non voglio raccontare gli interventi, istituzionali e non, alcuni accorati, altri puntuali, tutti che esprimono una forte preoccupazione e un appello all’interessarci, oggi e noi, per questa partita che rischia di essere persa.
Perché, alla fine dell’incontro, ancora più chiaro mi sembra ciò che in questa terra, bella ed amara, sta succedendo: i calabresi stanno svendendo il proprio territorio, la propria salute, la propria dignità. O meglio la stanno barattando.
Qui, in Calabria, si rischia di avere una Centrale a Carbone, in una regione che produce più energia di quanta ne consuma; in una regione che, per propria legge, ha disposto di non costruire centrali a carbone e lo ha ribadito, formalmente e a tutti i livelli.
Una Centrale a Carbone, quando nel mondo le stesse si dismettono e, per ultimo, anche nel deludente incontro mondiale sul clima a Copenaghen, si è ribadita la necessità di energie nuove e diverse.Qui, in Calabria, a Reggio Calabria, magicamente è presente un console svizzero, che percorre in lungo e in largo le strade della nostra Jonica; abbiamo molti migranti nella nostra terra, provenienti da tutti i continenti, ma mi viene proprio difficile trovare un solo svizzero dalle nostre parti.
Qui, in Calabria, una multinazionale svizzera, la SEI, dopo il primo apparente stop dello scorso anno, immette fiumi di denaro sui mass media e non, e anche qui, magicamente, un fronte del sì, fra popolazione e intellettuali e politici, prende sempre più strada.Ed ecco quindi che si materializza ciò che nel nostro immaginario la Svizzera ha sempre rappresentato: denaro e opportunità, non importa se lecite o no; ed ecco che si materializza il prezzo a cui noi barattiamo la nostra terra, la nostra salute, la nostra dignità.
Per il cittadino comune, probabilmente il prezzo è un probabile posto di lavoro, per sé o per i propri figli; come dice qualcuno, meglio lavorare ora e rischiare di morire di tumore fra qualche anno, che morire di fame.
Per alcuni dei Comuni interessati, che in maniera imbarazzante non si esprimono, il prezzo potrebbero essere le “misure compensative”, opere pubbliche e residenziali promesse in lungo e in largo per un silenzio assenso.
Per il governo, che in maniera improvvida e probabilmente anticostituzionale, inserendo da una parte un articoletto nella finanziaria per aggirare l’obbligatorietà del parere vincolante della Regione, dall’altra bloccando l’erogazione dei fondi già previsti per attivare le misure alternative nell’area (come il progetto API Energia), probabilmente ci sarà un prezzo per la lobby che ha richiesto l’intervento.
Per la ‘ndrangheta, il prezzo è evidentemente l’aspettativa di ingenti investimenti di denaro per le costruzioni e interessi sulle future attività produttive.
Stanno comprando il nostro silenzio, il nostro assenso, la nostra omissione.
E ci ritroveremo, fra vent’anni, di fronte allo stupore dei nostri figli e nipoti per i nuovi ammassi di ferraglia e le nuove violenze paesaggistiche, e dovremo trovare le giustificazioni del nostro comportamento.
E’ un “già visto” con noi giovani spettatori, di fronte agli ammassi della Liquichimica Biosintesi, a cui i nostri genitori non ci hanno saputo rispondere.
E ci ritroveremo, fra meno di vent’anni, ad assistere a trasmissioni televisive che indagheranno sull’ulteriore aumento esponenziale dei malati di tumore piuttosto che sull’ulteriore e irreversibile inquinamento delle falde acquifere, dell’atmosfera, del terreno.
Ma per me, che scrivo, e per te, che leggi, quale è il prezzo per il perdurare del nostro silenzio?

Piero Milasi, cittadino calabrese e grecanico d’adozione

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