venerdì 23 settembre 2016

Sulle Olimpiadi 2024

Non mi appassiona molto l’aver buttato sulla rissa, come accade sempre in politica, il dibattito sull’opportunità di candidare Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024.
Il SI ed il NO diventano un voto pro o contro il governo. Con Renzi o coi 5 Stelle. Si tiene la gente impegnata con questo giochetto evitando che si ponga le giuste domande o compia più serie considerazioni, su questa eventualità della candidatura olimpica.
Iniziamo col dire che si trattava solo di questo: di una candidatura.
Ciò significa che Roma avrebbe avuto delle concorrenti. E sappiamo che sono: Parigi, Budapest e Los Angeles.
Il ritiro della candidatura è una scelta che sta facendo discutere ma che in buona parte condivido. Per un motivo molto semplice: evita una figuraccia mondiale all’Italia. E il Mondo ha già riso abbastanza delle nostre figuracce…
Con una mobilità urbana pressoché paralizzata, un debito pari a quello di uno Stato di medie dimensioni, tanti esempi negativi precedenti di “grandi opere” legate a “grandi eventi”, vedi il mondiale di nuoto del 2009, che si vanno ad aggiungere ad una lunghissima serie di incompiute che sono dei veri propri sbreghi urbani, Roma sonnecchia sdraiata sul Tevere mentre le altre capitali europee hanno saputo innovarsi e rinnovarsi, diventando motore di sviluppo incrementando costantemente la loro capacità di attrarre.
Dubito che il CIO avrebbe preferito Roma a Parigi, ad esempio. Due linee metropolitane (e la terza che è un eterno cantiere) contro quattordici, tanto per capirci.
Le Olimpiadi saranno una grande opportunità. Certo, per chi sarà in grado di coglierla. Roma, anche se fosse stata candidata, non avrebbe saputo coglierla.
Corruzione? E’ ovvio che c’è e che sarebbe stata in agguato drenando tempo e risorse al “progetto”. Su questo c’è tanto da lavorare ma occorrono prioritariamente chiarezza e semplificazione normativa.
E pensare che fu proprio un romano, Publio Cornelio Tacito, ad affermare che “in una Repubblica molto corrotta, moltissime sono le leggi”.

martedì 30 agosto 2016

Considerazioni sul paesaggio e sul potenziale che porta con sé

Il paesaggio è un prodotto della storia. È l'esito delle relazioni sociali, economiche, e di potere che si stabiliscono tra gli uomini e che si riflettono nello spazio, tanto da determinarne la forma e la struttura, nel tempo. 
Racconta le abitudini, le imprese, le ambizioni dell'uomo, è la prova tangibile del rapporto, non sempre felice, tra uomo e natura.
È testimone della cultura di un popolo; la sua tutela è la tutela dell'identità di quel popolo, la sua valorizzazione è l'esaltazione di quella stessa identità.
Il rischio di una omogenizzazione del paesaggio, oggi, è concreto e reale, ed è dovuto alla globalizzazione.
Distanze annullate, identità in crisi, spostamento sul piano virtuale della percezione visiva dei luoghi.
Paesaggio urbano (Londra)
I paesaggi, soprattutto urbani, oggi appaiono pressoché uguali, così le città asiatiche sono cloni delle città americane od occidentali e la riconoscibilità di un paesaggio rispetto ad un altro è affidata alla presenza di simboli universalmente riconducibili ai luoghi in questione come la Torre Eiffel, il Campidoglio, le guglie di una Cattedrale è così via.
Ma cosa vuol dire tutelare il paesaggio oggi?
La nostra Costituzione all'articolo 9 non specifica le modalità attraverso cui tutela e valorizzazione debbano essere mette in atto, quindi il dibattito tra gli studiosi gioca un ruolo fondamentale in questa sfida.
In primo luogo restituire valore e qualità al paesaggio rappresenta un’esigenza sempre più avvertita da parte della società, tanto da trovare un preciso ed autorevole riferimento nella Convenzione Europea del Paesaggio.
Paesaggio rurale (Piceno)
Questo importante documento, che non a caso è stato siglato a Firenze, patria di artisti e soggetto, nei secoli, di opere d'arte di indiscusso valore, traccia le linee guida per i Paesi Membri del Consiglio d'Europa sulla gestione del paesaggio fissando alcuni punti fermi: definizioni, competenze, strategie.
Oltre ad essere una carta d'intenti, dunque, la Convenzione indica un percorso e specifica ciò che la Costituzione enuncia come principio: il paesaggio va tutelato e valorizzato.
In primo luogo perché un paesaggio equilibrato e ordinato produce un naturale senso di godimento estetico. Di contro, un paesaggio disordinato genera sensazioni di profondo disagio.
Secondariamente perché, come sostengono in molti, attraverso la tutela si possono generare ricchezza e sviluppo economico.
Le trasformazioni territoriali devono rivolgere una costante e continua attenzione al paesaggio, valorizzando gli elementi di singolarità, di identità e di equilibrio ed evitando gli elementi di confusione e dissonanza fastidiosa.
Solo così potremo vedere crescere la quota della ricchezza nazionale proveniente dal settore cultura, oggi relativamente bassa se si pensa all'ineguagliabile patrimonio storico-culturale e paesaggistico di cui siamo dotati.
Il valore trainante della cultura potrebbe infatti investire altri settori: dal settore produttivo a quello dei servizi e tutti avrebbero un effetto moltiplicatore sul turismo.
Il paesaggio dunque, definito come prodotto sociale nella sua accezione identitaria, può e deve diventare motore di sviluppo, coniugando accuratamente tutela e valorizzazione. 
Questi due concetti devono vivere in un delicato equilibrio che eviti di dissipare quella che il professor Settis definisce "una straordinaria eredità ricevuta che dobbiamo trasmettere" e che consenta di creare ricchezza ed occupazione.

domenica 28 agosto 2016

Il terremoto scuote case e cose ma non le coscienze

E' successo di nuovo. A sette anni ed a pochi chilometri da L'Aquila, la dorsale appenninica torna a ballare e l'onda distruttrice spazza via paesi e borgate, lasciando morti, macerie e disperazione.

Se, come spesso si afferma, chi dimentica è complice, allora siamo tutti complici di questo ennesimo disastro. Non riesco a scrivere in maniera lucida, né voglio rischiare di ripetere quanto in passato ho scritto sull'argomento (anche nella mia monografia "Sicurezza e Territorio", edita da Città del Sole), ma è chiaro che in questo come in altri casi la storia insegna ma non ha scolari.

Dopo L'Aquila, e prima ancora dopo i precedenti terremoti che hanno squassato paesi e territori a macchia di leopardo un po' in tutto lo stivale, nessun "piano" nessun "intervento straordinario" nessuna metodologia analitica è stata messa in atto per mitigare il rischio in quelle zone che nella mappa della classificazione sismica italiana sono colorate di rosso.

Condivido, incollandolo su questo post, l'articolo di Dacia Maraini tratto da Il Corriere della Sera di giovedì scorso. Ne condivido ogni parola e credo sia una riflessione utilissima ed anche un accorato appello ad imparare da calamità come questa. Troppo elevati i "costi" del non far nulla o della sola risposta all'emergenza. La migliore risposta è la prevenzione, non mi stancherò mai di ripeterlo. Qualcuno, tra quelli che siedono nelle poltrone che contano e che decidono per noi, forse un giorno, ne sarà persuaso.

Un pensiero commosso va alle persone coinvolte in questo evento, a coloro che sono rimaste sepolte nelle loro case, a quanti sono sopravvissuti, a coloro i quali scavando a mani nude hanno tratto in salvo dei fratelli, a chi sarà impegnato nel lungo e faticoso cammino della ripartenza, se mai ci sarà per quei luoghi bellissimi e martoriati.

Buona lettura.

La mia rabbia oltre il dolore
di Dacia Maraini tratto da Il Corriere della sera

Ancora una tragedia della nostra terra inquieta. Ma devo dire che la rabbia supera il dolore. La rabbia al pensiero che questo sfacelo avrebbe potuto essere evitato. Si sa che il nostro è un Paese sismico, si sa che il pericolo delle scosse ci riguarda tutti, dal sud al nord. Possibile che non si sia fatto niente per prevenire la catastrofe? Possibile che non si sia costruito con intelligenza, prevedendo i pericoli, con criteri antisismici che ci sono e sono efficacissimi?

Ho vissuto 8 anni in Giappone da bambina e ho subito diversi terremoti, anche terribili, con la terra che si spaccava sotto i piedi. Ma non è mai crollata una casa. Perfino la vecchia costruzione che costituiva il nostro campo di concentramento per italiani contrari al regime fascista è rimasta in piedi nonostante le scosse. Ricordo una volta di avere fatto in volata gli scalini che portavano al piano terra mentre una pioggia di intonaco mi cadeva sulla testa. Ma la struttura ha retto, se no non sarei qui a raccontarlo. 

È che il Giappone è un Paese in cui l’interesse pubblico precede, per antica consuetudine etica, quello privato. E i controlli sono rigorosissimi e i cittadini consapevoli e diligenti. Da noi succede esattamente il contrario: l’interesse privato viene sempre prima di quello pubblico. E i costruttori di case, per risparmiare qualche soldo, hanno fabbricato senza tenere conto delle norme di sicurezza antisismiche. Spesso con la connivenza delle autorità locali. Tanto nessuno avrebbe mai controllato. 

È una tale pena vedere quei corpi coperti di calce che vengono estratti dalle macerie: corpi vivi e corpi morti. Una pena ascoltare le voci di coloro che sono stati sepolti per ore e che a furia di urlare sono riusciti a farsi sentire e farsi tirare fuori. Ma gli occhi di quei bambini che hanno sentito la morte addosso non si possono dimenticare. Sono occhi attoniti, dilatati dalla paura. Una paura che li segnerà per la vita. Sepolto vivo: l’incubo di tutti i sogni più devastanti. Come i minatori che scavano sottoterra e temono sempre di rimanere chiusi in un tunnel appena scavato, asfissiati dal gas o coperti dalle macerie. 

Una terra che conosce da secoli l’orrore della devastazione, della morte per asfissia, e non riesce a darsi delle regole per la costruzione delle sue città, sembra incredibile. Si preferisce rischiare la morte di centinaia di persone, lo strazio di corpi dilaniati, piuttosto che spendere qualcosa in più per mettere in sicurezza gli appartamenti, i palazzi, le scuole, gli ospedali, come abbiamo visto all’Aquila nel 2009. 

Mi sono occupata del terremoto del 1915 per ragioni letterarie. Ho letto decine di testimonianze, ho visto le prime fotografie di Avezzano rasa al suolo, ho visto migliaia di corpi allineati sulla neve mentre i salvataggi arrivavano lenti, con i carri tirati dai muli. Le case di Gioia dei Marsi sono crollate tutte. Erano case senza fondamenta, case tirate su alla meglio: pietre incollate con la calce, senza criterio. In tutta la Marsica sono morti in 30 mila. I superstiti sono partiti per l’America, per l’Australia, abbandonando terreni stravolti, case bruciate, animali morti. 

Oggi certamente l’assistenza è migliorata. Gli interventi si sono fatti più rapidi e precisi. E poi, come al solito, nei momenti di emergenza, il Paese risponde con generosità e umano senso della solidarietà. Ma i morti sono tanti, troppi. I feriti sbigottiti vengono portati via sotto gli occhi delle telecamere, mentre lo sguardo spazia sulle macerie che ancora sono avvolte in nuvole di polvere. Un Paese che si vuole bene può permettersi di ignorare con tanta disinvoltura un futuro prevedibile? Un Paese che ha cura di sé stesso può consentirsi di trascurare un minimo di controllo sulla stabilità delle case che vengono giù, alla prima scossa, come fossero di biscotto? La piccola e bella città di Amatrice è ridotta un cumulo di macerie. Il sindaco chiede aiuto, dice che ci sono ancora molti sepolti sotto le macerie. Ma possibile che si debba intervenire sempre dopo il disastro e mai prima? 

Purtroppo, lo sappiamo, questo è il motivo ricorrente del nostro Paese. Tutti generosi e solidali nell’emergenza ma incapaci di prevenire il futuro. Ricordo un episodio fra l’eroico e il grottesco, quando il re d’Italia venne a riverire i morti di Avezzano, nel gennaio del 1915, accompagnato da un corteo di automobili, dopo qualche giorno dal disastro, e don Orione gli chiese di concedere le auto per trasportare i bambini feriti. Il re si guardò intorno e disse che senz’altro avrebbe mandato dei mezzi ma non si potevano sequestrare le auto delle autorità. Don Orione radunò i bambini terremotati e nel momento in cui il re si era allontanato per confabulare con le alte cariche del luogo, cacciò i bambini nelle auto e partì rapido con loro per Roma. 

Ripeto: siamo un Paese a forte rischio sismico. Ogni anno siamo funestati da crolli, morti e feriti. Possibile che la memoria non conti proprio niente? Non contano le lezioni durissime che ci ha dato la storia? La furbizia, l’avidità di chi vuole guadagnare sui disastri, sembrano sempre avere la meglio. E ancora una volta ci dobbiamo considerare vinti dall’imprevidenza e dalla cupidigia. Ma anche dalla mancanza di ogni controllo e dall’indifferenza dei cittadini, presi dagli interessi personali e mai attenti al bene comune. Potremo mai cambiare?

lunedì 8 agosto 2016

Eletto il primo Consiglio Metropolitano. Qualche considerazione personale

Qualche breve considerazione in ordine sparso post voto metropolitano.
1) Considerando che ho già abbondantemente detto peste e corna di questa legge assurda che restringe ai soli consiglieri e sindaci l'elettorato metropolitano, non tedierò oltre sull'argomento. Solo una nuova legge potrà porre rimedio a questa assurdità e spero vivamente che lo faccia. Molto conterà la reale intenzione del Consiglio testa eletto di richiedere questa eventualità.
2) Ha vinto il csx. Non era difficile preventivarlo, essendo il Sindaco Metropolitano di csx, essendo Reggio città a maggioranza di csx ed avendo costruito le due liste oggettivamente più forti.
3) Il cdx, soprattutto reggino, esce con le ossa rotte. Elegge due consiglieri, entrambi provenienti dall'esperienza alla Provincia ed entrambi rappresentanti dell'area Tirrenica/Piana. Malissimo, per una coalizione che conta 10 consiglieri comunali in città e molti sindaci in provincia.
4) La lista "territorio e identità a sinistra" (tra i cui ispiratori c'era i sindaco di Gioia, che non è certo di sinistra, è la plastica dimostrazione della parcellizzazione e della inconcludenza che è poi il male peggiore che affligge quella parte politica, rendendola poco appetibile anche per chi, come me, si riconosce fondamentalmente in quei valori (ma siamo sicuri che ancora li rappresenti?).
5) I seggi sono così distribuiti:
Reggio città ed Area dello Stretto: 6 consiglieri (7 se si considera anche Lamberti, sindaco di san Procopio);
Tirrenica/Piana: 3 consiglieri
Locride: 2 consiglieri
Area Grecanica: 2 consiglieri.
Un'area storicamente debole come la nostra riesce ad avere due rappresentanti, cosa non da poco visto che questo sarà il consesso che progetterà lo Statuto e quindi costruirà nei fatti la Città Metropolitana.
L'area che risulta più debole è il versante orientale del basso jonio (da Brancaleone a Locri) che non riesce ad esprimere un rappresentante, pur avendo Comuni pesanti in termini di voti ponderati.
Sei i consiglieri provenienti dalle aree interne, otto quelli provenienti dalle aree costiere, il che fa ben sperare in un riequilibrio di risorse e programmi.
La paura che si avvertiva, di avere un consiglio "reggiocentrico" era infondata, poiché otto consiglieri su quattordici non risiedono nel capoluogo.
6) La più votata è anche l'unica donna presente in consiglio, Katy Belcastro da Caulonia. Un bel segnale il consenso, un brutto segnale il fatto che sia l'unica.

Considerazioni personali queste mie, che concludo rivolgendo un augurio che è anche un appello al Sindaco Metropolitano Giuseppe Falcomatà, amico e coetaneo che stimo ed apprezzo: il lavoro che lo attende, unitamente ai neoeletti, è arduo. Il territorio reggino è pieno di contraddizioni, vasto e disomogeneo, sarà dura mettere tutti d'accordo sull'orizzonte da dare e sul percorso da seguire. Il cambiamento è però una scelta obbligata, non più un'opzione. Gli interlocutori della Città Metropolitana pretenderanno impegno, dedizione e preparazione. In questo senso, la spinta e gli indirizzi che il Consiglio darà saranno fondamentali per rendere efficiente ed oleato il meccanismo burocratico che dovrà portare avanti idee, programmi e progetti per la crescita dell'intero territorio metropolitano.

link all'articolo www.corrieredellacalabria.it

mercoledì 20 luglio 2016

Città Metropolitana: nello Statuto si preveda il suffragio universale

Nel bene e nel male il dado è tratto. Ufficializzate le liste dei candidati che concorreranno ad un seggio in seno al Consiglio Metropolitano adesso si attende il 7 agosto, data fissata per questa strana elezione.
Strana perché indiretta, a suffragio ristrettissimo e dai metodi antidemocratici. Dura lex sed lex, non possiamo farci nulla, per il momento.
Ma questo vulnus di democrazia andrà colmato in qualche misura e sarà compito del Consiglio che sta per essere varato.
È questo il compito precipuo dei 14 consiglieri e del Sindaco Metropolitano individuato dalla Legge Delrio nella figura del Sindaco pro tempore del Comune capoluogo.
Compito dei territori sarà quello di stimolare questo percorso, affinché presto si torni al suffragio universale.
Le funzioni e le deleghe che il nascente organismo andrà a gestire richiedono infatti il massimo coinvolgimento ed una capillare partecipazione alle scelte perché siano equilibrate, ponderate e finalizzate ad uno sviluppo armonico dell'intero sistema metropolitano, da San Ferdinando a Monasterace, da Anoia a Melito di Porto Salvo, dai centri urbani più popolosi ai borghi arroccati sull'Aspromonte.
In bocca al lupo a Giuseppe Falcomatà, Sindaco metropolitano designato, ai 14 che siederanno con lui in Consiglio ed a tutti coloro i quali presteranno la loro opera per far nascere sotto i migliori auspici questa novità istituzionale.

mercoledì 27 aprile 2016

Siamo nati per camminare. Vivere la città vuol dire percorrerla a piedi

Di questi giorni la conclusione della campagna “Siamo nati per camminare” che ha visto il coinvolgimento di oltre 2000 bambini solo a Bologna e la partecipazione di oltre 100 comuni in tutta la Regione. A questo si aggiunge l'avvio a Bologna dei lavori del BICIPLAN, uno strumento partecipato di pianificazione di cui il Comune ha deciso di dotarsi per “governare” la primavera ciclabile che ha colto la città e fare in modo che questo movimento possa crescere, consolidarsi e strutturarsi. Sempre più città stanno quindi scegliendo di dotarsi di piani in affiancamento ai PGTU, a dimostrazione che questi strumenti più tradizionali fanno fatica a dare piena risposta alle esigenze di organizzazione della mobilità urbana ed in particolare ad approfondire e, per certi versi, sostenere i mezzi di mobilità dolce, più sostenibile, la bicicletta in questo caso.

Uno stimolo aggiuntivo a qualche riflessione e ragionamento in più viene dal fatto che la nostra città si trova però ad affrontare un altro appuntamento importante che credo più di ogni altro è o dovrebbe essere momento di confronto e riflessione sulle visioni di città, le elezioni amministrative. In questo quadro credo che una sfida, che una città con visione di futuro dovrebbe cogliere, è quella di immaginare una dimensione nuova della sua vivibilità e viabilità. Nelle aree centrali ma soprattutto nelle periferie, cosa meglio di una nuova mobilità può connettere in maniera sicura e sostenibile le parti delle nostre città spesso troppo frazionate. A questo si accompagna un'idea nuova di fruizione degli spazi pubblici, che sempre più devono caratterizzarsi come spazi di socialità, di comunità e quindi tali da garantire, in una logica di piena accessibilità e mobilità, l'incontro fra i cittadini.

Le nostre città vanno ripensate con occhi nuovi e in modo interdisciplinare. È quindi fondamentale un'integrazione piena fra Piani del Traffico e Piani Urbanistici ma anche con i Piani di Zona per la salute e il benessere sociale e altrettanto, sul fronte operativo, tra i relativi settori delle amministrazioni insieme ai settori sociali ed educativi.

La moderazione del traffico è la base progettuale in tutti gli ambiti urbani, perché limitando l’invadenza delle automobili e ridando priorità alle persone consente di:
migliorare la vivibilità di strade e quartieri
ridurre l’inquinamento acustico e ambientale
promuovere la socialità e diminuire la microcriminalità tramite un maggiore controllo sociale esercitato dalle persone che vivono la strada

È quindi necessaria l'affermazione di un nuovo paradigma che ad esempio crei le condizioni per applicare (in maniera consapevole e non coercitiva) in ambito urbano il limite di velocità a 30 km/h, ad eccezione della viabilità principale, e strutturi gli spazi urbani secondo i concetti dello spazio condiviso.

La sicurezza nella mobilità cittadina dipende anche dall'usabilità e dall'accessibilità degli ambienti urbani. Un luogo è molto meno rischioso se è facilmente riconoscibile, se è comunicativo senza divenire ridondante nell’informazione, se non presenta barriere fisiche, sensoriali, percettive o cognitive. In breve: se è confortevole da usare. Conoscere, quindi, come una persona fragile o disabile (di qualsiasi età e genere) si muove, e come usa gli spazi urbani, è di fondamentale importanza per individuare soluzioni includenti e sicure.

Il percorso che porta alla definizione di un contesto urbano più accogliente ed accessibile deve avere la capacità di porre la comunità ed il fare comunità al centro. La costruzione di comunità più coese che aspirano alla crescita del capitale sociale passa da un diverso modo di coinvolgere il territorio in maniera sperimentale, innovativa ma anche continuativa. L’idea di una città che sa innovarsi e modificarsi in maniera flessibile in base alle sollecitazioni condivise dei suoi abitanti all’interno di una visione di sviluppo sostenibile e coeso. 

In questo percorso decisamente complesso e sfidante, gli spostamenti, e quindi la mobilità dolce, rappresentano un tassello fondamentale per ridisegnare gli spazi ed i luoghi a dimensione umana.

Per questo la definizione di strategie di trasformazione per un nuovo modello urbano complesso è utile che preveda il paradigma: Mobilità sostenibile + Rivitalizzazione spazio pubblico + Biodiversità zone verdi + Coesione sociale + Efficienza energetica + Integrazione dei cittadini nei processi di governo = HABITAT URBANO con quartieri con flussi a velocità umana, interconnessi ed eco-efficienti all’interno di una città metropolitana ad alta velocità (testo tratto dagli scritti di BCNecologia: Agencia de Ecología Urbana de Barcelona).

Questa visione di città, molto più a dimensione del singolo individuo ed inclusiva in modo da non lasciare nessuno ai margini, ha bisogno di strumenti adeguati e quindi la proposta che Bologna si doti nei prossimi anni di un PEDIPLAN, da intendersi però come percorso culturale e non solo come strumento tecnico di pianificazione urbana. Un percorso di lungo periodo che sappia mettere da subito le aree periferiche per valorizzarne le caratteristiche ma soprattutto l’identità. Un’identità che gioco forza deve essere riconquistata ed affermata attraverso una fruizione degli spazi urbani a piedi, con mezzi di mobilità dolce. Abbiamo tutti necessità di incontrarci, confrontarci e riscoprire gli spazi vicini a noi.

Parlare di PEDIPLAN vuole dire parlare di:

- sicurezza

- accessibilità

- fare comunità

- gestione e condivisione degli spazi urbani

- trasporto pubblico

- connessioni urbane

- educazione e cultura della mobilità e della socialità

- riqualificazione urbana e pianificazione partecipata

- verde pubblico

e tanto altro.

Come arrivare ad un PEDIPLAN?

In maniera innovativa ritengo, attraverso un percorso partecipato che sappia contemporaneamente attivare speriment-azioni. Coinvolgere attivamente i cittadini e la comunità intera in soluzioni provvisorie in grado di stimolare la riflessione ed il dibattito ma allo stesso tempo proporre possibili soluzioni temporanee ad interventi più strutturali, a lungo termine.

E’ necessario incontrare e far incontrare sul “campo” i progettisti e gli attuali e potenziali fruitori degli spazi urbani per orientare il cambiamento e fare in modo che gli interventi infrastrutturali che verranno pianificati siano di pieno successo. 

Questa metodologia significa che “nel frattempo” si propongono soluzioni che sono provvisorie, reversibili, di basso impatto esecutivo ed economico che fungono da piattaforma tangibile per la condivisione sociale ed indicano le direzioni di lavoro su cui sviluppare e modificare lo status quo attraverso progetti più strutturali ma anche per promuovere una diversa cultura di fruizione degli spazi e dei beni pubblici e della convivenza civica.

La mobilità è un terreno privilegiato per questo tipo di SPERIMENT-AZIONI: emerge infatti con chiarezza lo stretto legame che si instaura tra scelte di mobilità dolce, che permettono di vivere la città con un rapporto più attento e diretto, e gli spazi della città, le cui caratteristiche influenzano in maniera diretta il loro tipo di fruizione da parte dei cittadini e di permanenza con specifico riferimento alla scelta di mezzi di trasporto.

Il fatto che si lavori con soluzioni reversibili o provvisorie non significa che siano di minor impatto sociale o che si sostituiscano ad interventi di urbanizzazioni più strutturali laddove necessario; al contrario sono incursioni urbane che possono riposizionare gli spazi pubblici a livello sociale ed economico.

Le città Europee e non solo, anche le grandi metropoli Nord e Sud Americane ed alcune città asiatiche, si stanno muovendo da tempo nella direzione del trend chiamato Tactical Urbanism per indicare proprio questi interventi strategici all’interno di processi molto lunghi che reclamano però anche soluzioni a breve raggio.

Il PEDIPLAN si potrebbe candidare ad essere lo strumento innovativo con cui la città decide di porre le basi, in maniera multidisciplinare, attiva, inclusiva ed integrata, di un nuovo paradigma di città. 

Quindi, come recita lo slogan di quest’anno della campagna “Siamo nati per camminare”, FACCIAMO COMUNITÀ CAMMINANDO.

Marco Pollastri, Vicepresidente Centro Antartide

mercoledì 20 aprile 2016

Riflessione post referendum

Da domenica leggo sui social parecchi commenti sprezzanti nei confronti di chi è andato a votare al referendum sulle trivelle. Non provengono dall’Ernesto Carbone di turno (quello del #ciaone che ha irriso non solo 16 milioni di votanti ma, in fondo, tutti i cittadini), bensì da persone tendenzialmente di sinistra o, ad ogni modo, sensibili alle tematiche ambientali. Questi commenti – a volerne trovare il tratto comune – insistono sulla complessità del quesito referendario, troppo specifico perché un «popolo di caproni» come quello italiano possa rispondervi; rivendicano fieramente il diritto all’astensione, deridono l’idiozia delle motivazioni addotte dai sostenitori del sì e li accusano di lavarsi la coscienza con l’atteggiamento del buon borghese, che mette una crocetta su un foglio e pensa di aver fatto tutto il suo dovere.

Ora, è vero che il quesito era volutamente tecnico, parziale e confuso (ma è il governo che lo ha reso così: facendo cadere gli altri cinque, non accorpando il referendum con le amministrative e adottando tutta una serie di sporchi mezzucci mediatici per distruggere la consultazione dall’interno, si pensi in primis alle dichiarazioni di Renzi e Napolitano); è vero che l’astensione è un diritto (ma gli inviti a non votare da parte di due alte cariche dello Stato restano indecenti); è vero che scrivere «se ami il mare e vuoi che i tuoi nipotini possano fare il bagnetto vota sì» è un attimo una semplificazione retorica; è vero, infine, che un voto non è sufficiente, se poi non si sostengono le lotte e le rivendicazioni dei territori contro le speculazioni di chi vuole divorarli.

Ma, mi chiedo, mentre queste persone fanno le pulci a chi sostanzialmente sta dalla loro stessa parte, non si sentono un po’ male a essere gli utili idioti dei Renzi e dei Carbone, cioè di sciacalli asserviti ai signori del fossile? Perché, non so se se ne sono accorti, il potere non fa la minima distinzione tra astensionisti rivoluzionari e consapevoli e astensionisti beoti che hanno speso la domenica tra talk-show pallonari e centri commerciali: li sfrutta allo stesso modo e forse, anzi, i primi gli regalano un ghigno ancora più arrogante e soddisfatto.

Non penso si debba essere Frank Underwood in House of Cards per rendersi conto che questo referendum aveva un grande valore simbolico e politico: al di là del quesito specifico, una vittoria del sì avrebbe indicato una precisa volontà popolare di superare il fossile e virare con forza sulle energie rinnovabili, cosa che i paesi con un minimo di lungimiranza stanno già facendo da anni: la nient’affatto bolscevica Germania vuole rendersi indipendente dal fossile e dal nucleare entro il 2050, e già ora ricava dalle rinnovabili il 28% (Svezia, Islanda e Norvegia già più del 50%) mentre il governo Renzi, forse pago dei parziali successi nel settore fotovoltaico, si accontenta del 17% entro il 2020, taglia i fondi alle fonti verdi e stende tappeti rossi ai petrolieri.

L’essersene infischiati del referendum, invece, verrà facilmente interpretato come un «mi stanno bene le concessioni sine die alle multinazionali» o un «questione troppo complessa, facciamo decidere a chi ne capisce» e dunque nel lasciare mano libera a un governo che, dall’Eni, si fa dettare pure cosa dire all’Egitto sulla tragedia Regeni e che annovera tra le sue fila personaggi specchiati e disinteressati come il ministro Guidi, quella dello scandalo Tempa Rossa.

Con tutti i distinguo del caso, anche i referendum su divorzio e aborto, se non li si guarda col senno di poi, ponevano questioni complesse e dibattute, ma in quei grandi appuntamenti di civiltà non mi pare siano andati a votare solo medici e civilisti. Eppure, il popolo seppe capire da che parte soffiava il vento del (vero) progresso. A questo proposito vadano a vedere, gli elitisti del non voto e del disprezzo per il popolo, come si è comportata la Basilicata, una regione che ha sperimentato le «magnifiche sorti e progressive» degli idrocarburi: quorum raggiunto e un plebiscito di sì (96%) a contestare le devastazioni del territorio e le menzogne su aumento dei posti di lavoro e crescita economica legati all’oro nero.

Ah, due ultime annotazioni: quando fanno eco a Renzi sui presunti posti di lavoro salvati, i Robespierre dell’astensione non dimostrano di essere poi così informati: con la    vittoria del sì, la prima concessione sarebbe scaduta tra due anni (le ultime addirittura nel 2034). Ora, uno Stato degno di questo nome sa ricollocare la sua forza-lavoro quando pianifica una svolta energetica, e avrebbe avuto tutto il tempo per farlo.

E infine: forse alcuni ne saranno inorriditi ma, in un Paese in cui ormai non ci sono più elezioni politiche e il Presidente del Consiglio trasforma ogni appuntamento elettorale in una prova di forza muscolare e personalistica sulla sua legittimazione a governare, è davvero così stupefacente che un referendum possa servire anche a dare una spallata a uno dei peggiori governi della storia repubblicana? Non facciamo le educande: la politica è pure questo, e l’astensione ha fornito a Renzi la possibilità di intascarsi come vittoria quella che è solo una sconfitta altrui.

Per coerenza, dai puristi che domenica sono rimasti a casa, ora mi aspetto barricate quotidiane e lavoro infaticabile sui territori. Altrimenti la loro sarà stata solo l’ennesima riproposizione di quel nefasto fiat iustitia, et pereat mundus che, nella storia della politica italiana (e soprattutto a sinistra) ha causato i peggiori disastri.