lunedì 23 marzo 2009

La politica comunicata ed i suoi guasti

E' proprio così: ha fatto e detto più Franceschini in pochi giorni che Veltroni in 20 mesi. Non per incapacità dell'ex Segretario e fondatore del Partito Democratico, bensì per una semplice ragione: la politica è fatta di politica, e non solo di spot o eventi pubblicitari.

E la comunicazione serve a informare e rafforzare l’opinione pubblica, ma non ha alcuna (se non marginale e funzionale) incidenza e ruolo all’interno dello Stato (inteso come complesso di istituzioni sovrane preposte a decidere e a deliberare concretamente sui temi di rilevanza pubblica). La comunicazione al più serve a produrre annunci, a modificare la percezione dei cittadini su questa o quella questione, a costruire una rete di legami, a fare marketing, a farci credere che questo o quel candidato sia più bravo o più bello di un altro, a potenziare il consenso intorno a uno specifico programma politico. Punto. Poi la mano passa a chi deve decidere, ai nostri rappresentanti politici. Lì, spesso in chiuse stanze, purtroppo, si esercita la sovranità, e talvolta si assumono dei provvedimenti diversi, se non opposti, rispetto a quelli annunciati.

Nel passaggio dalla comunicazione alla politica si apre, in taluni casi, un vero abisso: più è forte l’apparato comunicativo, più è grande l’impatto dei media sulla percezione, più è rilevante l’aspetto della comunicazione (e si identifica con la politica tout court), e più la politica fa il suo porco comodo. Come se la comunicazione servisse soprattutto a produrre “menzogna” (così la chiama anche Eco), cioè ad alzare cortine fumogene e non a “schiarire” i processi politici. Paradossale, ma è così. E vi inviterei a soffermarvi un attimo su questo clamoroso paradosso, che resta tale sino a che non si torni un po’ a ragionare di ideologia (do you remember?), “casematte” (Gramsci dixit), opinione pubblica e quant’altro.

E veniamo al dunque. La chiamano tutti la politica degli annunci. Non ne è esente nemmeno il centrosinistra e consiste in ciò: prima ancora di scrivere il provvedimento e deliberarlo (politica), io chiamo i giornalisti o parlo in Tv e ne anticipo il contenuto (comunicazione). Ed è come se il provvedimento fosse stato già assunto, come se la cosa fosse stata fatta e persino derubricata. Tutti si rilassano, compresi i giornalisti. Il Governo o la Giunta locale, nemmeno ci pensano più. L’annuncio (la comunicazione) ha surrogato il futuro deliberato sovrano (politica). È l’acmè, il trionfo della comunicazione-politica (col trattino).

C’è di più. Una volta in Tv Lupi (PDL) ha avuto l’ardire di sostenere che il D.P.R. del Governo sulla sicurezza istituiva “ronde” che erano, in fondo, solo associazioni di ex pensionati (praticamente una bocciofila) e, dunque, non c’era alcuna ragione per allarmarsi! E giù la menata sulla solita sinistra che parla invece di squadracce ed esacerba gli animi. Tabacci (grande politico, magari fosse stato di sinistra) era presente in studio e non ci ha visto più: ma se è così, ha detto, perché fate allora annunci roboanti, dove si dice che bisogna diventare “cattivi” con gli stranieri, si afferma la “tolleranza zero” e si mostrano i muscoli? Perché il vostro elefante mediatico partorisce infine un topolino politico? Conclusione di Tabacci: raccontate delle cose e ne fate delle altre. Ecco l’estrema degenerazione dell’annuncismo: non ci si limita a dire cose che non si fanno, ma si annunciano cose diverse da quelle che si fanno! Così che ne nasce un doppio canale: da una parte la comunicazione “spara” certi contenuti, dall’altra la politica fa dell’altro, sino a produrre decisioni diverse (non solo nelle sfumature) da quelle annunciate in conferenze stampa random o nelle dichiarazioni spot. Se una tale mostruosità è divenuta possibile, è perché l’abisso aperto tra società e politica, tra comunicazione e governo della cosa pubblica, tra marketing e decisione sovrana, è divenuto così ampio da trasformare i cittadini in puri clienti della pubblicità di partito, e chi ci governa in una specie di impunito oligarca. Due suggerimenti, allora. Torniamo a fare politica, quella vera.

E il marketing lasciamolo alla destra berlusconiana, a certi giovanotti cosmopoliti (che pure hanno l’ardire di definire il loro marketing “politica”), ai molti tecnici o professionisti del settore che con la politica ci guadagnano eccome. La politica dei cittadini è, al contrario, un esercizio pieno dei diritti democratici, è una pressione consapevole sulle istituzioni, è un movimento che mette alla prova e procura pensiero a chi siede in Parlamento, è una chiave che apre le oscure stanze e illumina finalmente gli “sgabuzzini” delle decisioni pubbliche. La politica dei cittadini è una richiesta di potere, di contrappesi democratici e di controllo. La comunicazione (peggio se comunicazione-politica) è solo un orpello, un gioco, una truffa. Come diceva Vittorini, è la musica del piffero suonata attorno alla rivoluzione. Ma credo che oggi non servano più giullari. È semplicemente tornato il tempo della politica. Chi ha coraggio si faccia avanti. Gli altri continuino a linkarsi reciprocamente, in attesa magari di una candidatura alle europee, perché no? Dopo tanta gavetta sarebbe persino meritata.

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