lunedì 8 agosto 2016

Eletto il primo Consiglio Metropolitano. Qualche considerazione personale

Qualche breve considerazione in ordine sparso post voto metropolitano.
1) Considerando che ho già abbondantemente detto peste e corna di questa legge assurda che restringe ai soli consiglieri e sindaci l'elettorato metropolitano, non tedierò oltre sull'argomento. Solo una nuova legge potrà porre rimedio a questa assurdità e spero vivamente che lo faccia. Molto conterà la reale intenzione del Consiglio testa eletto di richiedere questa eventualità.
2) Ha vinto il csx. Non era difficile preventivarlo, essendo il Sindaco Metropolitano di csx, essendo Reggio città a maggioranza di csx ed avendo costruito le due liste oggettivamente più forti.
3) Il cdx, soprattutto reggino, esce con le ossa rotte. Elegge due consiglieri, entrambi provenienti dall'esperienza alla Provincia ed entrambi rappresentanti dell'area Tirrenica/Piana. Malissimo, per una coalizione che conta 10 consiglieri comunali in città e molti sindaci in provincia.
4) La lista "territorio e identità a sinistra" (tra i cui ispiratori c'era i sindaco di Gioia, che non è certo di sinistra, è la plastica dimostrazione della parcellizzazione e della inconcludenza che è poi il male peggiore che affligge quella parte politica, rendendola poco appetibile anche per chi, come me, si riconosce fondamentalmente in quei valori (ma siamo sicuri che ancora li rappresenti?).
5) I seggi sono così distribuiti:
Reggio città ed Area dello Stretto: 6 consiglieri (7 se si considera anche Lamberti, sindaco di san Procopio);
Tirrenica/Piana: 3 consiglieri
Locride: 2 consiglieri
Area Grecanica: 2 consiglieri.
Un'area storicamente debole come la nostra riesce ad avere due rappresentanti, cosa non da poco visto che questo sarà il consesso che progetterà lo Statuto e quindi costruirà nei fatti la Città Metropolitana.
L'area che risulta più debole è il versante orientale del basso jonio (da Brancaleone a Locri) che non riesce ad esprimere un rappresentante, pur avendo Comuni pesanti in termini di voti ponderati.
Sei i consiglieri provenienti dalle aree interne, otto quelli provenienti dalle aree costiere, il che fa ben sperare in un riequilibrio di risorse e programmi.
La paura che si avvertiva, di avere un consiglio "reggiocentrico" era infondata, poiché otto consiglieri su quattordici non risiedono nel capoluogo.
6) La più votata è anche l'unica donna presente in consiglio, Katy Belcastro da Caulonia. Un bel segnale il consenso, un brutto segnale il fatto che sia l'unica.

Considerazioni personali queste mie, che concludo rivolgendo un augurio che è anche un appello al Sindaco Metropolitano Giuseppe Falcomatà, amico e coetaneo che stimo ed apprezzo: il lavoro che lo attende, unitamente ai neoeletti, è arduo. Il territorio reggino è pieno di contraddizioni, vasto e disomogeneo, sarà dura mettere tutti d'accordo sull'orizzonte da dare e sul percorso da seguire. Il cambiamento è però una scelta obbligata, non più un'opzione. Gli interlocutori della Città Metropolitana pretenderanno impegno, dedizione e preparazione. In questo senso, la spinta e gli indirizzi che il Consiglio darà saranno fondamentali per rendere efficiente ed oleato il meccanismo burocratico che dovrà portare avanti idee, programmi e progetti per la crescita dell'intero territorio metropolitano.

link all'articolo www.corrieredellacalabria.it

mercoledì 20 luglio 2016

Città Metropolitana: nello Statuto si preveda il suffragio universale

Nel bene e nel male il dado è tratto. Ufficializzate le liste dei candidati che concorreranno ad un seggio in seno al Consiglio Metropolitano adesso si attende il 7 agosto, data fissata per questa strana elezione.
Strana perché indiretta, a suffragio ristrettissimo e dai metodi antidemocratici. Dura lex sed lex, non possiamo farci nulla, per il momento.
Ma questo vulnus di democrazia andrà colmato in qualche misura e sarà compito del Consiglio che sta per essere varato.
È questo il compito precipuo dei 14 consiglieri e del Sindaco Metropolitano individuato dalla Legge Delrio nella figura del Sindaco pro tempore del Comune capoluogo.
Compito dei territori sarà quello di stimolare questo percorso, affinché presto si torni al suffragio universale.
Le funzioni e le deleghe che il nascente organismo andrà a gestire richiedono infatti il massimo coinvolgimento ed una capillare partecipazione alle scelte perché siano equilibrate, ponderate e finalizzate ad uno sviluppo armonico dell'intero sistema metropolitano, da San Ferdinando a Monasterace, da Anoia a Melito di Porto Salvo, dai centri urbani più popolosi ai borghi arroccati sull'Aspromonte.
In bocca al lupo a Giuseppe Falcomatà, Sindaco metropolitano designato, ai 14 che siederanno con lui in Consiglio ed a tutti coloro i quali presteranno la loro opera per far nascere sotto i migliori auspici questa novità istituzionale.

mercoledì 27 aprile 2016

Siamo nati per camminare. Vivere la città vuol dire percorrerla a piedi

Di questi giorni la conclusione della campagna “Siamo nati per camminare” che ha visto il coinvolgimento di oltre 2000 bambini solo a Bologna e la partecipazione di oltre 100 comuni in tutta la Regione. A questo si aggiunge l'avvio a Bologna dei lavori del BICIPLAN, uno strumento partecipato di pianificazione di cui il Comune ha deciso di dotarsi per “governare” la primavera ciclabile che ha colto la città e fare in modo che questo movimento possa crescere, consolidarsi e strutturarsi. Sempre più città stanno quindi scegliendo di dotarsi di piani in affiancamento ai PGTU, a dimostrazione che questi strumenti più tradizionali fanno fatica a dare piena risposta alle esigenze di organizzazione della mobilità urbana ed in particolare ad approfondire e, per certi versi, sostenere i mezzi di mobilità dolce, più sostenibile, la bicicletta in questo caso.

Uno stimolo aggiuntivo a qualche riflessione e ragionamento in più viene dal fatto che la nostra città si trova però ad affrontare un altro appuntamento importante che credo più di ogni altro è o dovrebbe essere momento di confronto e riflessione sulle visioni di città, le elezioni amministrative. In questo quadro credo che una sfida, che una città con visione di futuro dovrebbe cogliere, è quella di immaginare una dimensione nuova della sua vivibilità e viabilità. Nelle aree centrali ma soprattutto nelle periferie, cosa meglio di una nuova mobilità può connettere in maniera sicura e sostenibile le parti delle nostre città spesso troppo frazionate. A questo si accompagna un'idea nuova di fruizione degli spazi pubblici, che sempre più devono caratterizzarsi come spazi di socialità, di comunità e quindi tali da garantire, in una logica di piena accessibilità e mobilità, l'incontro fra i cittadini.

Le nostre città vanno ripensate con occhi nuovi e in modo interdisciplinare. È quindi fondamentale un'integrazione piena fra Piani del Traffico e Piani Urbanistici ma anche con i Piani di Zona per la salute e il benessere sociale e altrettanto, sul fronte operativo, tra i relativi settori delle amministrazioni insieme ai settori sociali ed educativi.

La moderazione del traffico è la base progettuale in tutti gli ambiti urbani, perché limitando l’invadenza delle automobili e ridando priorità alle persone consente di:
migliorare la vivibilità di strade e quartieri
ridurre l’inquinamento acustico e ambientale
promuovere la socialità e diminuire la microcriminalità tramite un maggiore controllo sociale esercitato dalle persone che vivono la strada

È quindi necessaria l'affermazione di un nuovo paradigma che ad esempio crei le condizioni per applicare (in maniera consapevole e non coercitiva) in ambito urbano il limite di velocità a 30 km/h, ad eccezione della viabilità principale, e strutturi gli spazi urbani secondo i concetti dello spazio condiviso.

La sicurezza nella mobilità cittadina dipende anche dall'usabilità e dall'accessibilità degli ambienti urbani. Un luogo è molto meno rischioso se è facilmente riconoscibile, se è comunicativo senza divenire ridondante nell’informazione, se non presenta barriere fisiche, sensoriali, percettive o cognitive. In breve: se è confortevole da usare. Conoscere, quindi, come una persona fragile o disabile (di qualsiasi età e genere) si muove, e come usa gli spazi urbani, è di fondamentale importanza per individuare soluzioni includenti e sicure.

Il percorso che porta alla definizione di un contesto urbano più accogliente ed accessibile deve avere la capacità di porre la comunità ed il fare comunità al centro. La costruzione di comunità più coese che aspirano alla crescita del capitale sociale passa da un diverso modo di coinvolgere il territorio in maniera sperimentale, innovativa ma anche continuativa. L’idea di una città che sa innovarsi e modificarsi in maniera flessibile in base alle sollecitazioni condivise dei suoi abitanti all’interno di una visione di sviluppo sostenibile e coeso. 

In questo percorso decisamente complesso e sfidante, gli spostamenti, e quindi la mobilità dolce, rappresentano un tassello fondamentale per ridisegnare gli spazi ed i luoghi a dimensione umana.

Per questo la definizione di strategie di trasformazione per un nuovo modello urbano complesso è utile che preveda il paradigma: Mobilità sostenibile + Rivitalizzazione spazio pubblico + Biodiversità zone verdi + Coesione sociale + Efficienza energetica + Integrazione dei cittadini nei processi di governo = HABITAT URBANO con quartieri con flussi a velocità umana, interconnessi ed eco-efficienti all’interno di una città metropolitana ad alta velocità (testo tratto dagli scritti di BCNecologia: Agencia de Ecología Urbana de Barcelona).

Questa visione di città, molto più a dimensione del singolo individuo ed inclusiva in modo da non lasciare nessuno ai margini, ha bisogno di strumenti adeguati e quindi la proposta che Bologna si doti nei prossimi anni di un PEDIPLAN, da intendersi però come percorso culturale e non solo come strumento tecnico di pianificazione urbana. Un percorso di lungo periodo che sappia mettere da subito le aree periferiche per valorizzarne le caratteristiche ma soprattutto l’identità. Un’identità che gioco forza deve essere riconquistata ed affermata attraverso una fruizione degli spazi urbani a piedi, con mezzi di mobilità dolce. Abbiamo tutti necessità di incontrarci, confrontarci e riscoprire gli spazi vicini a noi.

Parlare di PEDIPLAN vuole dire parlare di:

- sicurezza

- accessibilità

- fare comunità

- gestione e condivisione degli spazi urbani

- trasporto pubblico

- connessioni urbane

- educazione e cultura della mobilità e della socialità

- riqualificazione urbana e pianificazione partecipata

- verde pubblico

e tanto altro.

Come arrivare ad un PEDIPLAN?

In maniera innovativa ritengo, attraverso un percorso partecipato che sappia contemporaneamente attivare speriment-azioni. Coinvolgere attivamente i cittadini e la comunità intera in soluzioni provvisorie in grado di stimolare la riflessione ed il dibattito ma allo stesso tempo proporre possibili soluzioni temporanee ad interventi più strutturali, a lungo termine.

E’ necessario incontrare e far incontrare sul “campo” i progettisti e gli attuali e potenziali fruitori degli spazi urbani per orientare il cambiamento e fare in modo che gli interventi infrastrutturali che verranno pianificati siano di pieno successo. 

Questa metodologia significa che “nel frattempo” si propongono soluzioni che sono provvisorie, reversibili, di basso impatto esecutivo ed economico che fungono da piattaforma tangibile per la condivisione sociale ed indicano le direzioni di lavoro su cui sviluppare e modificare lo status quo attraverso progetti più strutturali ma anche per promuovere una diversa cultura di fruizione degli spazi e dei beni pubblici e della convivenza civica.

La mobilità è un terreno privilegiato per questo tipo di SPERIMENT-AZIONI: emerge infatti con chiarezza lo stretto legame che si instaura tra scelte di mobilità dolce, che permettono di vivere la città con un rapporto più attento e diretto, e gli spazi della città, le cui caratteristiche influenzano in maniera diretta il loro tipo di fruizione da parte dei cittadini e di permanenza con specifico riferimento alla scelta di mezzi di trasporto.

Il fatto che si lavori con soluzioni reversibili o provvisorie non significa che siano di minor impatto sociale o che si sostituiscano ad interventi di urbanizzazioni più strutturali laddove necessario; al contrario sono incursioni urbane che possono riposizionare gli spazi pubblici a livello sociale ed economico.

Le città Europee e non solo, anche le grandi metropoli Nord e Sud Americane ed alcune città asiatiche, si stanno muovendo da tempo nella direzione del trend chiamato Tactical Urbanism per indicare proprio questi interventi strategici all’interno di processi molto lunghi che reclamano però anche soluzioni a breve raggio.

Il PEDIPLAN si potrebbe candidare ad essere lo strumento innovativo con cui la città decide di porre le basi, in maniera multidisciplinare, attiva, inclusiva ed integrata, di un nuovo paradigma di città. 

Quindi, come recita lo slogan di quest’anno della campagna “Siamo nati per camminare”, FACCIAMO COMUNITÀ CAMMINANDO.

Marco Pollastri, Vicepresidente Centro Antartide

mercoledì 20 aprile 2016

Riflessione post referendum

Da domenica leggo sui social parecchi commenti sprezzanti nei confronti di chi è andato a votare al referendum sulle trivelle. Non provengono dall’Ernesto Carbone di turno (quello del #ciaone che ha irriso non solo 16 milioni di votanti ma, in fondo, tutti i cittadini), bensì da persone tendenzialmente di sinistra o, ad ogni modo, sensibili alle tematiche ambientali. Questi commenti – a volerne trovare il tratto comune – insistono sulla complessità del quesito referendario, troppo specifico perché un «popolo di caproni» come quello italiano possa rispondervi; rivendicano fieramente il diritto all’astensione, deridono l’idiozia delle motivazioni addotte dai sostenitori del sì e li accusano di lavarsi la coscienza con l’atteggiamento del buon borghese, che mette una crocetta su un foglio e pensa di aver fatto tutto il suo dovere.

Ora, è vero che il quesito era volutamente tecnico, parziale e confuso (ma è il governo che lo ha reso così: facendo cadere gli altri cinque, non accorpando il referendum con le amministrative e adottando tutta una serie di sporchi mezzucci mediatici per distruggere la consultazione dall’interno, si pensi in primis alle dichiarazioni di Renzi e Napolitano); è vero che l’astensione è un diritto (ma gli inviti a non votare da parte di due alte cariche dello Stato restano indecenti); è vero che scrivere «se ami il mare e vuoi che i tuoi nipotini possano fare il bagnetto vota sì» è un attimo una semplificazione retorica; è vero, infine, che un voto non è sufficiente, se poi non si sostengono le lotte e le rivendicazioni dei territori contro le speculazioni di chi vuole divorarli.

Ma, mi chiedo, mentre queste persone fanno le pulci a chi sostanzialmente sta dalla loro stessa parte, non si sentono un po’ male a essere gli utili idioti dei Renzi e dei Carbone, cioè di sciacalli asserviti ai signori del fossile? Perché, non so se se ne sono accorti, il potere non fa la minima distinzione tra astensionisti rivoluzionari e consapevoli e astensionisti beoti che hanno speso la domenica tra talk-show pallonari e centri commerciali: li sfrutta allo stesso modo e forse, anzi, i primi gli regalano un ghigno ancora più arrogante e soddisfatto.

Non penso si debba essere Frank Underwood in House of Cards per rendersi conto che questo referendum aveva un grande valore simbolico e politico: al di là del quesito specifico, una vittoria del sì avrebbe indicato una precisa volontà popolare di superare il fossile e virare con forza sulle energie rinnovabili, cosa che i paesi con un minimo di lungimiranza stanno già facendo da anni: la nient’affatto bolscevica Germania vuole rendersi indipendente dal fossile e dal nucleare entro il 2050, e già ora ricava dalle rinnovabili il 28% (Svezia, Islanda e Norvegia già più del 50%) mentre il governo Renzi, forse pago dei parziali successi nel settore fotovoltaico, si accontenta del 17% entro il 2020, taglia i fondi alle fonti verdi e stende tappeti rossi ai petrolieri.

L’essersene infischiati del referendum, invece, verrà facilmente interpretato come un «mi stanno bene le concessioni sine die alle multinazionali» o un «questione troppo complessa, facciamo decidere a chi ne capisce» e dunque nel lasciare mano libera a un governo che, dall’Eni, si fa dettare pure cosa dire all’Egitto sulla tragedia Regeni e che annovera tra le sue fila personaggi specchiati e disinteressati come il ministro Guidi, quella dello scandalo Tempa Rossa.

Con tutti i distinguo del caso, anche i referendum su divorzio e aborto, se non li si guarda col senno di poi, ponevano questioni complesse e dibattute, ma in quei grandi appuntamenti di civiltà non mi pare siano andati a votare solo medici e civilisti. Eppure, il popolo seppe capire da che parte soffiava il vento del (vero) progresso. A questo proposito vadano a vedere, gli elitisti del non voto e del disprezzo per il popolo, come si è comportata la Basilicata, una regione che ha sperimentato le «magnifiche sorti e progressive» degli idrocarburi: quorum raggiunto e un plebiscito di sì (96%) a contestare le devastazioni del territorio e le menzogne su aumento dei posti di lavoro e crescita economica legati all’oro nero.

Ah, due ultime annotazioni: quando fanno eco a Renzi sui presunti posti di lavoro salvati, i Robespierre dell’astensione non dimostrano di essere poi così informati: con la    vittoria del sì, la prima concessione sarebbe scaduta tra due anni (le ultime addirittura nel 2034). Ora, uno Stato degno di questo nome sa ricollocare la sua forza-lavoro quando pianifica una svolta energetica, e avrebbe avuto tutto il tempo per farlo.

E infine: forse alcuni ne saranno inorriditi ma, in un Paese in cui ormai non ci sono più elezioni politiche e il Presidente del Consiglio trasforma ogni appuntamento elettorale in una prova di forza muscolare e personalistica sulla sua legittimazione a governare, è davvero così stupefacente che un referendum possa servire anche a dare una spallata a uno dei peggiori governi della storia repubblicana? Non facciamo le educande: la politica è pure questo, e l’astensione ha fornito a Renzi la possibilità di intascarsi come vittoria quella che è solo una sconfitta altrui.

Per coerenza, dai puristi che domenica sono rimasti a casa, ora mi aspetto barricate quotidiane e lavoro infaticabile sui territori. Altrimenti la loro sarà stata solo l’ennesima riproposizione di quel nefasto fiat iustitia, et pereat mundus che, nella storia della politica italiana (e soprattutto a sinistra) ha causato i peggiori disastri.

martedì 22 dicembre 2015

Reggio ultima per qualità della vita

E dopo I-City Rate, la classifica sulla "smartness" delle città italiane, arriva la nuova classifica, quella de Il Sole 24 Ore sui livelli di qualità della vita che, se possibile, boccia e mortifica ulteriormente le città del Mezzogiorno con Reggio, questa volta addirittura fanalino di coda.
Tutti si stanno affannando a ricercare le "colpe" di questo immenso ritardo rispetto alle città che nella speciale classifica sulla "qualità della vita" guardano la neo-battezzata Città Metropolitana dall'alto.
Tutti contro tutti, in uno scarica barile che non giova a nessuno. Tutti insomma stanno guardando il dito anziché la Luna.
Indubbiamente la centodecima piazza ha radici profonde che affondano nell'inettitudine delle classi dirigenti (TUTTE) e nell'insipienza storica di noi cittadini.
Reggio, la sua provincia, pagano di certo il prezzo più alto dalla capillare presenza di una criminalità organizzata forte e pervasiva, ma pagano anche altri prezzi, non meno onerosi, nei ritardi in settori importanti che sono poi quelli che rientrano nei parametri posti a base della valutazione de Il Sole 24 Ore.
Leggete i parametri, confrontateli con le altre città, fatevi un'idea. Siamo ultimi, anche se non ce ne accorgiamo. E non cerchiamo alibi o colpevoli perché non troveremmo né scuse né innocenti.

Qui la mappa interattiva della classifica

martedì 1 dicembre 2015

Smart City? Il problema ed i ritardi sono colpa di una governance disomogenea

Tanti sono i dicasteri che si occupano del tema, ma nessuno ha una delega specifica e manca un luogo deputato a fare una sintesi delle varie proposte che ogni singolo ministero, ogni singolo ufficio porta avanti. Le energie migliori arrivano dai territori ed è da qui che dobbiamo ripartire
di Carlo Mochi Sismondi, Presidente di FPA


Le nostre città non hanno messo in soffitta il paradigma smart city, ma navigano a vista perché non hanno un punto di riferimento stabile e univoco a livello politico né certezze in tema di risorse economiche. È così che la vitalità sui temi dell’innovazione urbana, che anima molte amministrazioni locali coinvolgendo anche i cittadini più attivi, rischia di spegnersi di fronte alle difficoltà riscontrate nel trovare un interlocutore certo. In questo momento di assenza di direttive nazionali sul tema delle politiche urbane, è invece proprio su queste energie che dobbiamo puntare: con questa convinzione usciamo da Smart City Exhibition 2015, la tre giorni bolognese che ha portato in primo piano le difficoltà presenti nel nostro Paese per fare veramente innovazione e ci ha dato nuovi spunti per il lavoro dei prossimi mesi. Siamo sempre più convinti, infatti, che si debba mettere l’accento su un approccio dal basso e che le parole chiave siano collaborazione e advocacy: partire cioè dai problemi, dalle esigenze, dalle richieste che arrivano dai territori per mettere insieme visioni e proposte da portare all’attenzione della politica nazionale.
Quanto sia importante mettere in rete chi si occupa di questi temi ce lo ha confermato l’incontro tra una quarantina di assessori all’innovazione di altrettante città (di cui dieci città metropolitane) che si è svolto proprio all’interno di Smart City Exhibition. Un evento inedito, che ha messo uno di fronte all’altro amministratori in molti casi giovanissimi…‘nativi digitali’ che hanno energie, competenze e idee per fare bene, ma reclamano attenzione da parte del governo centrale, coerenza delle politiche e costanza delle risorse. Sarebbe davvero un peccato se la loro propositività venisse sopraffatta dalla sfiducia nei confronti di una politica di Governo che, spesso non li sa ascoltare e finisce così per ostacolare la loro voglia di fare con norme e vincoli che di smart hanno davvero ben poco.
Chi ha in carico infatti le politiche per le città? Chi si occupa dell’Agenda Urbana? Tanti sono i dicasteri che si occupano del tema, ma nessuno ha una delega specifica e manca un luogo deputato a fare una sintesi delle varie proposte che ogni singolo ministero, ogni singolo ufficio porta avanti. Il Mise ha, ad esempio, attivato una task force sulle smart city, ma l’area di competenza non sembrerebbe a 360 gradi bensì concentrata sulle misure di politica industriale da attivare, con un focus particolare su alcuni temi come la banda larga e le Smart Grid. Abbiamo poi l’AgiD che dovrebbe occuparsi per legge della governance sull’innovazione urbana, ma questa prescrizione per ora è rimasta sulla carta. Il Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti ha una delega specifica per il “piano città”, ma è limitata alle infrastrutture e alle “opere pubbliche”. Abbiamo infine iniziative in sé molto valide, ma ancora poco valorizzate, come la piattaforma italiansmartcity.itattivata dall’ANCI che mette a disposizione delle città schede con i progetti più interessanti già avviati
La sensazione, in generale, è che i diversi soggetti coinvolti lavorino ognuno per sé e che la politica nazionale sottovaluti l’innovazione che può arrivare dalle città. Proprio il contrario di quello di cui il nostro Paese avrebbe bisogno in questo momento.
Le premesse per migliorare, comunque, ci sono ed è su questo che come FPA vogliamo lavorare nei prossimi mesi. Dobbiamo favorire tutte le forme di partecipazione che arrivano dal basso, incentivare il confronto e la collaborazione tra le città e all’interno delle città, innescare processi inclusivi che consentano a tutti i livelli – vertici politici e dirigenti amministrativi – di fare co-progettazione, rendere duplicabili e scalabili le buone pratiche, accelerando la messa a sistema di competenze e progettualità, favorendo la condivisione e il dialogo. Lo strumento che FPA mette in campo per fare tutto questo si chiama “Cantieri della PA digitale”: tavoli di incontro tra le amministrazioni più smart, le aziende più innovative e il sapere delle Accademie che lavorano su temi di frontiera.
Partiremo quindi dalla conoscenza condivisa per andare a togliere i sassolini che bloccano gli ingranaggi dell’innovazione. Perché la smart city non è affatto uno slogan abusato, ma un paradigma quanto mai attuale, che ha bisogno di concretezza: una grande opportunità di crescita che ha bisogno di essere governata.

(tratto da www.agendadigitale.eu)

sabato 7 novembre 2015