martedì 11 novembre 2008

La vera novità di Barack Obama

di Andrea Cerase* (tratto da www.cultumedia.it)

Molto si è detto in questi giorni a proposito dell’elezione di Barack Obama alla carica di Presidente degli Stati Uniti. I commenti più ovvi hanno sottolineato la novità di un presidente nero ed il carattere di discontinuità con la politica dei repubblicani degli ultimi otto anni di presidenza Bush.


Ma probabilmente, le elezioni americane del 2008 passeranno alla storia anche per altri motivi: sono certamente le prime elezioni in cui si è assistito ad un sostanziale ribaltamento del modello comunicativo tradizionale delle campagne elettorali, che ha fatto segnare un netto ridimensionamento del ruolo dei media di massa, ed in particolare della televisione, ed uno spostamento determinante della campagna verso i cosiddetti “nuovi media”. Ma sarebbe un grave errore pensare che ad essere davvero decisive siano state le tecnologie in sé. Il modello di influenza che ha supportato la campagna di Obama non ha guardato alla rete tecnologica in quanto tale, ma alle reti di relazioni sociali che avrebbero (ed hanno) saputo veicolare i messaggi chiave della campagna.

Queste reti sociali, costituite dalla fitta trama di relazioni di conoscenza, stima, fiducia reciproca, solidarietà che nel loro insieme costituiscono il tessuto di ogni comunità, sono riuscite a “catalizzare” il senso di appartenenza e le speranze di cambiamento di un’intera nazione e a costruire una comunità di elettori. A dimostrarlo è l’incredibile percentuale di votanti, ben il 64%, la più alta dopo quella della tornata elettorale del 1908, che insediò alla Casa Bianca il senatore William Howard Taft. La rete che Obama ha saputo tessere appare così ben più solida e consistente di quelle “create a tavolino” in passato da Howard Dean e poi da John Kerry. Molte delle caratteristiche di questa rete, come la compattezza, l’enfasi sull’impegno individuale e la visione del bene comune fanno pensare alla struttura sociale dei movimenti pacifisti e per i diritti civili, che negli anni ’60 hanno contribuito a fare dell’America un paese più libero e più aperto.
Obama ed il suo staff hanno compreso l’importanza di queste reti di relazioni quali infrastrutture portanti della società, e hanno vinto perché semplicemente hanno saputo “leggere” la loro struttura latente, senza costruirle ex novo nel laboratorio di uno spin doctor o sugli schermi di qualche cyber freak. Il candidato presidente ha saputo sfruttare l’enorme potenziale di questi network, intercettando i veri bisogni e le vere attese degli elettori.

Obama è stato capace di lanciare un messaggio di profondo cambiamento, fondato su valori immediatamente percepiti come autentici, con un approccio comunicativo che è apparso ragionevole senza essere paternalista, caratterizzandosi per una inedita concretezza nella formulazione delle “issues” della campagna. Un’economia più vicina al lavoro che alle banche, un sistema sanitario più giusto ed accessibile per tutti, una maggior tutela dei diritti civili. Quello di Obama è un messaggio di speranza che si contrappone radicalmente alla “politica della paura” che, quasi per definizione, si rivolge ad una platea televisiva di individui in una posizione di strutturale passività ed isolamento.

Questa spavalda fiducia nel potere della paura ha caratterizzato gli otto anni della presidenza Bush e ha dato una forte impronta allo stesso programma elettorale di Mc Cain. Ed ha trovato, da sempre, una formidabile grancassa nei grandi network televisivi, che come la Fox, avevano esplicitamente appoggiato il candidato repubblicano. L’enfasi ostentata nell’utilizzo di parole come “paura”, “terrorismo”, “guerra”, “sicurezza” e “armi di distruzione di massa”, ha certamente determinato una reazione di stanchezza nell’opinione pubblica americana e, con essa, la voglia di girare pagina. Ma ciò che più conta è che non è stata efficace nel determinare gli orientamenti di voto degli americani. A posteriori, si potrebbe persino immaginare che nella corsa alla nomination democratica, Hillary Clinton abbia pagato la sua difficoltà a sganciarsi da una strategia troppo mediacentrica, e a differenziarsi da McCain evitando di sfidarlo sul terreno della guerra e della paura, che per tradizione sono più vicini alla sensibilità politica dell’elettorato repubblicano. Non appare felice, da questo punto di vista, l’insistito riferimento della senatrice dello stato di New York al suo futuro ruolo di “comandante in capo” dell’esercito americano.

Obama ha avuto più coraggio, e ha puntato più in alto, puntando direttamente al cuore degli americani attraverso una strategia diversa, che non si fonda soltanto su brevi spot pubblicitari e soundbites ad effetto, ma sulla possibilità per l’elettore di fondare la sua scelta su un ragionamento più ampio ed articolato, allungando per esempio la durata dei suoi spot per fornire al pubblico non solo slogan ma anche argomenti di discussione spendibili in famiglia, con i vicini, con i compagni di scuola e di lavoro. Questi “messaggi appiccicosi” si sono diffusi lungo le connessioni di questa enorme rete di reti che è la società americana, attraverso un meccanismo molto simile a quello del contagio virale. Un organismo predisposto ad un certo tipo di messaggio fa proprio e lo propaga, riverberandolo e moltplicandolo agli organismi più vicini e più simili, dando così luogo ad effetti di influenze a cascata e alla crescita esponenziale nel numero degli organismi da esso “contagiati”. Per funzionare, è però necessario che il messaggio sia vicino all’esperienza quotidiana degli elettori, alla loro vita reale.

E occorre che l’elettore si possa sentire libero di elaborarlo, di valutarne la fondatezza e le conseguenze pratiche, e soprattutto che ne sia convinto più che persuaso. Internet, e in particolare i blog ed i siti di social networking appaiono oggi come l’infrastruttura comunicativa indispensabile per implementare questo nuovo modello di comunicazione politica: l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, è la più consistente conferma dell’avvenuta rottura di un paradigma, che vede una sostanziale sconfitta dei media tradizionali, ed in particolare di qui network televisivi, e, forse, l’affermazione di una nuova visione del ruolo della comunicazione nelle democrazie.


*Assegnista di ricerca presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza Università di Roma

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