venerdì 4 agosto 2017

Cambiamenti climatici e crisi idrica: programmare oltre l'emergenza

C'è ancora chi è convinto che il problema dei cambiamenti climatici sia una bufala, una bugia fatta circolare dalla propaganda ambientalista e dai "lobbisti" (sic) della decrescita che lottano il liberismo ed il consumismo su cui si fonda l'economia globale contemporanea.
Eppure giorno dopo giorno giungono notizie di distacchi di pezzi di calotta polare, l'ultimo era grande quanto la Liguria, per intenderci. 
La desertificazione avanza con un ritmo circadiano. 
La siccità sta colpendo regioni geografiche fino a qualche anno addietro piovose e con bacini imbriferi importanti che si stanno progressivamente depauperando.
Di fronte a questo quadro, a tratti drammatico, l'unica risposta che la politica (in generale) riesca a dare è una costosissima ed inefficiente "macchina" per contrastare l'emergenza.
Qual è infatti la programmazione a medio e lungo periodo? Quali i progetti, sostenibili ed innovativi, che si intende mettere in atto per andare "oltre l'emergenza"?
Anno dopo anno le piogge diminuiscono od assumono carattere temporalesco cosicché lo scorrimento verso valle delle acque meteoriche impedisce un efficace impinguamento delle falde freatiche con conseguente progressiva diminuzione della quantità di acqua prelevabile attraverso le opere di presa esistenti.
Ciò è imputabile ai mutamenti climatici, checché se ne dica. Allo stravolgimento degli equilibri operato dall'aumento di CO2 ed a tutte le altre problematiche studiate nel corso degli ultimi tre decenni almeno, dal Rapporto Brundtland in avanti.
I dati sconfortanti sugli sprechi d'acqua, soprattutto nelle Regioni del Sud, dovrebbero alzare sensibilmente il livello di attenzione delle "classi dirigenti" verso questo tema, rilevante per la vita stessa dei cittadini, delle imprese, della vita.
Più del 50% dell'acqua si perde per la vetustà delle reti e per la scarsa manutenzione; se a questa percentuale aggiungiamo lo spreco che ognuno di noi quotidianamente fa perché non educato al risparmio (situazione verificabile e perfettamente applicabile alla raccolta differenziata) e l'eccessivo consumo per l'agricoltura, è intuibile il perché i nostri rubinetti sono a secco.
Come per gli incendi estivi l'unica risposta non possono essere i canadair, così per la crisi idrica l'unica risposta non può essere l'invio di autobotti nella frazione di Vattelappesca o l'ordinanza ponziopilatesca emanata da tutti i sindaci che raccomanda di ridurre gli sprechi.
Occorre, come dicevo, andare "oltre l'emergenza". Pianificare, programmare, investire.
Detesto la politica estera dello Stato di Israele, ma apprezzo quanto di buono, in mezzo al deserto, sia stato fatto nel campo della riduzione dei consumi di acqua e del riuso della stessa.
Innovazioni tecnologiche e soluzioni rivoluzionarie nel campo dell'irrigazione che sono state possibili grazie alla stretta cooperazione tra agricoltori e ricercatori, cooperazione favorita da uno Stato "snello" e visionario, che già nel 1970 incentivava il riutilizzo ai fini agricoli delle acque reflue depurate.
Hanno compiuto delle "scelte". Chiare, nette, dettate forse da una necessità. Oggi che questa necessità si sta pian piano materializzando anche alle nostre latitudini, la classe dirigente farebbe bene a compiere "scelte" simili, prediligendo investimenti in questo senso rispetto ad altri, che sanno di spreco, anche alla luce della esiguità delle risorse finanziarie.
Nuove reti con sensori che avvisano cali di pressione dovuti a rotture, sistemi di irrigazione intelligente (a goccia, a spruzzo, computerizzata), sensori di umidità sotterranei che forniscono informazioni sullo stato dei suoli, desalinizzazione delle acque con l'applicazione delle fonti di energia rinnovabile, riuso dei reflui per l'industria e l'agricoltura.
Sistemi e tecnologie non mancano di certo, al contrario aumentano e si perfezionano giorno per giorno. E non mancano nemmeno gli strumenti normativi che, nel nostro Paese, restano quasi sempre nel cassetto. La Legge Galli, vecchia di 22 anni, è rimasta in buona parte inevasa. Così come nel dimenticatoio è caduto il più recente Referendum sull'acqua pubblica. Acqua "bene comune", certo, ma senza l'apporto degli investimenti privati sarà molto difficile renderla disponibile "per tutti".
Andare oltre l'emergenza significa dunque investire in infrastrutture, dare spazio all'innovazione ed all'iniziativa privata senza frapporre insormontabili ostacoli burocratici quando i progetti sono "compatibili e positivi", operare scelte che magari danno poca visibilità nell'immediato (anche se non ne sono convinto), ma risolvono questioni importanti per le generazioni a venire.

martedì 18 aprile 2017

Le nuove frontiere dell'urbanistica

Con l'avvento delle "Smart Cities" l'urbanistica riscopre la sua dimensione multidisciplinare.

Le città stanno cambiando la loro fisionomia più velocemente di quanto si possa immaginare.
Una scelta dettata dalla ricerca di un maggiore equilibrio interno e di un migliore rapporto coi cittadini, per recuperare e riqualificare aree che nel secolo scorso erano prettamente industriali e ora diventano incubatori di idee e start up tecnologiche.
Dove una volta c’erano fabbriche ed acciaierie oggi ci sono campus universitari, musei e spazi espositivi.
Le strutture esterne non cambiano o cambiano poco, in ossequio al principio del "riuso" del patrimonio costruito, il nucleo interno è invece completamente diverso e attorno nascono zone verdi e spazi polifunzionali.
Perchè le nuove aree metropolitane devono essere il più possibile “green”, offrire vivibilità e qualità degli spazi comuni.
Mobilità, sostenibilità, connettività ed innovazione sono quindi parametri fondamentali che guidano questi cambiamenti, senza cancellare il passato demolendolo, al contrario utilizzando il costruito adeguandolo alla nuova concezione “smart”.
Una strada molto diversa da quella dei quartieri ghetto e degradati, figli di una concezione che si è rivelata fallimentare. La finalità di questa "nuova via" è realizzare una città “policentrica" priva di marginalità, dove anzi le marginalità preesistenti ereditate divengono centralità, con nuove funzioni ed una nuova vita.
Dalla riqualificazione dei quartieri ghetto, come nel caso di Harlem a New York, alla Moritzplatz di Berlino, fino alla foresta Fujimoto di Parigi, interventi importanti per cambiare il volto delle tristi periferie. Ed ancora Londra, Vienna ed anche città del Sud del Mondo come Curitiba, dove la sostenibilità è diventata paradigma ed il welfare è diventato un obiettivo politico.
Recupero, riordino, rammendo, agopuntura urbana: non si parla d’altro nelle “città globali”, in quei crocevia del mondo, in quelle “Babele” multietniche e multiculturali che progettano i cambiamenti per contrastare marginalità e povertà.
Non esiste una ricetta universale, non c’è un protocollo per tutti, come quelli dettati dalle vecchie regole urbanistiche, quelle che ci hanno consegnato le città per come le abbiamo conosciute nel secolo scorso. Ogni città cerca, con approcci diversi, di essere all’avanguardia in un settore: Singapore lavora per primeggiare sulla mobilità, Copenhagen sulla sostenibilità, Boston ed Amsterdam sulla community planning.
I quartieri così rinnovati diventano contenitori di innovazione, la modernità accelera dove fino a ieri c’era il deserto. L’innovazione è la chiave di tutto.
Diventare “smart” è un passaggio obbligato per ogni città che vuole rinnovarsi ed innovarsi puntando sulla connettività. Così come internet ha cambiato il modo di comunicare, di studiare, di aggiornarsi sull’attualità, l’Internet of things (IOT) sta cambiando le nostre città. Città sempre più interagenti coi suoi cittadini attraverso le reti digitali, città sempre più prossime ai bisogni che comunicano attraverso un’app raggiungendo in un istante migliaia di utenti.
Se da un lato questa può sembrare un’operazione di “marketing”, dall’altro i cittadini (fortunati) che vivono nelle città che più di altre hanno creduto in questa filosofia, perché amministrate da classi dirigenti illuminate e lungimiranti, sono soddisfatti ed i livelli di qualità della vita sono di gran lunga superiori a quelli delle città che su questa strada stanno rimanendo indietro.
Il problema, come sempre quando si parla di urbanistica, sta nella governance. A questo sarà dedicato il prossimo post.

venerdì 23 settembre 2016

Sulle Olimpiadi 2024

Non mi appassiona molto l’aver buttato sulla rissa, come accade sempre in politica, il dibattito sull’opportunità di candidare Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024.
Il SI ed il NO diventano un voto pro o contro il governo. Con Renzi o coi 5 Stelle. Si tiene la gente impegnata con questo giochetto evitando che si ponga le giuste domande o compia più serie considerazioni, su questa eventualità della candidatura olimpica.
Iniziamo col dire che si trattava solo di questo: di una candidatura.
Ciò significa che Roma avrebbe avuto delle concorrenti. E sappiamo che sono: Parigi, Budapest e Los Angeles.
Il ritiro della candidatura è una scelta che sta facendo discutere ma che in buona parte condivido. Per un motivo molto semplice: evita una figuraccia mondiale all’Italia. E il Mondo ha già riso abbastanza delle nostre figuracce…
Con una mobilità urbana pressoché paralizzata, un debito pari a quello di uno Stato di medie dimensioni, tanti esempi negativi precedenti di “grandi opere” legate a “grandi eventi”, vedi il mondiale di nuoto del 2009, che si vanno ad aggiungere ad una lunghissima serie di incompiute che sono dei veri propri sbreghi urbani, Roma sonnecchia sdraiata sul Tevere mentre le altre capitali europee hanno saputo innovarsi e rinnovarsi, diventando motore di sviluppo incrementando costantemente la loro capacità di attrarre.
Dubito che il CIO avrebbe preferito Roma a Parigi, ad esempio. Due linee metropolitane (e la terza che è un eterno cantiere) contro quattordici, tanto per capirci.
Le Olimpiadi saranno una grande opportunità. Certo, per chi sarà in grado di coglierla. Roma, anche se fosse stata candidata, non avrebbe saputo coglierla.
Corruzione? E’ ovvio che c’è e che sarebbe stata in agguato drenando tempo e risorse al “progetto”. Su questo c’è tanto da lavorare ma occorrono prioritariamente chiarezza e semplificazione normativa.
E pensare che fu proprio un romano, Publio Cornelio Tacito, ad affermare che “in una Repubblica molto corrotta, moltissime sono le leggi”.

martedì 30 agosto 2016

Considerazioni sul paesaggio e sul potenziale che porta con sé

Il paesaggio è un prodotto della storia. È l'esito delle relazioni sociali, economiche, e di potere che si stabiliscono tra gli uomini e che si riflettono nello spazio, tanto da determinarne la forma e la struttura, nel tempo. 
Racconta le abitudini, le imprese, le ambizioni dell'uomo, è la prova tangibile del rapporto, non sempre felice, tra uomo e natura.
È testimone della cultura di un popolo; la sua tutela è la tutela dell'identità di quel popolo, la sua valorizzazione è l'esaltazione di quella stessa identità.
Il rischio di una omogenizzazione del paesaggio, oggi, è concreto e reale, ed è dovuto alla globalizzazione.
Distanze annullate, identità in crisi, spostamento sul piano virtuale della percezione visiva dei luoghi.
Paesaggio urbano (Londra)
I paesaggi, soprattutto urbani, oggi appaiono pressoché uguali, così le città asiatiche sono cloni delle città americane od occidentali e la riconoscibilità di un paesaggio rispetto ad un altro è affidata alla presenza di simboli universalmente riconducibili ai luoghi in questione come la Torre Eiffel, il Campidoglio, le guglie di una Cattedrale è così via.
Ma cosa vuol dire tutelare il paesaggio oggi?
La nostra Costituzione all'articolo 9 non specifica le modalità attraverso cui tutela e valorizzazione debbano essere mette in atto, quindi il dibattito tra gli studiosi gioca un ruolo fondamentale in questa sfida.
In primo luogo restituire valore e qualità al paesaggio rappresenta un’esigenza sempre più avvertita da parte della società, tanto da trovare un preciso ed autorevole riferimento nella Convenzione Europea del Paesaggio.
Paesaggio rurale (Piceno)
Questo importante documento, che non a caso è stato siglato a Firenze, patria di artisti e soggetto, nei secoli, di opere d'arte di indiscusso valore, traccia le linee guida per i Paesi Membri del Consiglio d'Europa sulla gestione del paesaggio fissando alcuni punti fermi: definizioni, competenze, strategie.
Oltre ad essere una carta d'intenti, dunque, la Convenzione indica un percorso e specifica ciò che la Costituzione enuncia come principio: il paesaggio va tutelato e valorizzato.
In primo luogo perché un paesaggio equilibrato e ordinato produce un naturale senso di godimento estetico. Di contro, un paesaggio disordinato genera sensazioni di profondo disagio.
Secondariamente perché, come sostengono in molti, attraverso la tutela si possono generare ricchezza e sviluppo economico.
Le trasformazioni territoriali devono rivolgere una costante e continua attenzione al paesaggio, valorizzando gli elementi di singolarità, di identità e di equilibrio ed evitando gli elementi di confusione e dissonanza fastidiosa.
Solo così potremo vedere crescere la quota della ricchezza nazionale proveniente dal settore cultura, oggi relativamente bassa se si pensa all'ineguagliabile patrimonio storico-culturale e paesaggistico di cui siamo dotati.
Il valore trainante della cultura potrebbe infatti investire altri settori: dal settore produttivo a quello dei servizi e tutti avrebbero un effetto moltiplicatore sul turismo.
Il paesaggio dunque, definito come prodotto sociale nella sua accezione identitaria, può e deve diventare motore di sviluppo, coniugando accuratamente tutela e valorizzazione. 
Questi due concetti devono vivere in un delicato equilibrio che eviti di dissipare quella che il professor Settis definisce "una straordinaria eredità ricevuta che dobbiamo trasmettere" e che consenta di creare ricchezza ed occupazione.

domenica 28 agosto 2016

Il terremoto scuote case e cose ma non le coscienze

E' successo di nuovo. A sette anni ed a pochi chilometri da L'Aquila, la dorsale appenninica torna a ballare e l'onda distruttrice spazza via paesi e borgate, lasciando morti, macerie e disperazione.

Se, come spesso si afferma, chi dimentica è complice, allora siamo tutti complici di questo ennesimo disastro. Non riesco a scrivere in maniera lucida, né voglio rischiare di ripetere quanto in passato ho scritto sull'argomento (anche nella mia monografia "Sicurezza e Territorio", edita da Città del Sole), ma è chiaro che in questo come in altri casi la storia insegna ma non ha scolari.

Dopo L'Aquila, e prima ancora dopo i precedenti terremoti che hanno squassato paesi e territori a macchia di leopardo un po' in tutto lo stivale, nessun "piano" nessun "intervento straordinario" nessuna metodologia analitica è stata messa in atto per mitigare il rischio in quelle zone che nella mappa della classificazione sismica italiana sono colorate di rosso.

Condivido, incollandolo su questo post, l'articolo di Dacia Maraini tratto da Il Corriere della Sera di giovedì scorso. Ne condivido ogni parola e credo sia una riflessione utilissima ed anche un accorato appello ad imparare da calamità come questa. Troppo elevati i "costi" del non far nulla o della sola risposta all'emergenza. La migliore risposta è la prevenzione, non mi stancherò mai di ripeterlo. Qualcuno, tra quelli che siedono nelle poltrone che contano e che decidono per noi, forse un giorno, ne sarà persuaso.

Un pensiero commosso va alle persone coinvolte in questo evento, a coloro che sono rimaste sepolte nelle loro case, a quanti sono sopravvissuti, a coloro i quali scavando a mani nude hanno tratto in salvo dei fratelli, a chi sarà impegnato nel lungo e faticoso cammino della ripartenza, se mai ci sarà per quei luoghi bellissimi e martoriati.

Buona lettura.

La mia rabbia oltre il dolore
di Dacia Maraini tratto da Il Corriere della sera

Ancora una tragedia della nostra terra inquieta. Ma devo dire che la rabbia supera il dolore. La rabbia al pensiero che questo sfacelo avrebbe potuto essere evitato. Si sa che il nostro è un Paese sismico, si sa che il pericolo delle scosse ci riguarda tutti, dal sud al nord. Possibile che non si sia fatto niente per prevenire la catastrofe? Possibile che non si sia costruito con intelligenza, prevedendo i pericoli, con criteri antisismici che ci sono e sono efficacissimi?

Ho vissuto 8 anni in Giappone da bambina e ho subito diversi terremoti, anche terribili, con la terra che si spaccava sotto i piedi. Ma non è mai crollata una casa. Perfino la vecchia costruzione che costituiva il nostro campo di concentramento per italiani contrari al regime fascista è rimasta in piedi nonostante le scosse. Ricordo una volta di avere fatto in volata gli scalini che portavano al piano terra mentre una pioggia di intonaco mi cadeva sulla testa. Ma la struttura ha retto, se no non sarei qui a raccontarlo. 

È che il Giappone è un Paese in cui l’interesse pubblico precede, per antica consuetudine etica, quello privato. E i controlli sono rigorosissimi e i cittadini consapevoli e diligenti. Da noi succede esattamente il contrario: l’interesse privato viene sempre prima di quello pubblico. E i costruttori di case, per risparmiare qualche soldo, hanno fabbricato senza tenere conto delle norme di sicurezza antisismiche. Spesso con la connivenza delle autorità locali. Tanto nessuno avrebbe mai controllato. 

È una tale pena vedere quei corpi coperti di calce che vengono estratti dalle macerie: corpi vivi e corpi morti. Una pena ascoltare le voci di coloro che sono stati sepolti per ore e che a furia di urlare sono riusciti a farsi sentire e farsi tirare fuori. Ma gli occhi di quei bambini che hanno sentito la morte addosso non si possono dimenticare. Sono occhi attoniti, dilatati dalla paura. Una paura che li segnerà per la vita. Sepolto vivo: l’incubo di tutti i sogni più devastanti. Come i minatori che scavano sottoterra e temono sempre di rimanere chiusi in un tunnel appena scavato, asfissiati dal gas o coperti dalle macerie. 

Una terra che conosce da secoli l’orrore della devastazione, della morte per asfissia, e non riesce a darsi delle regole per la costruzione delle sue città, sembra incredibile. Si preferisce rischiare la morte di centinaia di persone, lo strazio di corpi dilaniati, piuttosto che spendere qualcosa in più per mettere in sicurezza gli appartamenti, i palazzi, le scuole, gli ospedali, come abbiamo visto all’Aquila nel 2009. 

Mi sono occupata del terremoto del 1915 per ragioni letterarie. Ho letto decine di testimonianze, ho visto le prime fotografie di Avezzano rasa al suolo, ho visto migliaia di corpi allineati sulla neve mentre i salvataggi arrivavano lenti, con i carri tirati dai muli. Le case di Gioia dei Marsi sono crollate tutte. Erano case senza fondamenta, case tirate su alla meglio: pietre incollate con la calce, senza criterio. In tutta la Marsica sono morti in 30 mila. I superstiti sono partiti per l’America, per l’Australia, abbandonando terreni stravolti, case bruciate, animali morti. 

Oggi certamente l’assistenza è migliorata. Gli interventi si sono fatti più rapidi e precisi. E poi, come al solito, nei momenti di emergenza, il Paese risponde con generosità e umano senso della solidarietà. Ma i morti sono tanti, troppi. I feriti sbigottiti vengono portati via sotto gli occhi delle telecamere, mentre lo sguardo spazia sulle macerie che ancora sono avvolte in nuvole di polvere. Un Paese che si vuole bene può permettersi di ignorare con tanta disinvoltura un futuro prevedibile? Un Paese che ha cura di sé stesso può consentirsi di trascurare un minimo di controllo sulla stabilità delle case che vengono giù, alla prima scossa, come fossero di biscotto? La piccola e bella città di Amatrice è ridotta un cumulo di macerie. Il sindaco chiede aiuto, dice che ci sono ancora molti sepolti sotto le macerie. Ma possibile che si debba intervenire sempre dopo il disastro e mai prima? 

Purtroppo, lo sappiamo, questo è il motivo ricorrente del nostro Paese. Tutti generosi e solidali nell’emergenza ma incapaci di prevenire il futuro. Ricordo un episodio fra l’eroico e il grottesco, quando il re d’Italia venne a riverire i morti di Avezzano, nel gennaio del 1915, accompagnato da un corteo di automobili, dopo qualche giorno dal disastro, e don Orione gli chiese di concedere le auto per trasportare i bambini feriti. Il re si guardò intorno e disse che senz’altro avrebbe mandato dei mezzi ma non si potevano sequestrare le auto delle autorità. Don Orione radunò i bambini terremotati e nel momento in cui il re si era allontanato per confabulare con le alte cariche del luogo, cacciò i bambini nelle auto e partì rapido con loro per Roma. 

Ripeto: siamo un Paese a forte rischio sismico. Ogni anno siamo funestati da crolli, morti e feriti. Possibile che la memoria non conti proprio niente? Non contano le lezioni durissime che ci ha dato la storia? La furbizia, l’avidità di chi vuole guadagnare sui disastri, sembrano sempre avere la meglio. E ancora una volta ci dobbiamo considerare vinti dall’imprevidenza e dalla cupidigia. Ma anche dalla mancanza di ogni controllo e dall’indifferenza dei cittadini, presi dagli interessi personali e mai attenti al bene comune. Potremo mai cambiare?

lunedì 8 agosto 2016

Eletto il primo Consiglio Metropolitano. Qualche considerazione personale

Qualche breve considerazione in ordine sparso post voto metropolitano.
1) Considerando che ho già abbondantemente detto peste e corna di questa legge assurda che restringe ai soli consiglieri e sindaci l'elettorato metropolitano, non tedierò oltre sull'argomento. Solo una nuova legge potrà porre rimedio a questa assurdità e spero vivamente che lo faccia. Molto conterà la reale intenzione del Consiglio testa eletto di richiedere questa eventualità.
2) Ha vinto il csx. Non era difficile preventivarlo, essendo il Sindaco Metropolitano di csx, essendo Reggio città a maggioranza di csx ed avendo costruito le due liste oggettivamente più forti.
3) Il cdx, soprattutto reggino, esce con le ossa rotte. Elegge due consiglieri, entrambi provenienti dall'esperienza alla Provincia ed entrambi rappresentanti dell'area Tirrenica/Piana. Malissimo, per una coalizione che conta 10 consiglieri comunali in città e molti sindaci in provincia.
4) La lista "territorio e identità a sinistra" (tra i cui ispiratori c'era i sindaco di Gioia, che non è certo di sinistra, è la plastica dimostrazione della parcellizzazione e della inconcludenza che è poi il male peggiore che affligge quella parte politica, rendendola poco appetibile anche per chi, come me, si riconosce fondamentalmente in quei valori (ma siamo sicuri che ancora li rappresenti?).
5) I seggi sono così distribuiti:
Reggio città ed Area dello Stretto: 6 consiglieri (7 se si considera anche Lamberti, sindaco di san Procopio);
Tirrenica/Piana: 3 consiglieri
Locride: 2 consiglieri
Area Grecanica: 2 consiglieri.
Un'area storicamente debole come la nostra riesce ad avere due rappresentanti, cosa non da poco visto che questo sarà il consesso che progetterà lo Statuto e quindi costruirà nei fatti la Città Metropolitana.
L'area che risulta più debole è il versante orientale del basso jonio (da Brancaleone a Locri) che non riesce ad esprimere un rappresentante, pur avendo Comuni pesanti in termini di voti ponderati.
Sei i consiglieri provenienti dalle aree interne, otto quelli provenienti dalle aree costiere, il che fa ben sperare in un riequilibrio di risorse e programmi.
La paura che si avvertiva, di avere un consiglio "reggiocentrico" era infondata, poiché otto consiglieri su quattordici non risiedono nel capoluogo.
6) La più votata è anche l'unica donna presente in consiglio, Katy Belcastro da Caulonia. Un bel segnale il consenso, un brutto segnale il fatto che sia l'unica.

Considerazioni personali queste mie, che concludo rivolgendo un augurio che è anche un appello al Sindaco Metropolitano Giuseppe Falcomatà, amico e coetaneo che stimo ed apprezzo: il lavoro che lo attende, unitamente ai neoeletti, è arduo. Il territorio reggino è pieno di contraddizioni, vasto e disomogeneo, sarà dura mettere tutti d'accordo sull'orizzonte da dare e sul percorso da seguire. Il cambiamento è però una scelta obbligata, non più un'opzione. Gli interlocutori della Città Metropolitana pretenderanno impegno, dedizione e preparazione. In questo senso, la spinta e gli indirizzi che il Consiglio darà saranno fondamentali per rendere efficiente ed oleato il meccanismo burocratico che dovrà portare avanti idee, programmi e progetti per la crescita dell'intero territorio metropolitano.

link all'articolo www.corrieredellacalabria.it

mercoledì 20 luglio 2016

Città Metropolitana: nello Statuto si preveda il suffragio universale

Nel bene e nel male il dado è tratto. Ufficializzate le liste dei candidati che concorreranno ad un seggio in seno al Consiglio Metropolitano adesso si attende il 7 agosto, data fissata per questa strana elezione.
Strana perché indiretta, a suffragio ristrettissimo e dai metodi antidemocratici. Dura lex sed lex, non possiamo farci nulla, per il momento.
Ma questo vulnus di democrazia andrà colmato in qualche misura e sarà compito del Consiglio che sta per essere varato.
È questo il compito precipuo dei 14 consiglieri e del Sindaco Metropolitano individuato dalla Legge Delrio nella figura del Sindaco pro tempore del Comune capoluogo.
Compito dei territori sarà quello di stimolare questo percorso, affinché presto si torni al suffragio universale.
Le funzioni e le deleghe che il nascente organismo andrà a gestire richiedono infatti il massimo coinvolgimento ed una capillare partecipazione alle scelte perché siano equilibrate, ponderate e finalizzate ad uno sviluppo armonico dell'intero sistema metropolitano, da San Ferdinando a Monasterace, da Anoia a Melito di Porto Salvo, dai centri urbani più popolosi ai borghi arroccati sull'Aspromonte.
In bocca al lupo a Giuseppe Falcomatà, Sindaco metropolitano designato, ai 14 che siederanno con lui in Consiglio ed a tutti coloro i quali presteranno la loro opera per far nascere sotto i migliori auspici questa novità istituzionale.