mercoledì 15 aprile 2009

Terremoto in Abruzzo. Crollano i palazzi e c'è chi se la prende con Annozero

La terra trema e sconvolge l'Abruzzo e l'Italia intera. Subito si mette al lavoro la macchina dei soccorsi, ma anche quella dell'informazione e della politica. Moltissimi lavorano tra le macerie senza risparmiarsi, per estrarre i morti e salvare i vivi, per assistere chi è rimasto senza casa, senza lavoro, senza i propri cari, inghiottiti per sempre dalla terra che continua a tremare in questa settimana di passione, morte senza resurrezione. Ma bisognerà pur chiedersi anche perché tante cose non hanno funzionato, bisognerà raccontare, insieme agli eroismi di alcuni, anche gli intoppi, i ritardi, le inefficienze, la disorganizzazione, i mezzi dei Vigili del fuoco decrepiti che si fermano ancor prima di arrivare a destinazione, i paesi abbandonati e dimenticati da tutti: mentre tv e politici presidiano L'Aquila e Onna, nessuno pensa a Villa Sant'Angelo o a Poggio Piacenza. E bisognerà pur chiedersi perché un terremoto che in Giappone sarebbe di routine, da noi fa 300 morti. Bisognerà pur chiedersi perché è crollata la Prefettura dell'Aquila - immagine simbolo, con quella scritta, "Palazzo del Governo", incrinata e spezzata. Perché è crollato l'ospedale San Salvatore, con le sue colonne costruite senza le staffe di ferro. E la Casa dello studente, con i pilastri senza i tondini necessari. E le centinaia di palazzine di burro, gli edifici di sabbia, le case in cemento disarmato.

Silvio Berlusconi parla, piange e balla sulle macerie. Ma i suoi hanno dovuto correggere in una notte il loro cosiddetto Piano casa, che dava licenza di costruire senza cura non soltanto per l'ambiente e il paesaggio, ma senza preoccuparsi della natura sismica di gran parte del Paese: così il Piano casa, mentre si piangono i morti di oggi, preparava i morti e le distruzioni del terremoto prossimo venturo. Tv e giornali ci hanno regalato ore e ore d'informazione, ma anche di melassa. Sì, tv e giornali sono stati al tempo stesso buonisti - cantori a senso unico dell'eroismo dei soccorritori e della presenza materna dello Stato - e cinici - quando mettevano in scena compiaciuti lo spettacolo del dolore. Se poi qualcuno (Michele Santoro con "Annozero") spazza via, per un paio d'ore, la melassa, cercando di mostrare anche l'altra faccia della luna, di raccontare i limiti dei soccorsi, ecco partire le accuse di "disfattismo", le solite accuse di uso criminoso della tv. Solo un Paese malato come l'Italia può tollerare l'intromissione della politica (e del politico che è anche padrone della tv commerciale) nel servizio pubblico. Servizio pubblico, in un Paese non mitridatizzato da anni di piccole dosi di veleno berlusconiano, è esattamente quello che Annozero ha raccontato: in Italia è «indecente», nel resto del mondo è – semplicemente – giornalismo. Intanto finisce la prima fase, drammatica ma sotto i riflettori, e inizia la seconda, in cui a luci spente le popolazioni colpite dovranno fare i conti con il loro lutto, le loro perdite, la loro solitudine, con le colpe di chi ha costruito con sabbia e burro i loro paesi, con le responsabilità della politica che non ha visto né previsto, con i rischi e le tentazioni della ricostruzione.

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